31 Gen La donna del popolo. Riflessioni tra letteratura e sociologia in Annie Ernaux ed Édouard Louis
DI SARA DURANTINI
Mi ha sempre affascinata l’espressione “donna del popolo” perché coniuga, in modo quasi immediato, istanze artistiche e letterarie, sociologiche e storiche. Se penso all’arte, la mia mente corre a donne del popolo passate alla storia pur non essendo figure eroiche ma corpi spesso indistinti, rappresentati nel momento della fatica, come Le spigolatrici di Jean-François Millet. Questi corpi, assorbiti in una necessità materiale della loro giornata quotidiana uguale a tutte le altre, si situano in contesto, in un posto, in un preciso momento della storia. Volendo continuare a restare nel perimetro dell’arte, penso a Le vagliatrici di grano di Gustave Courbet. Anche in questo caso, si assiste al racconto del lavoro femminile nella sua ripetizione, nella sua concretezza, senza cedimenti di retorica.
Negli ultimi anni mi sono ritrovata spesso a fare i conti con questa espressione, la donna del popolo, che è tornata a più riprese nella mia vita anche attraverso un recente lavoro di ricerca e analisi non di quadri ma di fotografie capaci di raccontare la storia di una parte d’Italia, quella che mi ha dato i natali, “…il luogo della mia memoria più essenziale, quella della mia infanzia e degli anni della mia formazione”[1]. Tra queste, una fotografia, in particolare, ha evocato immediatamente, quasi come una rivelazione improvvisa, la donna del popolo. È l’immagine di alcune mondine della Pianura Padana ritratte in posa, lo sguardo fisso nell’obiettivo della macchina fotografica. La tradizione ritrattistica ottocentesca è ancora forte: le pose plastiche e la registrazione visiva che si fa racconto di un intero mondo contadino. Ecco, di nuovo il corpo femminile situato, prodotto di una storia di classe, di lavoro e di costrizione. Non è forse un caso che proprio una figura di questo tipo, una donna del popolo, sia stata scelta come immagine di copertina della prima traduzione italiana di Une femme di Annie Ernaux, risalente agli anni Ottanta[2]: si tratta della ricamatrice di Édouard Vuillard. Colta nel gesto quotidiano del lavoro, la ricamatrice mi ha restituito, fin dalla prima lettura, la madre narrata da Ernaux, Blanche Duchesne, come corpo sociale e politico che fa parte di una storia segnata dal lavoro, dalla rinuncia e da una costante tensione verso la rispettabilità e l’ascesa sociale. È a partire da questa posizione, come corpo socialmente e politicamente situato, che si comprende la scrittura di Annie Ernaux in Une femme, una scrittura che mira a costruire la madre come prodotto di una storia di classe che si inscrive nei gesti, nel rapporto con le origini e con il lavoro, nel linguaggio, nelle aspirazioni. La scrittura diventa, allora, lo strumento di indagine letteraria, sociologica e storica (“questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra letteratura, sociologia e storia”), capace di rendere intelligibili le determinazioni sociali che hanno modellato la vita della madre, una vita ordinaria ma costantemente attraversata dalla lotta, dalla ribellione contro la propria condizione d’origine, contro le convenzioni sociali e, soprattutto, contro le forme di dominazione maschile del mondo popolare di provenienza. La madre, che appare, infatti, come una donna poco conforme ai modelli tradizionali femminili, intraprende un percorso di metamorfosi fatto di scelte pragmatiche, condotte con i pochi mezzi a disposizione, ma orientate da un forte senso di emancipazione. Si assiste al compimento di un progetto di crescita sociale e identitaria che non riguarda solo la stessa Blanche Duchesne, ma si dispiega pienamente nella relazione con la figlia. Proprio l’acquisizione del bar-drogheria, l’esperienza della figlia a Londra e il conseguente accesso all’università, diventano le tappe di un percorso di restituzione del medesimo disegno: dare alla figlia ciò che a lei è stato negato o non è stato permesso. In questo movimento dalla madre alla figlia avviene la costruzione del progetto di emancipazione sociale materno (e poi filiale) ed è la scrittura di Ernaux a darne forma trasformandolo nel luogo simbolico in cui la lotta diventa leggibile come pratica storica: “Era necessario che mia madre, nata tra i dominati di un ambiente dal quale è voluta uscire, diventasse storia perché io mi sentissi meno sola e fasulla nel mondo dominante delle parole e delle idee in cui, secondo i suoi desideri, sono entrata”.
