Genealogie del materno. In Dialogo con Marialaura Simeone

a cura di Francesca Grispello

Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia o ad affrescare stati d’animo ma scavano archeologie emotive, mappando territori in cui il corpo, la memoria e la parola si fondono. È il caso di Genealogie del materno di Marialaura Simeone, un vero e proprio archivio poetico ed esistenziale che attraversa le stanze del tempo per ricucire i fili invisibili e complessi che legano le madri alle figlie, biologie reali, sognate e immaginarie. Tra echi, non detti, eredità di sangue e di silenzio, la scrittura di Simeone si fa strumento d’indagine e di canto, un approdo per esplorare la natura più profonda dell’origine. Attraverso la carne e la geografia della memoria, fino a toccare i paradossi più intimi del nostro essere qui. La scrittura è ciò che permette di trasmettere, generare altro in chi legge. Il gesto dell’imprimere segno tramanda e ricama.

Cerco parole che possano essere le mie

o almeno alle mie far da sorelle

Il titolo Genealogie del materno, evoca immediatamente una mappatura, una ricerca di fili che collegano storie, corpi e generazioni. Qual è stata la scintilla iniziale, la necessità profonda — personale o letteraria — che ti ha spinta a metterti sulle tracce di queste linee di discendenza e a interrogarle proprio ora?

La scintilla è nata da una vera e propria necessità – dici bene – di riordinare un archivio letterario ed esistenziale, di recuperare una dimensione del materno in una prospettiva molto più ampia rispetto a una certa narrazione e insieme di raccontare la mia esperienza personale, che inevitabilmente ha fatto i conti con l’immaginario che mi ero costruita negli anni. Il libro, come dico sempre, ha avuto una gestazione lunga e una nascita immediata. Venivo da anni di ricerca accademica sulle scrittrici madri e sul pensiero femminista in rapporto alla maternità, ma appena ho messo letteralmente il punto al libro precedente (Un fuoco grande. Bianca Garufi, Les Flâneurs Editore), un libro in cui ha giocato molto lo scavo nella mia vita e nel mio inconscio, ho capito che non poteva bastarmi la scrittura saggistica. Non potevo rendere la complessità di un’esperienza che ha a che fare con il corpo, il pensiero, la memoria, le aspettative sociali, con il linguaggio del saggio. Dovevo attingere a una dimensione simbolica, evocativa diversa.
Interrogare una genealogia è oggi più importante che mai. Mi sembra che si stia perdendo un po’ la memoria in tutti i campi ed è necessario, quindi, guardare a chi ci ha preceduto, ripercorrere le tracce di chi ha lottato prima di noi, riannodare i fili di un passato che è sempre anche visione del futuro.

Tutte dobbiamo fare i conti

con il potere tremendo della maternità

Tutte dobbiamo fare i conti
con il tremendo amore materno

inevitabile

immensurabile.

Trovo necessaria la pratica di esplorazione di tutte quelle voci che ridefiniscono i confini dell’esperienza. Spesso il concetto di materno viene schiacciato su stereotipi biologici o sociali, eppure nella tua opera emerge come una dimensione complessa, fatta di silenzi, movimento e riscritture. Quanto ha bisogno la letteratura e la filosofia dell’esperienza del materno?

Credo che ne abbiano ancora moltissimo bisogno. Per troppo tempo il materno è stato raccontato come un destino naturale, per poi contrapporgli in maniera netta il pensiero dell’anti-materno. A me interessava restituirgli la sua complessità. Nel libro cito, tra le altre Adrienne Rich, che distingueva la maternità come esperienza e come istituzione e tante scrittrici, da Annie Vivanti a Lidia Ravera, che hanno conciliato perfettamente i due ambiti, trovando anzi nuova linfa per le proprie opere nell’esperienza della maternità. La stessa Sibilla Aleramo di fatto si è scoperta scrittrice parallelamente al diventare madre. E mi piace pensare che oggi non sarebbe stata costretta a scegliere tra la libertà individuale e la cura materna, e di conseguenza a subire il rifiuto da parte del figlio fino all’età matura. Piuttosto sarebbe stata un motivo di orgoglio e un modello da seguire.

