Il respiro del giardino. In dialogo con Floriana Porta

a cura di Francesca Grispello

C’è un modo di stare al mondo che somiglia a un ascolto ininterrotto, una postura dell’anima che non separa il segno grafico dal battito della parola. Floriana Porta abita questa soglia con la naturalezza di chi sa che l’arte non è un manufatto, ma un accadimento. Pittrice, poetessa, instancabile cercatrice di corrispondenze, Floriana affida le sue visioni a supporti che sfidano la durata: foglie, frammenti di natura, superfici inusuali dove l’acquerello si posa come rugiada.

In occasione dei 140 anni dalla scomparsa di Emily Dickinson, il suo nuovo lavoro poetico Nel giardino dei tuoi passi con Pecore Nere Editorial si configura come un pellegrinaggio laico tra i sentieri della poetessa di Amherst. Non è una semplice celebrazione, ma un dialogo serrato tra due solitudini che si riconoscono nella cura del dettaglio, nell’infinitamente piccolo che si fa universo. Per Morel, Floriana ha scelto di donare in anteprima dei versi; l’abbiamo incontrata per farci raccontare questa geografia del silenzio, dove la pittura diventa l’unico alfabeto possibile per tradurre l’ineffabile.

Floriana, c’è sempre un istante preciso in cui una voce del passato smette di essere “letteratura” e diventa “presenza”. Quando e come è avvenuto il tuo primo incontro con Emily Dickinson? È stata una scoperta graduale o una folgorazione improvvisa?
È stata una scoperta lenta, graduale. Emily si è fatta spazio dentro di me poco alla volta, poesia dopo poesia, pagina dopo pagina. Immagina una ghianda che diventa quercia: non puoi forzarla a fiorire, deve trovare il tempo e il terreno giusto, giusto? Ecco, è così che lei è cresciuta in me, senza fretta. Questa metafora credo sintetizzi molto bene tutto il processo creativo che sta alla base di questa mia appassionata ricerca artistica e poetica. Una ricerca mentale, spirituale ed emotiva. Però, effettivamente, c’è stata, a un certo punto, anche una “folgorazione improvvisa”, come dici bene tu, e l’ho vissuta soprattutto verso la fine di questa mia lunga “investigazione” su di lei, se devo dirla tutta: è come se avessi tenuto sempre la porta socchiusa sul suo “giardino poetico” e poi lei, senza avvertire, lo avesse improvvisamente spalancato! È in quel preciso momento che ho capito di aver finalmente “catturato” tutta la sua anima, “impadronendomene” completamente e non solo di una piccola parte. L’arte è il gesto di chi non semplicemente osserva qualcuno o qualcosa – passivamente e in modo distaccato – ma di chi accoglie, interiorizza e trasforma un’assenza in presenza; mi piace pensare, infatti, di aver “liberato” la Dickinson da un lungo silenzio, restituendole un soffio vitale, un nuovo respiro.

Nelle tue opere la materia non è mai un semplice contenitore. Penso al tuo lavoro su supporti inusuali; che tipo d’urgenza c’è nel dipingere su ciò che è destinato ad altro? È un modo per fermare il tempo o per assecondarne la caducità?
Il mio vuol essere un modo, suggestivo e originale, per eternizzare, impreziosire e valorizzare, artisticamente, certi materiali poveri, caduci e fragilissimi. Ad esempio dipingere a tempera su una foglia secca ha, secondo me, un grande valore simbolico, perché la foglia rappresenta il ciclo di rinnovo naturale dell’albero e viene spesso paragonata alla fragilità umana. La foglia è un albero in miniatura! Questo è un tema molto caro a René Magritte, che ho fatto mio. In un mio aforisma ho scritto: “Le parole, come foglie di un unico albero, non si cercano, si appartengono”.
Oltre le foglie ho dipinto diversi altri materiali molto delicati: pagine poetiche, spartiti musicali, buste postali, ventagli e fogli di carta di riso. Anch’io nutro, come Emily, un profondo rispetto per i frammenti di carta: i foglietti strappati, i bordi di giornali, e persino gli involucri dei cioccolatini, non li considero semplici materiali di fortuna, ma vere e proprie estensioni della “nostra” (sua e mia) poetica.