Nello spazio aperto da questa tensione si colloca la postura di Édouard Louis con Lotte e metamorfosi di una donna. Come la madre di Ernaux, anche quella di Louis è una donna del popolo, segnata dal lavoro e dalla povertà; tuttavia, nel racconto di Louis emergono con maggiore evidenza la violenza maschile e la dipendenza economica come elementi strutturanti della sua esperienza di donna e madre. Mentre Ernaux scrive della madre nel tempo della memoria e della perdita, Louis la racconta nel tempo della trasformazione e la sua storia, la storia di una donna che lotta per uscire dal pantano che la sta annichilendo rischiando di farla scomparire, illumina e rende visibile la possibilità di una emancipazione da quel sistema di dominazione di classe e di genere. La scrittura di Louis radicalizza il progetto di Ernaux fino a estremizzarne le implicazioni politiche: l’analisi sociologica diventa denuncia aperta, la descrizione delle dinamiche di dominazione di classe e di genere diventa accusa frontale, mentre l’impianto letterario si configura come uno spazio di esposizione spesso violenta delle strutture sociali e mostra come esse agiscano sui corpi prima ancora che sulle coscienze. Qui, la madre non è il punto di partenza di un progetto di emancipazione che vedrà la luce nella vita del figlio, come in Ernaux, ma il soggetto stesso di una lotta che prende forma nel presente e che si manifesta come metamorfosi della sua stessa esistenza a partire dal percorso di transfuga di classe (o transclassista[3]) del figlio Édouard. Se questa postura era già evidente in Farla finita con Eddy Bellegueule, dove il racconto dell’infanzia, quella di un bambino gay, emarginato e fuori dai confini del proprio ambiente sociale, si costruiva come analisi sistematica della violenza sociale, qui, in Lotte e metamorfosi di una donna, Édouard Louis definisce i termini del suo impegno intellettuale forgiato nel segno della letteratura “confrontazionale” ovvero la letteratura che non si limita a evocare, ma osa dire la verità sul mondo, facendo dell’impegno politico una dimensione intrinseca dell’arte stessa.
Seguendo questa traiettoria inaugurata da Annie Ernaux e che prosegue con Édouard Louis (non solo, anche Didier Eribon ne è un altro illustre rappresentante e proprio lui sarà al centro di un prossimo approfondimento), si vede sfumare il confine tra letteratura e sociologia nel racconto delle madri, andando, pertanto, ad amplificare ed espandendo i confini della storia delle donne, quelle donne del popolo che per molto tempo proprio una storia non hanno avuto. Ciò che è mancato loro è stato questo: qualcuno che le raccontasse, che raccontasse il loro posto. Come le spigolatrici, le vagliatrici di grano, le mondine della Pianura, anche queste madri, così imperfette, contraddittorie e profondamente materiali, si situano, occupano una posizione. Se provo a mettermi accanto a loro, in quella posizione che è insieme sociale, politica e storica, vedo la scrittura prendere avvio, cucire la loro storia e darle continuità con la storia di altre donne, restituendo loro la voce. Un gesto simile a quello della ricamatrice di Édouard Vuillard: un gesto che unisce e raccoglie, salda, conserva e riporta alla luce, un gesto che parte e poi ritorna, rendendo visibile il filo rosso della storia intrecciato con la soggettività, un filo che tiene insieme le vite di tutti noi.
[1] Annie Ernaux, Retour à Yvetot, Paris, Éditions du Mauconduit, 2013.
[2] Annie Ernaux, Una vita di donna, traduzione di Leonella Prato Caruso, Parma, Guanda, 1988.
[3] Chantal Jaquet, Les transclasses ou la non-reproduction, Paris, Presses Universitaires de France (PUF), 2014.
No Comments