01 Set Un affare non solo di famiglia: dote, carità cristiana e un racconto di Clelia Romano Pellicano
a cura di Silvia Roncucci
Se, come si dice per consuetudine, tutto ha un prezzo, per molto tempo quello di una donna è coinciso con la dote. E se la dote è servita a garantire alle mogli sostegno economico in caso di difficoltà – in un’epoca in cui il lavoro femminile era svolto dalle classi subalterne o privo di corrispettivo economico – è anche vero che spesso si è trattato di un’arma a doppio taglio. La restituzione della somma alla sposa in caso di morte del marito o divorzio è andata incontro a tortuose difficoltà, e nella maggior parte dei casi la somma è stata resa alla famiglia d’origine. Con il risultato che la sposa si è vista passare la dote sotto il naso – dal padre al marito, dal marito defunto ai maschi della famiglia di origine – senza goderne.

Ambrogio Lorenzetti, “Storie di San Nicola”, 1332-34 ca., Gallerie degli Uffizi, Firenze (Wikipedia).
Esistente fin dall’antichità, la dote diventò obbligatoria nel codice Giustinianeo del VI secolo per essere abolita, in Italia, nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia. Per molto tempo, tuttavia, una giovane senza dote non poteva aspirare né al matrimonio né al convento e l’unica alternativa era quella che san Nicola evita alle tre sventurate poverelle regalando dell’oro che, secondo la tradizione, fa pervenire per carità cristiana.
Una delle raffigurazioni più famose dell’episodio è l’Elemosina di san Nicola dipinta da Ambrogio Lorenzetti insieme ad altre storie del santo di Myra provenienti dalla chiesa di san Procolo a Firenze e ora conservate alla Galleria degli Uffizi (1332-34, tempera e oro su tavola, 96,2 x 52,3 cm). Nottetempo il santo, in punta di piedi, fa scivolare delle verghe d’oro attraverso la finestrella della povera casa delle ragazze, in modo che il padre – si badi bene, il padre, non le dirette interessate –, le usi per le doti, evitando alle figlie la vergogna della prostituzione. La scena si svolge in una cittadina tra Medioevo ed echi classici, con notevole studio della spazialità e grande vivacità narrativa.

Giovanni di Ser Giovanni (detto lo Scheggia), Cassone Adimari, 1450 ca., Galleria dell’Accademia, Firenze, dettaglio (Wikipedia).
Agli inizi del Rinascimento, a Firenze, la necessità di garantire un sostegno economico alle fanciulle da marito porta alla nascita del Monte delle Doti (1425). Nello stesso periodo, la ricchezza di una sposa è dimostrata dallo splendore dei cassoni dipinti destinati a conservarne i beni – lenzuola e suppellettili, poi trasformatisi nel corredo.
Quale donna non conserva un corredo, o almeno una parte di esso, donato o addirittura confezionato dalla nonna? Nonna affettuosa, memore di pratiche legate alla socialità campagnola o paesana – come quella di ritrovarsi tra donne per cucirlo o ricamarlo di sera, davanti al camino – e inconsapevole di un fatto ora universalmente riconosciuto: il peso della dote è uno dei motivi che per secoli ha spinto a considerare la nascita di una figlia come una sventura, con la conseguente discriminazione verso le femmine.
La dote è oggetto di un divertente racconto di Jane Grey, pseudonimo di Clelia Romano Pellicano. Protagonista è la famiglia Fazzolini, tiranneggiata dall’unico figlio maschio, Gaetano, che con l’appoggio della madre, vedova ignorante e dalla personalità mediocre, cerca di evitare che le sorelle si sposino, per intascare l’intero patrimonio familiare. L’intento dei due non è dichiarato: madre e figlio accolgono pretendenti speranzosi che poi rifiutano con mille scuse. Se Assunta, la minore, lo accetta come segno di un destino votato alla spiritualità, la maggiore, Anna Maria, non si arrende. Nonostante un periodo di confinamento presso la zia – anch’essa a suo tempo indirizzata a un percorso analogo e diventata zelante monaca di casa – riesce a cogliere l’occasione per forzare il destino.
Le descrizioni dei personaggi e le situazioni tra realtà e commedia rendono questo racconto una pillola di intrattenimento non scevra da basi storiche relative alla condizione subalterna della donna, soprattutto al Sud, che sempre fu al centro degli interessi della Romano Pellicano, giornalista, scrittrice e sostenitrice della causa emancipazionista.
La dote, uscita nel 1908 nella raccolta Novelle calabresi, è stata ripubblicata in Magnifiche insolenti (8tto edizioni, 2026) a cura di Maria Vittoria Vittori, dove la Romano Pellicano si trova accanto ad altri pezzi da novanta della narrativa ironica al femminile, come Amalia Guglielminetti, Maria Antonietta Torriani, Evelina Cattermole Mancini.
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