10 Mar Transfughi di classe: letteratura e sociologia nella scrittura di Didier Eribon, Annie Ernaux e Édouard Louis
DI SARA DURANTINI
Già dal titolo, Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo di Didier Eribon appare come una dichiarazione d’intenti. Raccontare (ma potrei dire anche vivisezionare, scavare, analizzare) la vita, la vecchiaia e la morte della madre, donna del popolo per eccellenza che diventa, nel corso della narrazione, icona di tutte le donne delle classi popolari, significa restituire interezza narrativa a un’esistenza che, nella maggior parte dei casi, resta ai margini della storia e della rappresentazione. In questo senso, il libro di Didier Eribon si colloca in quella linea di scritture che richiamano da vicino le opere di Annie Ernaux e, per prossimità, quelle di Édouard Louis, opere in cui la memoria familiare diventa indagine sociologica e denuncia politica del sistema servendosi di una scrittura che attraversa l’intimità per interrogare le strutture di classe e di genere. Basti pensare a Una donna di Annie Ernaux, che ripercorre la vita della madre, una vita di fatica tra fabbrica e bar-drogheria per dare alla figlia quelle possibilità che lei non ha mai avuto, fino ad arrivare all’ultima stagione della sua esistenza in una casa di riposo malata d’Alzheimer, così come e Lotte e metamorfosi di una donna di Édouard Louis che racconta la vita della madre segnata dalla povertà, dall’isolamento e dalla violenza maschile, un’esistenza schiacciata da strutture sociali e di genere dalle quali riesce a risorgere trasformando e ritrovando la propria identità. In questa linea, dicevo, si inserisce la ricerca di Didier Eribon, la sua indagine che punta a riportare alla luce, attraverso la scrittura, la storia delle classi popolari a partire dalla genealogia familiare che diventa, così, uno strumento di analisi sociologica e politica.
Sociologo e filosofo noto per le sue analisi della mobilità sociale e delle identità di classe al centro di opere come Ritorno a Reims, Didier Eribon, (che ha più volte riconosciuto in Annie Ernaux una figura di riferimento per il modo in cui la scrittura può intrecciare esperienza personale e analisi sociale) proprio Con Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo, torna a interrogare la propria storia familiare, scegliendo di raccontare la vita della madre come parabola dell’esperienza femminile nelle classi popolari francesi del secondo Novecento. Come nel caso dei libri di Ernaux e Louis, anche qui la biografia materna diventa sia un atto di riparazione simbolica, sia un dispositivo di analisi della violenza strutturale che fagocita la figura materna che crea una trama in cui autobiografia, letteratura e sociologia si intrecciano fino quasi a confondersi.
Questo gesto di raccontare la vita della madre come oggetto di analisi letteraria e sociologica assume un significato ancora più complesso se lo si osserva a partire dalla posizione stessa di Didier Eribon che, come Annie Ernaux ed Édouard Louis, appartiene infatti a quella categoria che la sociologia contemporanea definisce transfuga di classe: individui che, attraverso gli studi e l’accesso alla cultura, hanno attraversato lo spazio sociale abbandonando il mondo popolare d’origine per entrare in quello intellettuale. Questa traversata ha implicato una distanza, spesso dolorosa, dal proprio ambiente familiare e sociale e generato quella forma di scissione identitaria tipica dei transfughi e che si può riassumere nell’appartenere ormai a un altro mondo senza sentirsi mai completamente legittimi al suo interno e, allo stesso tempo, guardare al mondo d’origine con uno sguardo inevitabilmente trasformato.
Nel caso di Didier Eribon, la sua scrittura di transfuga di classe nasce esplicitamente dall’incontro tra autobiografia, filosofia e sociologia. Prima ancora di rivolgersi alla propria storia familiare, Eribon aveva già costruito il proprio percorso intellettuale all’interno del perimetro sociologico, confrontandosi con autori come Michel Foucault e Pierre Bourdieu e sviluppando una riflessione sulle strutture della dominazione sociale. Quando decide di raccontare la propria storia familiare, e in particolare quella della madre, lo fa, dunque, a partire da una posizione teorica già consolidata. Per Eribon, la scrittura del transfuga diventa così uno spazio di indagine in cui l’esperienza personale viene continuamente interrogata alla luce delle categorie sociologiche. Il racconto della madre è un modo per comprendere proprio il funzionamento di quelle strutture sociali che hanno segnato la vita delle classi popolari francesi. Anche il linguaggio riflette questa postura: un discorso analitico, attraversato dal lessico della sociologia, che rende esplicito il suo punto di vista, un discorso che ci obbliga a fermarci, a rileggere e ricercare anche i numerosi riferimenti intertestuali.
