La cronologia dell’acqua: Lidia Yuknavitch al cinema secondo Kristen Stewart

DI SARA DURANTINI

 

“La gente mi chiede spesso se quello che scrivo nei racconti mi è successo davvero. Penso sempre che la stessa domanda valga per la vita – mi è successo davvero?”. A chiederselo è stata Lidia Yuknavitch nel libro La cronologia dell’acqua, uscito negli Stati Uniti nel 2011, nelle librerie italiane dal 2022 per Nottetempo, e la tensione sprigionata da questa domanda ha attraversato le sue storie propagandosi tra le parole e arrivando, una quindicina d’anni dopo, a incarnarsi in un altro pensiero, esteso tra le pagine del recente Leggere le onde (sempre Nottetempo), una riflessione che riprende proprio il filo primigenio: “la mia intenzione è leggere alcuni episodi della mia vita non come fatti, ma come finzioni, come storie che si sono innestate nel mio corpo. Esiste un modo per liberarle? Per riorganizzare gli elementi in modo narrativo? Posso creare un’ermeneutica dei miei stessi ricordi?”. Si comprende come Yuknavitch, attraverso queste parole e le immagini che esse ci restituiscono, ci accompagni verso l’uscita del giardino della veridicità autobiografica per farci entrare in un altro luogo, una stanza in cui mette sotto la lente l’esperienza vista come trasformabile e, quindi, riscrivibile. Lidia Yuknavitch, che per tutta la sua esistenza ha cercato dentro di sé un’immagine del mondo nel quale immergersi trovandola nell’acqua, luogo dove si sono intrecciati tutti gli eventi della sua vita, “una serie di frammenti e ripetizioni e trame (…) senza cronologia. Come nei sogni”, entra in risonanza con i momenti di essere di Virginia Woolf, quei frammenti che emergono dall’ovatta indistinta della vita quotidiana, frammenti di un grande mosaico nel quale “per capire una persona occorre considerare come un pezzo sia compresso e l’altro incavato e un terzo si espanda, e nessuno sia realmente isolato”, bagliori che attraversano anche la scrittura di Marguerite Duras per la quale la storia della sua vita, intesa come successione coerente e definitiva di fatti, non esiste e soltanto la scrittura può tentare di attraversarla.

Quando Kristen Stewart, al suo debutto come regista con la trasposizione cinematografica del libro di Yuknavitch, La cronologia dell’acqua, ha affermato che voleva un film “che pulsasse di immediatezza e che ricordasse a ogni spettatore in sala che la propria storia è nelle sue mani e che ognuno può riscriverla”, aggiungendo che la sua speranza era che il pubblico portasse con sé “la consapevolezza che riappropriarsi della propria voce (attraverso la scrittura, l’arte o semplicemente raccontando la propria storia) è un atto di potere radicale”, ha dichiarato gli intenti originari del suo progetto dai quali ha preso avvio la riscrittura del memoir di Yuknavitch per il grande schermo, un lavoro di scomposizione e rimontaggio che ha occupato quasi otto anni, un lavoro che riproduce la discontinuità degli accadimenti, la frammentarietà degli eventi, quel crogiolo di emozioni e sensazioni che spesso portano a comportamenti che possono sembrare privi di ragione, possono sembrare scollegati da qualsiasi catena di causa-effetto.

 

Ho visto qualche giorno fa il film di Stewart ma avevo letto il libro parecchio tempo prima. Faccio un passo indietro, parto dal libro. La cronologia dell’acqua è il primo libro che ho letto di Lidia Yuknavitch, una lettura che mi è stata consigliata da una delle mie libraie del cuore, SC, una donna che è riuscita a leggermi dentro e a mettermi tra le mani il libro giusto al momento giusto e le sono infinitamente grata per questo gesto, che riconosco come una forma profonda di trasmissione femminile. Ebbene, quando ho letto il libro è stata una scossa, una vera scarica elettrica, poi l’ho riletto, poi ci sono ritornata e infine ho deciso che dovevo portarlo con me durante gli incontri di scrittura autobiografica perché quando incontro un libro che mi parla, che dice esattamente quello che vorrei dire, che attraverso la sua voce fa uscire la mia, allora qualcosa monta dentro di me e sento che non posso abbandonarlo e, anzi, sento di avere il compito, in un qualche modo, di farlo conoscere a più persone possibili.