Oltre alla Dickinson, quali altri poeti o artisti hanno contribuito ad affinare la tua sensibilità? C’è qualche “maestro invisibile” della pittura o della parola che senti camminare accanto a te mentre lavori?
Sì, sono molti i “maestri invisibili” che hanno guidato, e guidano tuttora, la mia penna e il mio pennello: il poeta Mario Luzi (la cui opera intreccia ermetismo, tempo, natura ed eternità), il pittore Fernando Bibollet (il mio professore di Ornato al Liceo Artistico R. Cottini che mi ha insegnato la tecnica dell’acquerello, facendomene letteralmente “innamorare”), il pensatore e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin (nel suo pensiero la materia, lo spirito, la natura e il femminile si fondono in un unico e profondo processo evolutivo), la filosofa María Zambrano (nella cui scrittura mistica e poesia si fondono, magistralmente, in un’unica esperienza) e Matsuo Bashō (che, attraverso i suoi haiku, mi ha insegnato a percepire la realtà piuttosto che descriverla). Ma il mio più grande maestro è stato Alessandro Porta, mio padre: un importante designer, illustratore e pittore, che mi ha tramandato la passione della pittura e della creatività. Una passione vorticosa, inarrestabile e travolgente.

La tua pittura sembra spesso abitare quel “mondo altrove” così caro ad Emily. In che modo la sua poesia si trasforma in segno grafico nel tuo immaginario? È un’ispirazione che guida la mano o un’affinità elettiva che si palesa a lavoro finito?
La mia mano segue, senza sforzo, i suoi versi, e si crea così una connessione, molto profonda e diretta, tra le mie immagini e le sue emozioni, legate al silenzio, alla natura e ai colori. Ne traduco l’atmosfera eterea, enigmatica e intima, creando una continuità espressiva tra la parola scritta e il colore steso sulla carta. Quel suo “mondo altrove” diventa la “casa” del mio impetuoso immaginario.

Il tuo nuovo libro, “Nel giardino dei tuoi passi”, celebra una ricorrenza importante. Perché hai scelto proprio la metafora del “giardino” per ripercorrere i passi della poetessa? È un luogo fisico di terra e radici o un recinto sacro dove la parola e il colore finalmente si fondono?

Il giardino di Emily rappresenta, secondo me, tutte e due le cose: un luogo fisico che, come dici bene tu, raduna a sé terra, radici, semi e frutti. Emily nutriva una grande passione per la natura (alberi, fiori, insetti, piccoli animali e fenomeni atmosferici sono infatti molto presenti nelle sue poesie) e ho riportato in vita, se così si può dire, con le mie opere, il suo “giardino poetico” nel quale risuonano ancora, decisi, i suoi passi. Ma il “giardino” può essere considerato anche, a tutti gli effetti, un “recinto sacro” nel quale la parola poetica e il colore (in questo caso il mio blu) si fondono insieme, con impeto, con irruenza! Assieme creano quella presenza della quale parlavo prima. Una presenza che prende vita e che sembra dirmi: “Nel tuo blu ho trovato la mia forma”.

Dopo quasi un secolo e mezzo, la voce della Dickinson sembra ancora parlarci sottovoce. Nel curare questo volume, qual è l’aspetto della sua “assenza” che hai sentito più presente, e come hai cercato di tradurlo visivamente tra le pagine?
Mi affascina molto il rapporto assenza-presenza. L’assenza è la scintilla dalla quale nasce l’opera d’arte, cioè espressione della vita. E la presenza è il tempo che si dilata attorno alla sua forma. Un tempo interiore, infinito, che non si misura con l’orologio che teniamo al polso, ma che ci permette di sostare, riflettere, contemplare e in qualche modo, crescere.

