Memorie afroamericane in Zora Neale Hurston e Kara Walker

a cura di Silvia Roncucci

 

 

Florida, inizi del Novecento: Janie fa ritorno a casa dopo una lunga assenza. Gli occhi dei concittadini la scrutano, le lingue si arroventano in commenti crudeli.

Lasciata la città dopo la morte del ricco marito, in compagnia di un ragazzo più giovane e chiaccherato, la donna si ripresenta sola e male in arnese. Abiti stinti e sporcizia non bastano però a coprire il nocciolo integro del suo spirito. Anche ora che ha perso tutto.

Ha inizio così la storia di Janie Starks, protagonista di Con gli occhi rivolti al cielo (La Tartaruga, 2024, traduzione di Adriana Bottini), il romanzo più noto dell’autrice afroamericana Zora Neale Hurston (1891-1960).

Se la gente chiede spiegazioni, Janie alla fine si decide a darle. Scegliendo di raccontare all’amica Pheoby le proprie vicende. La voglia di ribellarsi, fin da giovane, all’idea che la cosa migliore per un nero sia comportarsi come un bianco e per una donna rassegnarsi al ruolo di moglie sottomessa.

La vita scandita da viaggi, abiti sontuosi, sudore, uragani e morte. Da esperienze e sentimenti prepotenti che dimostrano come, nell’America post-schiavista, il peggiore nemico di una donna nera possa non essere l’uomo bianco. Ma la prevaricazione degli uomini di ogni colore e l’invidia che soffoca la ragione.

Cosa mi è piaciuto. L’atmosfera tra realtà storica e umori ancestrali. L’impasto linguistico terragno e poetico. L’ironia che emerge dal dolore come un brillio di fuochi d’artificio sopra un cielo scuro, e che si esprime attraverso le bocche dei personaggi popolari e della sorte. Il fatto che, appena finito il romanzo, volessi ricominciarlo da capo.

La frase più suggestiva.  “[…] L’amore non è come una macina, che è la stessa in tutti i posti e ha lo stesso effetto su tutto quello che tocca. L’amore è come il mare, sempre in movimento, prende la forma della spiaggia che incontra ed è diverso per ogni spiaggia.”

L’autrice. Rappresentante dell’Harlem Renaissance, la scrittrice e antropologa Zora Neale Hurston si è imposta al pubblico proprio grazie a questo romanzo del 1937, uscito in Italia l’anno successivo con il titolo I loro occhi guardavano dio (traduzione di Ada Prospero, Torino, Frassinelli). Dopo un periodo di oblio, negli anni Settanta la rivalutazione della Hurston come “antenata” della narrativa afro-americana al femminile fu dovuta ad Alice Walker e Toni Morrison. Da allora l’autrice è stata oggetto di attenzione anche nel nostro paese.

Sebbene le vicende si svolgano dopo la Guerra civile, lo spettro del razzismo incombe sui personaggi, impregna il terreno dove poggiano i piedi, s’impadronisce delle loro anime.

Per questo, leggendo il romanzo, mi sono venute in mente le silhouette di Kara Walker (1969).

Violenze razziali e di genere nell’America schiavista e post-schiavista stanno al centro del lavoro dell’artista afroamericana. Il punto di partenza per questo interesse probabilmente è dovuto ad esperienze personali. A tredici anni, dalla California, Walker segue il padre verso la meno liberale Georgia, subendo episodi più o meno eclatanti di razzismo.

Grazie alla tecnica della silhoutte nera sul fondo bianco, Walker crea personaggi ispirati alle figure stereotipate delle illustrazioni librarie ottocentesche. Inserite in scenari dall’apparenza accattivante, ma che a un secondo sguardo risultano misteriosi e talvolta violenti, queste figure diventano quasi spettri dell’inconscio collettivo.

In Gone: An Historical Romance of a Civil War as It Occurred b’tween the Dusky Thighs of One Young Negress and Her Heart (1994), il riferimento a Gone with the Wind di Margaret Mitchell è solo apparente. Perché nell’opera di Walker la storia comincia con l’abbraccio tra un uomo e una donna ma seguono immagini ambigue, legate ai temi di potere e sottomissione. La protagonista della narrazione sottoforma di silhouette potrebbe essere un’antenata della Janie di Con gli occhi rivolti al cielo.

Davanti alla consapevolezza di quanto l’oppressione del passato sia difficile da sradicare, l’unica soluzione è non cancellarne la memoria. Rielaborando il dolore in un romanzo epico, come quello di Zora Neale Hurston, o nei diorami monumentali di Kara Walker.

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