Per questo dobbiamo smettere di ragionare ancora per aut aut (“aut liberi aut libri”). Bisogna rintracciare una genealogia femminile – come auspica Aida Ribero in Procreare la vita, filosofare la morte – fondata (anche) sul riconoscimento del diritto materno per tracciare nuovi percorsi di libertà e di emancipazione. C’è una poesia dedicata a Carla Lonzi, per esempio, o a Audre Lorde, ci sono tanti riferimenti al pensiero della differenza, a Luisa Muraro, ad Adriana Cavarero. Ma c’è anche beninteso il riconoscimento del diritto a non averne o a essere madre nel modo in cui si preferisce. La maternità non riguarda soltanto chi ha figli. Una donna può generare figli, fare da madre a quelli degli altri e farsi gravida di libri, idee, relazioni, mondi. Del resto cercando le scrittrici-madri ho trovato le Madri della mia scrittura… E poi, sempre per citare Rich, siamo tutti “nati di donne”, anche da figlie e da figli facciamo inevitabilmente esperienza della maternità.

Nelle tue Genealogie, che ruolo giocano la geografia e i luoghi — reali o simbolici? C’è una forma di territorialità, una sorta di isola della memoria, in cui queste madri e queste figlie si incontrano o si respingono?

Bella domanda! In un certo senso il libro è una sorta di mappa per orientarsi nel pensiero delle donne, che potremmo poi definire una geografia relazionale. Ci sono donne di tempi e luoghi diversi, ci sono quindi donne che si incontrano nel libro e ci siamo noi donne di oggi che torniamo a tessere i fili delle relazioni, con loro e tra di noi. Ci sono donne reali e personaggi del mito, ci sono io in qualità di voce narrante e ci sono io nella mia concretezza di persona reale, c’è mia madre e ci sono i miei figli. Un’immagine che ritorna nel libro è quella della costellazione: ecco il luogo è questo, un cielo dove ricomporre i legami e ridisegnare la propria identità. L’intenzione è sempre quella di incontrarsi, di capirsi, di perdonarsi se necessario, mai di respingersi.

Scrivere il materno significa istoriare con ciò che non è mai stato detto, con i non-detti che si tramandano di generazione in generazione. Nel processo di scrittura di questo libro, come hai lavorato sul linguaggio e sulle traduzioni?

Ho cercato di trovare un linguaggio capace di tenere insieme l’esperienza personale e quella collettiva. Il libro è attraversato continuamente dalle parole di altre donne. Ho dialogato con scrittrici, teoriche, artiste, senza mai limitarmi alla semplice citazione: ho scelto quelle voci che erano la mia stessa voce e ho cercato di trasformare le altre in materia poetica. Ho voluto inserire inserti di altre lingue sia per dare la misura di un progetto collettivo o, per tornare alla metafora precedente, di una mappatura più ampia. Ho utilizzato quasi esclusivamente traduzioni già in commercio, ma talvolta ho modellato la voce di un’altra sulla mia perché volevo mostrare la difficoltà di trovare una propria lingua. Volevo giocare simbolicamente su quella che si dice, non a caso, “lingua materna”. Mi viene in mente, a tal proposito, il discorso inaugurale al Bryn Mawr College nel 1986, di Ursula K. Le Guin. Dobbiamo “disimparare” dalla lingua e dalla cultura maschile per impararne una nuova, anzi per “riapprendere” la lingua madre: un modo di pensare e di sentire che non teme la vulnerabilità, che non riduce il mondo a gerarchie, che non misura il valore in forza, dominio o competenza riconosciuta. Una lingua che dà credito all’esperienza vissuta, alle intuizioni, alle memorie corporee, alle storie minori; una lingua che si costruisce nell’ascolto delle altre e degli altri, che ridà autorità a chi non ne ha mai avuta, alle donne, ai bambini.

