La sensualità di un giglio in Georgia O’Keeffe e Angela Carter

a cura di Silvia Roncucci

 

Alcune artiste riescono a definire il proprio linguaggio ricorrendo a pochi, selezionati soggetti. È il caso della pittrice americana Georgia O’ Keeffe (1887-1986), originaria del Wisconsin, che si formò tra Chicago e New York. La prima personale di O’Keeffe fu ospitata nel 1919 nella Galleria 291 del fotografo newyorkese Alfred Stieglitz – che in seguito sarebbe diventato suo marito.

Dopo una fase di lavoro in cui si concentrò sul tema del grattacielo, emblematico della città moderna, e una dedicata ai paesaggi desolati, popolati da scheletri animali, del New Mexico – dove si trasferì ormai vedova nel 1949 fino alla morte – O’Keeffe tornò al tema dei fiori che era stato di suo interesse fin dagli esordi. Abile giardiniera, da sempre era affascinata dal mondo naturale che nelle sue opere appare sottoforma di alberi, conchiglie, paesaggi stilizzati ed evocativi e, infine, fiori. Quelli di O’Keeffe sono fiori giganti, iperrealistici, unione di delicatezza impalpabile e sensualità ostentata; petali, foglie, apparati riproduttivi invadono la tela con effetti a volte ipnotici e spaesanti. Persino quando si tratta di gigli innocenti. I critici, incluso Stieglitz, hanno letto nei fiori di O’Keeffe un riferimento alla sensualità femminile.

Georgia O’Keeffe, Calla Lilies, collezione privata (artemondo/facebook)

 

Un esempio sono Calla Lilies del 1924, in collezione privata, visione ravvicinata di calle che sembra ispirata all’accuratezza dell’indagine fotografica – contemporanei, tra l’altro, ad alcune fotografie a tema di Tina Modotti (1896-1942).

Molto più tardi, nel 1979, la sensualità nascosta dei gigli torna a invadere il castello aristocratico del marito della protagonista de La camera di sangue, racconto che dà il titolo alla raccolta della scrittrice britannica Angela Carter (1940-1992). Nel suo racconto nero, Carter rielabora leggende passate, in particolare quella di Barbablù, fiaba trascritta da Charles Perrault (1697).

Angela Carter, The Bloody Chamber (Abebooks)

 

Una giovane musicista lascia la casa materna di Parigi diretta allo sperduto castello dove vivrà con il marito, ricco uomo d’affari più anziano di lei e vedovo. Il misto di felicità e inquietudine che, come ogni neo-sposa, la protagonista vive, si fa sempre più cupo, e a questo concorrono anche i gigli menzionati nel corso della storia.

La frase più significativa. Sul treno, in viaggio alla volta del castello, l’eroina dice che il marito «possedeva l’arcana pacatezza, la sinistra saggezza del mondo vegetale, come quei gigli funerari dalla corolla a testa di cobra le cui elitre bianche fuoriescono da petali dalla consistenza carnosa e sensibile al tatto come un foglio di carta pergamena.»

All’arrivo, la nuova dimora è adornata di specchi che, dice l’eroina, «riflettevano più gigli bianchi di quanti ne avessi visti in tutta la mia vita.» Più tardi, mentre fa l’amore con il marito, sente che la sua carne pesante «assomigliava troppo ai fasci di gigli bianchi che riempivano le stanze in larghe vasi di vetro.» Gigli bianchi sistemati in un vaso rosso sangue stanno alla base del feretro di una delle mogli che il marchese-Barbablù ha collocato nella camera di sangue dove la curiosità spinge l’eroina a entrare. Una massa di gigli in decomposizione circonda, infine, l’eroina che sente di essere vicina alla morte. Nonostante il finale macabro sembri ineluttabile, Carter capovolge il gioco degli stereotipi con un finale spiazzante.

L’autrice. Angela Carter è stata giornalista, scrittrice, viaggiatrice, caratterizzata da un umorismo colto, con una predilezione per i temi storici, macabri, e con una scrittura dove il registro alto si affianca a quello più triviale, con personaggi eccentrici e spesso traboccanti di sensualità.

Anche i gigli della sua camera di sangue non hanno niente di innocente, ma sembrano fatti di carne, sesso e morte.

Foto in alto: Georgia O’Keeffe e Angela Carte (Wikipedia).

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