La natura strettamente intima e personale di questo racconto non ha limitato la forza con la quale mi ha travolta. Ero letteralmente legata a quelle pagine. Ricorro, nuovamente, alle parole della regista che spiega l’universalità di questo libro: “un invito a guardare in faccia la bruttezza, ad abitare la vergogna e a uscirne consapevoli che il proprio corpo e la propria storia ci appartengono. È un invito a smettere di nascondersi. L’esperienza femminile è un segreto enorme; fin dalla nascita, ci viene insegnato a tenere quasi tutto per noi”. Questo è il vero nucleo della storia raccontata da Lidia Yuknavitch, una storia in cui gli abusi del padre, l’alcolismo della madre, le dipendenze che lei proverà diventata una giovane donna, l’allontanamento dalla sorella e il successivo riavvicinamento, la morte della figlia, il nuoto, l’incontro con i mentori e maestri della sua vita, Ken Kesey e Kathy Acker, sono tutti fili che, intrecciati, la condurranno alla scrittura (“lei è il mio fuoco. Le storie nascono dal luogo dove in me sono avvenute la vita e la morte”) e, quindi, alla riappropriazione di sé (“quanto bisogna nuotare per raggiungere sé stessi?”). E lì, all’intersezione tra questi due eventi, che culminano nella scoperta della “consapevolezza di sé nel proprio mondo”, avviene la trasformazione del trauma (di qualsiasi natura esso sia). È qui che la storia smette di essere esclusivamente di Lidia Yuknavitch e diventa una storia che parla a molti di noi e ci dà il permesso di pensare ok, posso anch’io, posso uscire da me per essere davvero me. Ritorno ancora alle parole della regista, Kristen Stewart: “leggendo questo libro, ho sentito che Yuknavitch aveva colto qualcosa di intimamente cronologico, eppure deliberatamente fuori ordine. Proprio quella frammentazione incarna il processo di ri-narrazione del trauma: guardare alla propria vita, comprendere che i ricordi non sono fatti e riconoscere le nostre prospettive in costante mutamento. Se qualcosa ti ferisce, hai potere. Hai una voce. Da che mondo è mondo, le donne sono state oppresse, invitate a tacere, costrette a portarsi dentro una vergogna profonda. Quel peso condiviso pulsa nella coscienza collettiva femminile”.

L’immaginario di Lidia Yuknavitch ha preso vita sullo schermo. L’ho pensato fin dalla prima inquadratura e via via davanti alla successione di tagli e immersioni (nei liquidi, nei gesti, nelle singole azioni, negli sguardi), alle inquadrature ravvicinate quasi soffocanti sul corpo di Lidia bambina e poi adolescente, sugli occhi, sulla bocca soprattutto quando il film racconta, per istantanee e suoni immersivi, gli abusi paterni e l’assenza materna. Immagini che affiorano e si sottraggono come ricordi. La riproduzione della memoria avviene anche attraverso la scelta di girare in sedici millimetri, mantenendo le imperfezioni della pellicola, trasformandole nella materia stessa che viene riscritta da Lidia Yuknavitch. Su questa mancanza di struttura e sulla frammentarietà dei ricordi, Stewart ha detto che proprio questi elementi hanno “conferito al film una sua psiche (…). Ho messo insieme tutto ciò che amavo, gli elementi tratti dal libro che volevo divorare perché desideravo metabolizzarli. Li visualizzavo, cercavo di individuare le relazioni tra quelle immagini e le disponevo in un certo ordine, seguendo i nessi logici tra l’una e l’altra; così facendo, ho personalizzato il mio rapporto con il libro. Il processo di scrittura doveva essere profondamente intrinseco, aperto all’esplorazione e all’effimero. Alla fine, la sceneggiatura che ha ottenuto i finanziamenti era talmente densa che, quando siamo arrivati ​​al dunque, era come se avessi realizzato cinquecento film diversi, proprio perché non sapevo cosa sarebbe successo. Volevo poter costruire una memoria psichica stratificata di ciò che avevamo fatto sul set. Ho tagliato via metà del film. Avevamo girato molto di più. Abbiamo continuato a selezionare e scremare finché non ho capito: ecco i collegamenti emotivi”.

Annie Ernaux, in uno scritto in cui parla di Woolf, Breton e Perec, rievoca una lettera di Virginia Woolf a Vita Sackville-West: “Credo che la cosa principale nell’iniziare un libro sia sentire, non che si può scriverlo, ma che esiste al di là di un abisso (…) che si può attirarlo a sé: lo si può attraversare solo con un sospiro affannoso”. Questo è accaduto a Lidia Yuknavitch e poi a Kristen Stewart. Entrambe hanno fatto esistere l’opera portandola al di là dell’abisso e hanno cercato una forma capace di attraversarlo. Se guardiamo bene, alla fine di questo attraversamento ci scontriamo con la domanda iniziale, “mi è successo davvero?” e per rispondere a questa domanda (benché convinta che sia impossibile trovare una risposta definitiva), credo sia bene concentrarsi sulla forma che può assumere la realtà quando viene attraversata dal corpo, dalla memoria e dalla scrittura. E soprattutto su quale posizione possa occupare, dentro la storia, chi ha vissuto certi accadimenti. Scrivere e filmare non cancellano il trauma, ma danno la possibilità di riscrivere la propria storia, diventare, nuovamente, autori e autrici della propria esistenza.

E allora “quanto bisogna nuotare per raggiungere se stessi?”, si domanda Yuknavitch: parecchi chilometri, tutta la distanza che separa ciò che ci è accaduto da ciò che, raccontandolo, riusciamo a farne.

 

La cronologia dell’acqua è un film scritto e diretto da Kristen Stewart, con Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Charles Carrick, Tom Sturridge, Susanna Flood, Esmé Creed-Miles, Kim Gordon, Michael Epp ed Earl Cave, basato sull’omonimo memoir di Lidia Yuknavitch, pubblicato in Italia da Nottetempo. Distribuito in Italia da Wanted Cinema. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, ha vinto il Prix de la Révélation al Festival del cinema americano di Deauville. Per il suo esordio nel lungometraggio, Kristen Stewart ha ricevuto il Rising Star Director Award allo SCAD Savannah Film Festival.

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