08 Ott Una risata vi salverà: scrittrici tra serio e faceto. Intervista alla critica letteraria Maria Vittoria Vittori
a cura di Silvia Roncucci
Maria Vittoria Vittori è giornalista pubblicista, critica letteraria, saggista, e per anni ha insegnato italiano e storia. Collabora con importanti testate, tra cui L’Indice dei libri del mese e Il Mattino di Napoli. Fa parte della Società Italiana delle Letterate. Ha contribuito alla riscoperta di autrici dimenticate di Otto e Novecento, molte delle quali dotate di una carica umoristica e ironica spesso usata con intenti critici ed eversivi.
La prima domanda che ti faccio serve a soddisfare una mia curiosità, vale a dire come è nata la tua passione per la narrativa ironica al femminile, visto che in Italia alle scrittrici è sempre stato dato meno spazio degli scrittori.
Bisogna che parta accennando a come è nata la passione per le scrittrici in generale. Ero una studentessa onnivora e già alle medie mi sono accorta che nelle antologie scolastiche non c’era spazio per le donne. Chiesi il perché a un professore che non rispose; tornai a chiederlo a un altro, all’epoca del liceo: disse che avrebbe avuto bisogno di un po’ di tempo e il giorno dopo si presentò con Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti. Allora cominciai a capire come mai le scrittrici non c’erano. Oggi, nonostante gli studi e le ricerche, le cose non sono molto cambiate al livello di trasmissione del sapere nelle scuole superiori; si tratta di una situazione grave che andrebbe sanata in tempi brevi. All’università feci una tesi sperimentale sulle scrittrici del ‘900 – sperimentale perché all’epoca non si davano tesi sulle scrittrici, alcune delle quali erano ancora in vita. Da quel momento, pur non tralasciando gli scrittori, il mio interesse primario è andato verso le autrici, per restituire una fisionomia a quelle da riscoprire e ad altre dal profilo non chiaro. Prima, dunque, mi sono interessata al ‘900, poi all’800. L’interesse per la linea ironica non è stato predominante; diciamo che quella ironica e umoristica è una vena che mi è sempre stata congeniale e appena mi sono accorta che in molte autrici predominava questo aspetto mi sono sentita come accolta.

Elena Gianini Belotti, “Dalla parte delle bambine” (feltrinelli.it).
Qual è, secondo te, la differenza tra ironia e comicità?
Sulla base delle mie letture – incluso il saggio di Alessandra Kohan, Il senso dell’umorismo, che sto leggendo proprio ora– posso dire che la comicità è più legata al corpo, alle nostre reazioni fisiche, è più straripante dal punto di vista espressivo, mentre l’ironia è connessa all’intelletto e più contenuta. Quello che non si tollerava nelle donne, un tempo, era l’esercizio della comicità come qualcosa di scomposto. Per questo la comicità è stata a lungo interdetta alle donne, mentre l’ironia è stata consentita, in modiche quantità. L’ironia, inoltre, presuppone uno sguardo critico o autocritico e ha più gradazioni: può essere lieve – e quindi tollerata nelle donne – e più tagliente e affilata, nel qual caso ha condotto a censura e autocensura delle autrici stesse. L’ironia è frutto di una riflessione, è legata a usi e consumi di assetti sociali; il comico è più immediato, ha una valenza più universale, prescinde da storia e società.