C’è un silenzio molto eloquente nei tuoi acquerelli, una rarefazione che ricorda quasi la disciplina Zen. Come decidi quando un’opera è abbastanza nuda da poter essere considerata conclusa?
Bellissima domanda! Nello Zen, e più in generale, in tutte le arti e discipline orientali, seguire una sola regola: l’essenzialità. Nel Sumi-e, ad esempio, non servono dettagli superflui o correzioni; l’inchiostro si posa sulla carta una sola volta, spontaneamente. Idem per lo Haiku. Anche lo Zen, la ricerca spirituale, mira a eliminare il superfluo per giungere alla verità interiore e al “vuoto”, inteso non come assenza, bensì come spazio pieno di possibilità. La meditazione (Zazen) porta a liberarsi dai pensieri inutili per connettersi con la realtà presente. Il vuoto permette all’essenza del soggetto di emergere e respirare. Anch’io, sia nell’arte sia nella vita, seguo la regola orientale del “togliere” invece che “aggiungere”, per rivelare la natura autentica delle cose. L’acquerello mi aiuta molto a capire quando devo fermarmi, quando l’opera è conclusa. Sai come me ne accorgo? Quando ho detto tutto quello che dovevo dire con pochissime pennellate.

In questo volume, poesia e arti visive sembrano cercarsi continuamente. Credi che ci siano soglie emotive che la parola non può varcare e che solo il pigmento può attraversare, o viceversa?
La parola ha dei limiti. Ho ripreso il pennello in mano infatti, dopo tanti anni di pausa riflessiva, perché mi sono accorta che quello che non riuscivo ad esprimere con le parole mi era facile e immediato con l’uso della pittura. Sono due mondi, quello della letteratura e quello dell’arte visiva, mai contrapposti, che si completano a vicenda. Parola e pigmento sono come due anime gemelle.

Lavorare su supporti inusuali richiede una cura estrema, quasi una devozione. Questa fragilità del materiale ti aiuta a entrare meglio in contatto con la “creatura” che stai ritraendo?
Assolutamente sì. Prediligo materiali, come dicevo prima, violabili al tempo. Rappresentano la fragilità e la vulnerabilità dell’umanità: una dimensione umana mortale, tanto cara a Emily.

Nel tuo processo creativo, l’isolamento è una barriera che ti protegge dal rumore del mondo o è piuttosto il ponte necessario per raggiungere l’essenza delle cose?
È una casa. Questa parola mi ha subito colpito. Per Dickinson la sua casa era il suo rifugio interiore, dove tutto accadeva. Chiusa in casa, infatti, per tutta la vita, Emily ha scritto versi memorabili. Anch’io ho un rapporto “viscerale” con la mia casa, le mie opere più importanti, infatti, sono nate lì: quando i miei occhi, le mie mani e il mio pennello dialogano con il luogo a me più caro, si accende, di colpo, il mio processo creativo e niente e nessuno può fermarlo! Emily diceva “Dove tu sei, quella è casa.” E io aggiungo: “L’arte è la mia casa vivente”.

È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.

Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.

Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.

Si riapre
come una ferita di luce.

E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi.

* * *

Tu, girovaga dell’enigma,
prosciughi questo diluvio
con i tuoi sensi infuocati.

Solo il buio che sfugge
corre il rischio di ferirsi.

In fondo, spezzarsi è morire
in un balzo di versi.

* * *

Fiore, non resta che un petalo
del tuo corpo ferito.

Un sogno d’indaco
che nessuno vedrà.

* * *

tronchi segreti
invocano bellezza –
ronzii d’ape

* * *

iris sfioriti –
il nettare del cielo
è solo ombra

Floriana Porta
Pittrice, poeta, fotografa e illustratrice, si dedica alla fusione tra la parola scritta e la creazione artistica. Ha pubblicato quindici libri, è presente in numerose antologie e collabora con importanti siti e blog culturali. Allieva di Fernando Bibollet e di Antonio Carena, ha frequentato il Liceo Artistico Renato Cottini a Torino e due anni l’Accademia Albertina di Belle Arti sempre nel capoluogo piemontese, sezione Decorazione, guidata da Nino Aimone. Ha esposto i suoi acquerelli e le sue chine in diverse mostre legando la figura femminile alla natura e alla sacralità della bellezza. Il suo stile è introspettivo e onirico; una pittura, la sua, tesa ad enfatizzare il colore e a caricarlo del massimo significato. La poesia e la delicata pittura ad acquarello si fondono nelle opere dedicate ad Emily Dickinson, avviando un congiunto processo di riflessione introspettiva sulla delicata gestualità e sulle parole, che prendono vita in disegni che paiono dissolversi nell’aria e sui supporti cartacei.

1 Comment
  • Emma Di Stefano
    Posted at 11:15h, 09 Aprile Rispondi

    Floriana Porta. Artista che seguo da anni con grande interesse.

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