28 Feb Righe e pennelli: la prepotenza degli elementi in Emily Brontë e Camille Corot
di Silvia Roncucci
Sotto un cielo denso di nubi, la natura è sbattuta da un vento inclemente. Lontano, in alto, fa capolino una macchia azzurrina, troppo esigua per sovrastare la volontà degli altri elementi. Gli alberi sulla sinistra potrebbero sradicarsi tra un attimo; qualche foglia strappata già vola via. Lo sconquasso innervosisce il cavallo a destra e il cavaliere: viene da chiedersi perché quest’ultimo abbia deciso di avventurarsi nella natura proprio in una giornata del genere.
Il quadro appena descritto è Coup de vent (1865, olio su tela, 80.3 X 60 cm, Galleria d’arte moderna di Milano) di Jean Baptiste Camille Corot (1796-1875); il paesaggio potrebbe essere quello della foresta di Barbizon, a sud di Parigi, dove si riuniva un gruppo di artisti, attratti dallo studio del rapporto tra luce e natura, che furono influenzati da Corot.
L’opera di Corot, dipinta quando il maestro aveva 69 anni, giunse nella collezione milanese tramite la donazione di Nedda Grassi Mieli nel 1960, fu trafugata nel 1975 e recuperata l’anno successivo.
Il primo grande paesaggista francese, che in gioventù viaggiò e studiò anche Italia, dipinse lavori in cui la natura è idillica e lussureggiante, altri in cui è una matrigna inclemente, come in questo caso.
In Coup de vent l’aria è protagonista; di acqua sono cariche le nubi; la terra è quella del suolo e dei colori; il fuoco sta nei sentimenti che agitano gli esseri viventi. Nonostante le linee orizzontali che delineano il paesaggio su più livelli, il ritmo è ascendente, segnato dal movimento in diagonale del cavallo, seguito da quello del declivio su cui stanno gli alberi e, infine, dagli alberi stessi; l’andamento che è riecheggiato dalle nuvole nere sulla destra.
I paesaggi degli autori del Romanticismo – incluso Corot – con la loro natura selvaggia avvolta dalla nebbia o sovrastata dalle nuvole, sono stati spesso utilizzati per le copertine di Cime tempestose di Emily Brontë, classico della narrativa ottocentesca inglese. Recentemente tornato alla ribalta grazie alla versione cinematografica della regista britannica Emerald Fennell. Se la sua sia una versione fedele al testo o meno, ben riuscita o troppo patinata, lo lascio dire ai critici cinematografici; vero è che la pellicola ha avuto il merito di far avvicinare o riscoprire il romanzo da cui è tratta. Che di patinato non ha proprio niente, ma è fatto di vento e acqua incessante, terra e fango, anime inquiete che partecipano alla furia della natura. Come nell’opera di Corot.

Copertina dell’edizione originale di Wuthering Heights, 1847 (da Wikipedia).
La trama di Cime Tempestose è nota: il signor Earnshaw, padrone della tenuta Wuthering Heights (Cime Tempestose) adotta un trovatello incontrato al porto di Liverpool a cui dà il nome Heathcliff. Il piccolo e la figlia di Earnshaw, Catherine, sviluppano un legame morboso: impossibile che, cresciuti i ragazzi, il loro rapporto si trasformi in qualcosa di più concreto, per via della disuguaglianza sociale ed economica tra i due, dell’odio verso Heathcliff di Hindley, fratello di Catherine, e dell’interesse di quest’ultima per il raffinato e benestante Edgar Linton, che la donna finisce per sposare. Heathcliff fugge per tornare anni dopo ricco e desideroso di una vendetta che solo la morte placherà.
La storia è in gran parte narrata da Nelly Dean, governante dalla personalità ambigua, oscillante tra benevolenza e invadenza, a Mister Lockwood, gentiluomo che sta trascorrendo un periodo di riposo nella brughiera. Siamo agli inizi dell’800, anche se la vicenda comincia circa trent’anni prima.
Cosa mi è piaciuto. Cime tempestose è un romanzo che ha molti meriti ma è tutt’altro che una storia d’amore: piuttosto di ossessione e violenza. Dove nessuno si salva, nessuno è bianco o nero. Soprattutto i due protagonisti che Brontë ha immaginato molto simili – collerici, sanguigni – ma allo stesso tempo diversi, per via del differente ambiente di provenienza. Descrizione della natura, dei sentimenti, delle atmosfere, a volte gotiche, si alternato in un testo denso che risucchia il lettore nelle proprie pagine.
La frase più suggestiva. “L’intero mondo è una spaventosa raccolta di rimembranze della sua esistenza e della sua perdita”, dice Heathcliff riferendosi a Catherine.
L’autrice. Figlia di un pastore anglicano e troppo presto orfana di madre, Emily Brontë fece parte di una famiglia numerosa. Insieme alle sorelle frequentò un pensionato femminile dove il freddo, la disciplina e la scarsità di cibo segnarono per sempre la salute delle ragazze. La loro infanzia fu caratterizzata dalla lettura di testi di storia, filosofia e religione a cui le avvicinò il padre e che, insieme ai racconti della serva Tabitha, dovettero nutrirne la fantasia.
Sebbene poco incline a socializzare – come testimonia la sorella Charlotte – Emily amava le storie di famiglia, i costumi e il linguaggio della gente. Come le sorelle Charlotte ed Anne, Emily pubblicò testi sotto pseudonimo, nella convinzione che le autrici donne fossero guardate con sospetto.
La prima edizione di Cime tempestose uscì nel 1847, sotto lo pseudonimo di Ellis Bell, e fu accolta con toni critici. L’anno dopo l’alcol uccise Patrick, l’amato fratello di Emily – tanto che si è ipotizzato possa aver ispirato la figura di Heathcliff – e pochi mesi dopo Emily lo seguì. Si dice che avesse preso freddo durante la cerimonia funebre in onore di Patrick. Quel giorno, possiamo immaginare un tumulto atmosferico abbattersi sopra al cimitero: un cielo burrascoso gravare sulle tombe e un vento forte piegare alberi e persone.
Foto in alto: Jean Baptiste Camille Corot, Coup de vent, Milano, Galleria nazional d’arte Moderna. https://www.lombardiabeniculturali.it/
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