RIGHE E PENNELLI: FRANCESCA VERNON, LA PERFETTA PROTAGONISTA DI UN RACCONTO DI ANNIE VIVANTI DEGNA DI UN QUADRO Di MURILLO

La protagonista del racconto Perfetta di Annie Vivanti non ha niente da invidiare all’inquieta bellezza delle Madonne di Murillo.

a cura di Silvia Roncucci

 

La galleria di Palazzo Pitti, a Firenze, conserva una tela a olio (157 x 107 cm) di Bartolomé Esteban Murillo (1618-1682) raffigurante una Madonna con il Bambino.
L’opera rientra nella produzione del maestro spagnolo tra gli anni ’50 e ’60 del Seicento e, probabilmente, è giunta a Firenze, dove è visibile almeno dall’Ottocento, dopo un acquisto da parte di Ferdinando III de’ Medici in un convento di Ypres. La produzione di Murillo, del resto, è legata soprattutto alla sua città natale: Siviglia.

Nella tela fiorentina il Bambino già grandicello sta in piedi sulle sue ginocchia della madre, desideroso di rimanere attaccato al suo seno ma, allo stesso tempo, attratto dall’osservatore.
Maria indossa i consueti panni: veste di un rosso tenue, manto blu brillante, leggero velo bianco che riprende quello da cui il figlio sembra essersi appena liberato (un riferimento al futuro sudario?). Ha la dignità di una giovane donna del popolo: l’ovale delicato del volto incornicia tratti eleganti e animati: naso fine, bocca piccola, occhi luminosi e inquieti segnati da lievi ombre.

B.E. Murillo, Madonna con il Bambino, Firenze, Palazzo Pitti. https://it.wikipedia.org/wiki/File:Bartolom%C3%A9_Esteban_Perez_Murillo_018.jpg.

 

Occhi non molto diversi da quelli che dovette incrociare Karl Helmuth quando incontrò per la prima volta Francesca Vernon nel museo fiorentino.
Nel caso dei protagonisti del racconto Perfetta di Annie Vivanti, dunque, galeotta fu l’arte. E tante altre cose. Il fatto che il giovane Karl fosse un «bel tedesco, noioso e sentimentale» attratto dalle italiane il cui «riso sembrava un ruscello»; che Francesca fosse sì una donna sposata, e madre, ma lontana chilometri dalla città in cui viveva, New York, e affascinata dalla disperazione degli ultimi: che fosse quella di un Cristo di Guido Reni, un fruttivendolo, un suonatore d’organetto o un cane vecchio, brutto e fedele.
In Italia Karl e Francesca conoscono qualcosa di simile all’amore, ma delle questioni rimangono in sospeso.
Per questo Vivanti spinge Karl a seguire Francesca fino alla casa che condivide con la figlia e il marito Gianciotto, pardon, Jack: la scelta del nome della protagonista non è casuale, così come altri dettagli del racconto, quali le citazioni dal V canto dell’Inferno di Dante. In tal modo i piani letterari, storici e immaginativi vengono a sovrapporsi.
A New York, tuttavia, qualcosa cambia: i mariti si ingelosiscono; le figlie piangono; gli sguardi di Karl l’innamorato e della titubante Francesca si invertono.

Cosa mi è piaciuto. L’ironia malinconica unita a quella della sorte, la scelta calibrata degli aggettivi, la sovrapposizione di piani geografici e di richiami letterari, l’imperfezione di Francesca (un po’ bambina, un po’ distratta, tutt’altro che perfetta come la vorrebbe il titolo del racconto).

La frase più significativa. «E improvvisamente sentì come se qualcuno avesse camminato con passi forti e rumorosi nella sacra cappella del suo cuore e avesse fatto cadere tutte le candele.»

L’autrice. Cresciuta tra Italia, Inghilterra, Svizzera e Usa, Annie Vivanti (Anna Emilia Vivanti, Londra 1866-Torino, 1942) fin da giovane fu molto apprezzata come poeta. Tra le suo opere più famose c’è il romanzo I divoratori (1911).
Il racconto Perfetta, apparso su “Cosmopolitan” nel 1896, è stato pubblicato recentemente nella raccolta Humoursex. Pratiche di umorismo nelle scrittrici di fine Ottocento, a cura di Maria Vittoria Vittori (8tto edizioni, 2024).

Gli occhi «liberi e franchi» della perfetta eroina di Annie Vivanti sono la cosa che rimane impressa di questo racconto. È lo sguardo di una donna malinconica, ma che conserva la fiamma indomita delle Madonne gitane di Murillo.

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