Per Annie Ernaux il rapporto tra letteratura e sociologia ha seguito invece una traiettoria diversa. Ernaux ha riconosciuto come la sociologia, a posteriori, le abbia fornito i termini necessari per comprendere la propria esperienza, permettendole di conoscere, e quindi nominare, la condizione del disertore di classe. Nella sua scrittura, tuttavia, questi strumenti teorici vengono sempre rielaborati in una forma letteraria capace di restituire la dimensione sensibile e concreta dell’esperienza vissuta. Con Édouard Louis, allievo e interlocutore di Didier Eribon, e che ha più volte riconosciuto in Ernaux una figura di riferimento, il rapporto tra autobiografia e analisi sociale assume invece un carattere ancora più esplicitamente politico. Nella sua scrittura di transfuga di classe, la narrazione autobiografica diventa uno strumento per mettere al centro la violenza sociale esercitata sui corpi e sulle esistenze delle classi popolari, così come la denuncia diretta delle strutture di dominio che determinano le traiettorie individuali.
Tre transfughi di classe che, restituendo dignità narrativa alla figura materna, danno voce all’esperienza delle classi popolari, pur adottando strutture narrative differenti. Infatti, Eribon nel passaggio da Ritorno a Reims a Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo conserva una forte impronta saggistica, alternando ricordi personali a momenti di analisi in cui la madre trova spazio come oggetto di una ricostruzione che si sviluppa nel tempo della memoria personale e della storia sociale (e qui assistiamo alla piena consapevolezza del figlio transfuga di classe e della distanza che ormai lo separa dal mondo da cui proviene); Ernaux, invece, trasforma l’impianto memorialistico e sociologico in qualcosa di ibrido, una struttura, denominata retrospettivamente, auto-socio-biografica (la sua prosa, volutamente neutra e spoglia, si colloca in quello spazio che l’autrice stessa ha definito “tra letteratura, sociologia e storia”, con l’obiettivo di trasformare l’esperienza individuale in testimonianza collettiva). La struttura di Édouard Louis sembra in parte riunire queste due istanze. Da un lato, la frammentarietà del testo (capitoli brevi, ripetizioni, pause tipografiche) richiama alcune soluzioni formali presenti anche nei libri di Ernaux; dall’altro, la narrazione mantiene un’attenzione quasi analitica verso i determinismi sociali, che ricorda l’indagine sociologica di Eribon. Il risultato è un registro più emotivo e apertamente militante: la scrittura non si limita a ricostruire una traiettoria sociale, ma mette in scena la possibilità di sottrarsi al destino imposto dalle strutture di classe e di genere.
Al di là delle differenze strutturali, di lingua o di registro, quello che spesso accade nelle opere di Didier Eribon, di Annie Ernaux e di Édouard Louis, è che la dimensione privata viene oltrepassata per assumere un significato più ampio. La biografia individuale diventa il luogo in cui si leggono le trasformazioni di un’intera condizione sociale, quella delle classi popolari da cui anche loro, e prima di tutto loro, provengono.
La loro voce sembra chiedere a sé stessi e chiederci continuamente: è possibile raccontare la vita di un altro senza tradirla? E quando questo “altro” proviene dal tuo stesso ambiente d’origine? Quanto spazio ha l’individuo dentro la struttura sociale e quanto spazio ha l’io dentro la struttura sociale? Ci sono due frasi rispettivamente di Annie Ernaux e Didier Eribon che sembrano provenire dalle pagine di uno stesso libro: “Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra letteratura, sociologia e storia” e “Oggi sono ben consapevole che è allo stesso tempo contro di essa e grazie ad essa che sono diventato ciò che sono”.
In questa tensione tra appartenenza e distanza, la scrittura diventa letteratura e riesce a restituire voce a quelle vite che la storia ha troppo spesso lasciato ai margini, e di cui sentiamo oggi un bisogno ancora più urgente in questi tempi bui che stiamo vivendo.
Bibliografia:
Demoulin, Esther, «L’autobiographie sociologique existe-t-elle», Carnets de socioanalyse. Écrire les pratiques ordinaires, préf. Andrea Daher, Paris, Raisons d’agir, 2020.
Hugueny-Léger, Élise, «Écrire le retour sur soi: postures d’engagement et d’accompagnement dans les socioanalyses d’Annie Ernaux et de Didier Éribon», in Pierre-Louis Fort et Violaine Houdart-Merot (dir.), Annie Ernaux: Un engagement d’écriture, Presses Sorbonne Nouvelle, 2015.
Jaquet, Chantal, «La distinction dans la distinction», in Les Transclasses ou la non-reproduction, Paris, Presses Universitaires de France, coll. «Hors collection», 2014.
Lagrave, Rose-Marie, Se ressaisir. Enquête autobiographique d’une transfuge de classe féministe, Paris, La Découverte, 2021; recensione in Revue critique, EcriSoi, 2022.
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