“Il teatro è la mia bambola preferita”. Omaggio a Serena Barone

 

di Ivana Margarese

Immagine in copertina di Rori Palazzo

 

Di recente, la Sala Strehler del Teatro Biondo di Palermo ha ospitato un evento per ricordare il talento poliedrico e connettivo di Serena Barone. Attrice palermitana formatasi alla scuola Teatès di Michele Perriera, ha attraversato con passione, rigore e poesia oltre quarant’anni di palcoscenico, collaborando con figure decisive del panorama teatrale nazionale e cittadino come Franco Scaldati, Claudio Collovà ed Emma Dante. Per quest’ultima ha interpretato, sia a teatro sia al cinema, il ruolo di Lina ne Le sorelle Macaluso, una figura inquieta e dolente rimasta impressa nella memoria del pubblico. Sul grande schermo ha prestato il suo volto anche a produzioni come Baarìa e La bocca dell’anima. Per raccontare questa straordinaria interprete, capace di coniugare una fiera intensità con una commovente vulnerabilità, ho chiesto a Guido Valdini di rispondere ad alcune domande.

Fotografia di Letizia Battaglia

Il teatro è la mia bambola preferita è il titolo evocativo dell’evento che il Teatro Biondo ha dedicato a Serena Barone, celebrando il suo straordinario talento e al suo impegno. Da dove nasce questa frase e perché è stata scelta per rappresentarla?

 Serena pronunciò questa frase in risposta a una domanda di Thierry Salmon, quando tanti anni fa (mi pare il 1996), durante un laboratorio propedeutico a un memorabile spettacolo (L’assalto al cielo), il celebre regista belga chiese agli attori cosa fosse per loro il teatro. Una frase che abbiamo, così, quasi naturalmente, legato ad una fotografia di Rori Palazzo (realizzata per una mostra di qualche anno fa) che la ritrae con un giocattolo in mano, appunto una bambolina. In varie lingue, la parola “recitare” coincide con la parola giocare (play, jouer, etc). Per Serena (come per tante bambine), la bambola era l’oggetto preferito del gioco, ma non tanto (o non solo) semplice simbolo mimetico, o strumento protettivo tipico del femminino, bensì anche modalità privilegiata di relazione amorosa (di bellezza, di tenerezza) con sé stessa e col mondo. Ed ecco perché Serena la identificava con il teatro, per lei il modo più profondo, fantasioso, direi necessario, di stringere un rapporto d’amore. Bambola come gioco, gioco come teatro. Il suo teatro. Questo binomio sintetizza la sensibilità visionaria di Serena, la sua incantevole delicatezza coniugata alla sua superiore dimensione immaginativa. Attraverso le quali, sul palcoscenico come nella vita, Serena mostrava la sua arcana capacità di andare oltre, di essere, in qualche modo, altrove.

 Durante la serata, Gigi Borruso ha ricordato Serena citando le parole del Gabbiano di Čechov: “Mi sembra di essere su una nave che abbia tutte le vele spiegate”. Partendo da questa bellissima immagine, che restituisce un senso di assoluta libertà e slancio, ci potrebbe regalare un suo personale ritratto di Serena?

 Credo di avere risposto a questa domanda, legata alla precedente: Serena era una persona rara, assolutamente libera e pronta allo stupore, che sapeva darsi e abbandonarsi come pochi. Una bambina saggia con una promessa d’amore, fragile e fortissima ad un tempo. Per lei realtà e fantasia erano interconnesse: da qui tutta la gioia e tutta la sofferenza che le vicende della vita le procuravano, senza difese ma sempre con un indomabile entusiasmo.

 Serena è stata ricordata da molti per la sua poliedricità, per la rara capacità di dare un’anima a figure radicalmente diverse tra loro. Spesso gli interpreti rischiano di restare ancorati a un cliché o a uno stesso tipo di personaggio: da dove derivava, secondo lei, questa sua straordinaria versatilità?

 L’artista Serena aveva una straordinaria duttilità: sapeva passare dai toni tragici a quelli comici, dal dramma all’ironia, dal grottesco alla clownerie con estrema naturalezza; e passava con altrettanta forza, disciplina e curiosità dal teatro di tradizione a quello di sperimentazione. A cosa si deve questa sua capacità, non lo so. Probabilmente, al suo talento naturale, alla sua profonda interiorità, ad una particolarissima luce nel suo sguardo, ma anche alla capacità di ascoltare i grandi maestri.

Foto di Antonio Pistillo


Accanto alla figura di Serena, viene naturale accostare altri due artisti che hanno segnato profondamente la cultura e l’identità di Palermo: Letizia Battaglia e Michele Perriera. Che tipo di legame, umano e intellettuale, univa queste tre anime creative?

 Fra i tre c’è stata una grande intesa di affetti. Letizia aveva una sorta di culto per Serena, soprattutto per il suo slancio di darsi senza barriere; non a caso, nel suo film Fine della storia, Serena è metafora di Palermo. Michele poi è stato il suo primo maestro, con tutto quello che questo significa per un’adolescente che vuole fare teatro, cioè mettersi in pasto al pubblico. Michele l’adorava anche per quella sua capacità di farsi corpo sul palcoscenico; inusuale per un’anima farsi oggetto, passare dalla carne al fantasma e viceversa. In maniera diversa, Serena riusciva a interpretare la creatività di Letizia e Michele restituendo loro la propria genialità.

 Mi piacerebbe farle una domanda anche sul valore dell’amicizia nella sua vita. In tanti e tante l’hanno ricordata con grande gratitudine.

 L’amicizia sincera, il legame sentimentale puro erano la vita per Serena. Con i suoi colleghi e colleghe sapeva essere attenta, trasparente e premurosa, lontana da quei vizi che spesso invadono la vita quotidiana del teatro, come l’invidia, la rivalità, il pettegolezzo. Non sapeva cosa fossero. Ecco perché tutti la ricordano con eguale affetto e riconoscenza.

 Vorrei chiudere con una domanda sul premio per giovani attrici che è stato creato e che porta il suo nome.

 Il Premio a lei dedicato vuol essere la testimonianza non effimera del riconoscimento dei suoi valori. Serena amava i giovani e desiderava confrontarsi con loro. Un premio che possa valorizzare le nuove generazioni, invogliandole a questo difficile, ingrato e straordinario mestiere, ma soprattutto rivolto agli attori e alle attrici che possiedano qualità performative ingegnose, profonde e non banali, mi sembra il modo migliore di trasmettere la sua bella memoria.

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