Il futuro, il senso del fare genealogia. Ricostruire una linea materna non serve solo a capire da dove veniamo, ma anche a immaginare dove stiamo andando. Qual è il testimone, l’eredità più preziosa – o forse la domanda più urgente – che speri questo libro consegni a chi legge, e in particolare alle nuove generazioni di donne e scrittrici?

Mi piacerebbe che questo libro ricordasse alle nuove generazioni che esistono genealogie femminili ricchissime, spesso dimenticate, e che conoscere chi ci ha precedute significa avere più strumenti per immaginare il futuro. Ho attinto alla “mia” genealogia, sperando di dare la misura della pluralità e ricchezza di voci che hanno risuonato dentro di me: da Mary Wollstonecraft a Hélène Cixous, da Olympe de Gouges a Virginia Woolf, da Mary Shelley a Sylvia Plath, da Louise Bourgeois a Marlene Dumas, e tantissime altre: Muraro, Cavarero, Banti, de’ Giorgi, Bonanni, Garufi, Ginzburg, Duras, Ernaux, Ferrante, Morante, Mangiacapre… L’eredità più importante è proprio questa: sapere che ciascuna può aggiungere la propria voce, la propria unicità e, insieme, riconoscersi in una comunità di donne che hanno creato pensiero, arte e poesia. Ritrovare la possibilità – come dico nei miei versi – di partorire figli e partorire parole.

Produrre e riprodurre

Senza quel libro di Lidia Ravera

non avrei mai pensato si può fare

Non così

Mi ha convinta come nessuna

che potevo continuare a essere una

e insieme indissolubilmente legata

a un figlio, a una figlia

Essere individui, essere madri

Continuare a sentire il potere creativo della mente

e intanto

inabissarsi

nel potere del corpo

Ogni genealogia si costruisce guardando indietro, ricostruendo i pezzi di chi ci ha preceduto per capire chi siamo. Ma se tu potessi compiere il percorso inverso e farti madre della tua stessa madre, se potessi partorire tu colei che ti ha dato la vita, quale parola o quale silenzio le insegneresti prima ancora che quel destino diventi il tuo? È possibile, attraverso la poesia, sanare una ferita che è nata prima di noi?

Mi piacerebbe approfondire la “sindrome degli antenati” di Anne Ancelin Schützenberger, il fatto che, senza volerlo, portiamo dentro di noi memorie, traumi, ferite che non ci appartengono direttamente, ma che attraversano le generazioni. Non possiamo davvero diventare madri delle nostre madri, ma possiamo diventare custodi di uno sguardo nuovo su di loro. Possiamo riconoscere che anche loro, prima di essere madri, sono state figlie, portatrici di altre attese, di altre mancanze, di altri silenzi. Allo stesso modo la poesia non serve tanto a “guarire” il passato, quanto ad assumere una posizione nuova nei suoi confronti.


Una città

Una qualunque città della Francia. In una libreria-bistrot

Un panorama

Non c’è gara: il panorama del golfo di Pozzuoli dalla casa materna
Un profumo

L’erba appena bagnata dalla pioggia
Un pasto

Qualcosa con cui accompagnare un bicchiere di vino
Un gioco

Inventare storie sempre nuove per i miei figli
Un viaggio

Da sola, in Argentina: Buenos Aires, Córdoba, Alta Gracia. C’ero finita letteralmente per caso.
Un brano musicale

Difficilissimo sceglierne uno che valga “per sempre”. Ti dico, quindi, il primo dalla playlist del mattino con cui mi do la carica in questo periodo: Laissez-moi danser di Dalida.
Un colore

Quello dell’ora blu
Un sogno

che la mia vita io renda degna del mio desiderio

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