Alexandra Kohan, “Il senso dell’umorismo” (feltrinelli.it).
Qual è stata, a tuo avviso, l’autrice ironica più influente in Italia?
Ci sono state svariate autrici dotate di ironia ma che di solito vengono ricordate per opere o aspetti della vita tragici. Nell’800 c’è stata Marchesa Colombi, pseudonimo che Maria Antonietta Torriani aveva preso da una commedia – La satira e Parini di Paolo Ferrari (1856) – e quindi già di per sé ideologico. Altro esempio è stata Evelina Cattermole, nota come Contessa Lara, dotata di ironia e autoironia molto sottile nonostante la vita tragica (purtroppo è stata vittima di un femminicidio: fu uccisa da compagno perché voleva lasciarlo). Molto comica è Amalia Guglielminetti, anche se è stata recepita soprattutto come femme fatale. Luce d’Eramo è stata spesso confinata nei drammi e nelle tragedie collettive e personali, sebbene fosse dotata di un senso dell’ umorismo talmente sottile che la portava a esercitare il distanziamento anche verso le proprie scelte, ad andare oltre le apparenze, e a immedesimarsi in personaggi molto diversi tra loro, come una brigatista rossa, un neonazista, una vecchia in una casa di riposo, un extraterrestre. Insomma: i critici hanno confezionato delle cornicette in cui sistemare le autrici in base a biografia o aspetto fisico senza andare a vedere la varietà delle loro manifestazioni; le hanno messe in delle nicchie, e quando non le capivano le definivano delle “zingare”, definizione che si trova rivolta a molte autrici, come Anna Maria Ortese. La donna libera e ingovernabile era zingaresca.
Qual è l’autrice straniera che secondo te più ha influenzato le italiane?
Sicuramente Jane Austen, che fa entrare il punto di vista delle donne in un argomento importante, all’epoca, come quello del corteggiamento. Amalia Guglielminetti conosceva molte autrici francesi; Clelia Romano Pellicano era femminista di levatura internazionale, parlava benissimo l’inglese: in una novella contenuta in Nuovo e vecchio mondo la Pellicano mette a confronto i due mondi, quello italiano e quello inglese, dove c’è un ricordo dell’ironia anglosassone.
Devo ammettere che tra le mie scrittrici preferite c’è Angela Carter che è molto attratta dal mondo dello spettacolo, soprattutto quello del circo, basti pensare a una delle sue opere più famose, Notti al circo. Come è nato il tuo interesse per il circo e quali testi di narrativa in merito a questo tema consiglieresti?
Nel mio saggio La rivoluzione in pista. Storie di donne, circo e libertà (Iacobelli, 2022) c’è un capitolo dedicato ad Angela Carter. Notti al circo ha rivoluzionato il mondo del circo, la comicità, e lo ha fatto tramite un linguaggio di straordinaria inventiva: Carter amava le commistioni tra alto e il basso, amava le parodie, in lei c’è ironia ma anche comicità legata al corpo. Il circo è il posto giusto per fare una vera rivoluzione ideologica, mentale, espressiva.

Maria Vittoria Vittori, “La rivoluzione in pista. Storie di donne, circo e libertà”, Iacobelli (ilcirco.it).
Quali sono le autrici contemporanee che apprezzi?
Mi piacciono tante, sicuramente Maria Rosa Cutrufelli, che ha dato vita a esistenze di donne meno note; Veronica Raimo che ha una vena corrosiva, strafottente; Laura Pariani è un genio per come usa la lingua e unisce linguaggi diversi, dialettali. A me piacciono i linguaggi complessi, elaborati, dissonanti, che creino attrito, un senso di disorientamento.
Perché secondo te le autrici ironiche – ma anche gli autori – ancora non sono molto apprezzati, soprattutto nel nostro paese?
Molte autrici e autori hanno un volto ironico che non è stato però l’aspetto della loro produzione più apprezzato. Natalia Ginzburg aveva un tono umoristico soprattutto nelle commedie; tra gli scrittori Luigi Malerba e Gianni Celati hanno avuto fortuna ma non tra il grande pubblico. Nel nostro paese il grande pubblico ama la comicità spicciola, senza pensieri, che richiede scarso impegno; quella più difficile da apprezzare, la comicità unita a motivi di riflessione non ha piena legittimità. Invece a volte la comicità ha davvero una carica dirompente. Carmen Covito esordì con La bruttina stagionata dove ruppe il cliché della donna che deve piacere per forza; Silvana Grasso ne L’albero di Giuda attua una critica della virilità molto comica che fa luce sui pregiudizi dell’epoca. Valeria Parrella all’inizio era molto divertente, ma poi questa vena si è andata diluendo. I nomi ci sono, però o non pubblicano più o hanno perso un piglio che ha scarso seguito. È più facile confezionare saghe familiari o storie di emancipazione femminile costruite tutte con lo stesso schema, con uno stile scorrevole e semplice, confezionate per vendere, insomma. Mi piacerebbe che venissero riscoperte personalità valide che avevano qualcosa da dire.
Che progetti bollono in pentola?
In questo momento mi sto interessando alle femministe dal naso rosso: le clown. Ha già scritto in merito su “Leggendaria” (n.171, aprile-maggio 2025); c’è un mondo inventivo da scoprire sulla comicità clownesca; d’altra parte continuerò a perlustrare Otto e Novecento per recuperare testi significativi e a portare avanti un progetto nelle scuole a cui tengo molto perché i ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con la voce delle scrittrici.
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