31 Mar Morte a colori in America latina tra Diego Rivera e Gabriel García Márquez
La morte è sempre presente, annunciata e si muove in un universo colorato e multiforme nelle opere del muralista messicano e dello scrittore colombiano.
a cura di Silvia Roncucci
Una folla sfila sotto gli occhi di Porfirio Diaz, dittatore del Messico dal 1876 al 1911, riconoscibile, al centro, dal copricapo militare e dalla posizione elevata rispetto agli altri. Quella di Diaz non è l’unica figura identificabile tra i presenti, per lo più realmente esistiti: politici, artisti, intellettuali, figure di spicco della cultura messicana tra Otto e Novecento, ma anche contadini e popolani, che hanno segnato la storia del Paese, qui ripercorsa, in senso cronologico, da sinistra a destra.

Dalla pedana su cui siede Diaz l’occhio dello spettatore scende verso la donna di spalle dai lunghi capelli scuri, vestita di giallo – la Malinche, nativa messicana amante di Cortés che gli fece da interprete e consigliera – la quale, a sua volta, fissa negli occhi un uomo a braccetto con un’altra donna, invitando l’osservatore a fare lo stesso. L’uomo è l’incisore José Guadalupe Posada e la donna con un serpente piumato sulle spalle è La Calavera Catrina, figura creata dalla fantasia di Posada attorno al 1910, scheletro femminile vestito all’europea diventato simbolo del Día de Los Muertos e del rapporto dei messicani con la morte. La morte è qualcosa che si confonde tra la folla e al contempo spicca; la morte è presente e ben visibile, tuttavia l’impressione generale non è di cupezza. Sul fondo ci sono alberi dai colori vivaci, una fontana zampillante, palloncini, una mongolfiera: è il Parco dell’Alameda trasfigurato dalla fantasia dell’artista che vi aggiunge monumenti storici messicani.
Quello appena descritto è il murale di Diego Rivera (1886-1957) intitolato Sogno di una tarda domenica all’Alameda central (5 x 15 mt). Tra i personaggi compare Rivera stesso ben due volte: a sinistra nelle vesti di ragazzino che tiene Catrina per mano (dietro di lui sta la moglie, Frida Kahlo, con il simbolo dello yin e yang) e a destra mentre mangia una torta confondendosi tra la folla.
L’opera, realizzata nel 1946-47 e inizialmente collocata nel ristorante dell’Hotel del Prado di Città del Messico, fu staccata quando venne deciso di demolire l’edificio a seguito del terremoto del 1985 e spostata nel Museo Mural Diego Rivera.

Hotel del Prado (emimendoza.com)
Rivera è stato uno dei massimi rappresentanti del muralismo, formatosi tra Messico e Parigi – dove conobbe le avanguardie e fu colpito soprattutto dal cubismo. Come in molte altre opere dell’artista, il murale è caratterizzato da un realismo epico, graffiante, dalle tinte forti e dal linguaggio accessibile a chiunque. Incluso il popolo che è presente in una posizione marginale ma tuttavia centrale se si pensa a uno degli scopi dell’opera, denunciare l’oppressione popolare ed esaltare la forza rivoluzionaria. Sullo sfondo a sinistra, infatti, si vede Hernán Cortés con le mani sporche del sangue indigeno, incendi e vittime dell’Inquisizione, in primo piano stanno straccioni che rubacchiano o vendono dolciumi; a destra ci sono contadini e popolani protagonisti della Rivoluzione messicana e una famiglia indigena cacciata dalle forze dell’ordine.
La morte è menzionata fin da subito e durante tutta la narrazione anche nella novella di Gabriel García Márquez (1927-2014) Cronaca di una morte annunciata. Chi legge sa già come finirà la storia, ma segue la vicenda per sapere com’è che la morte farà capolino nella trama e come si manifesterà in fondo. La fine ineluttabile è quella di Santiago Nasar, accusato di aver deflorato una novella sposa, Angela Vicario, che per tale motivo viene ripudiata dal marito, Bayardo San Roman. Evento che tocca la famiglia Vicario nell’onore – grande tema del novella – e motiva la vendetta dei fratelli Pedro e Paulo. La storia è narrata da un amico di Santiago che dice di voler ricostruire la vicenda anni dopo.

Lo sfondo, come nell’opera di Rivera, è colorato da una duplice festa: quel che resta dei festeggiamenti per il matrimonio di Angela e Bayardo avvenuto poche ore prima e quella organizzata per accogliere il vescovo.
Anche nel lavoro di Marquez le storie si mescolano con la Storia e il folklore – ad esempio nelle capacità di preveggenza, sebbene imperfette, della madre di Santiago.
L’autore. Tra i principali esponenti del realismo magico, Gabriel García Márquez abbandonò la Colombia all’epoca della dittatura di Augusto Pinochet e, dopo aver vissuto in Europa, si stabilì in Messico di cui prese la cittadinanza. Cronaca di una morte annunciata è uscito nel 1981 – l’anno successivo Marquez avrebbe ricevuto il Nobel per la letteratura. La novella è ispirata a una vicenda che coinvolse un amico di Marquez nel 1951, quindi quasi coeva al murale di Rivera.
Cosa mi è piaciuto. La coralità, altro elemento che accomuna i due lavori; elemento, forse, radicato nella cultura latina. Questa coralità a volte comporta indifferenza: alcuni personaggi del murale sembrano ignorare i fatti sanguinari in secondo piano, così come i personaggi della novella vogliono ignorare i segni della morte incombente di Sebastiano. In entrambi i casi l’indifferenza li rende in parte responsabili di quel che accade.
La frase più significativa. “Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli”.
In ambedue le opere, murale e novella, lo sfondo è festoso, le figure pieni di vita, ma la morte è presente e concreta al pari degli altri personaggi.
Foto in alto: Wikipedia.
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