14 Gen Khalvat. La poesia di Lorenzo Foltran
DI SARA DURANTINI
Khalvat, parola persiana che evoca la solitudine mistica, la quiete e l’intimità interiore, è il libro di Lorenzo Foltran, edito da Graphe.it, che si muove tra corpo e spirito, tra eros e trascendenza, intrecciando il quotidiano con il metafisico. La poesia di Foltran alterna due registri, da un lato il canto d’amore carnale e domestico, fatto di lenzuola, stoviglie, odori di cucina e gesti quotidiani; dall’altro la tensione sacrale di una fede laica. Il libro è un lungo dialogo tra l’io e il tu, che diventa anche un dialogo tra il terreno e l’assoluto. Un “due” che si moltiplica, fino a diventare figura e riflesso del mondo. La lingua, alla ricerca di un suo ritmo, si misura con i classici classica. E proprio in questo racconto, tra il moderno e la tradizione, Foltran sembra cercare una via d’uscita nella poesia come khalvat, ossia nel ritiro interiore che non è fuga, ma consapevolezza.

Fotografia di Adriano Foltran
Nel titolo e in molti testi emerge una tensione tra eros e spiritualità. In che modo concepisci la relazione fra amore carnale e dimensione sacra nella tua poesia? È una forma di religione alternativa o un modo per risacralizzare l’esperienza umana?
Non c’è tensione. L’amore di Khalvat è un amore che ambisce all’equilibrio tra eros, agape e philia: passionale, incondizionato, reciproco. Si tratta di un amore completo che non esclude il corpo, ma accetta e coinvolge tutte le sue sfaccettature. Ciò che mi interessa è la capacità creativa dell’amore. L’amore è soprattutto un mezzo per creare, per fare insieme; è un partorire insieme, un parto condiviso (come dice la sacerdotessa Diotima nel Simposio di Platone). Da notare che “poesia” deriva da poieîn che significa proprio “fare”, “creare”. Amore e poesia sono entrambi atti creativi che danno forma a qualcosa di nuovo. Per questo motivo i versi con cui si apre la raccolta assumono un’importanza fondamentale: «Penetrami la mente affinché, gravida / possa mettere al mondo la tua prole. / Ogni pagina è nostra figlia».
La seconda parte del libro, “Economia reale”, sembra portare la poesia nel cuore del presente. Cosa ti spinge a confrontare il linguaggio lirico con quello del lavoro, del consumo e della produttività?
Come diceva Borges, il poeta del nostro tempo non può voltare le spalle alla sua epoca. L’economia di questa seconda sezione è “reale” perché i suoi effetti sono fin troppo concreti sulle nostre vite. L’isolamento degli amanti è ricco di significato culturale, poiché sospende e inverte non solo le regole della quotidianità, ma anche quelle delle sfere della produzione. L’intensa e autosufficiente atemporalità del ritiro, del raccoglimento, annulla il tempo ordinario fatto di impegni e di lavoro. Solo che questo tempo non è un tempo “produttivo” secondo il pensiero capitalista. Anche la sfera relazionale e affettiva è dunque condizionata dalla cronofagia del capitalismo: nell’arco della giornata il tempo a disposizione per gli affetti si sta restringendo sempre di più. Il sistema socioeconomico ostacola la realizzazione dell’amore, perché è disfunzionale rispetto al sistema socio economico contemporaneo, votato unicamente all’individualismo e al profitto.
Il “due” è un tema centrale, quasi una teologia del rapporto. Nella tua visione poetica, il dialogo amoroso è una via per trascendere l’io o, piuttosto, per ritrovarlo attraverso l’altro?
Nel misticismo, l’amore per dio è un’intensa sensazione di unità, di inseparabilità. Lo stesso avviene con l’amore tra due amanti. Amo l’altro non per le sue qualità, ma per la sua esistenza; come i mistici, io amo non ciò che è, ma in quanto è. Elemento imprescindibile per il misticismo è l’estasi, momento culmine in cui ci si abbandona alla contemplazione del divino e si entra in comunione con esso. Il termine “estasi” deriva dal greco ex-stasis, letteralmente “stare fuori”, stare fuori per andare verso l’altro. L’amore è un’emanazione continua, che va dall’amante all’amato e viceversa senza sapere se sono due o uno; uno che vuole essere due, o al contrario, due che cercano di essere uno.
Estratti da Khalvat di Lorenzo Foltran, Graphe.it, 2025
Ho scavato, ho graffiato la parete,
ho inciso nella calce per lasciare,
accartocciato, il foglio tra i mattoni
per quando della rocca nel deserto
non resterà altro che un muro del pianto.
Ombra, mi aggirerò tra le vestigia
e, serrato l’accesso a ciò che resta,
erigerò di pietra un monumento,
monito per chi vive tra due mondi.
Tempo salmastro, luce di fanale,
pontile, falso approdo.
Una brezza spirava verso il mare,
aperto labirinto.
Indugio, un bastimento, la sirena
e il naufragio nel porto.

Illustrazione di Adriano Foltran
No Comments