Giocasta, regia e coreografia di Michela Lucenti.

 

di Elisabetta Imperato

 

Dopo il debutto a Teatrodanza di Torino, è arrivato al Teatro delle Passioni di Modena, Giocasta, l’ultimo spettacolo di Michela Lucenti, interprete in scena insieme al performer cantautore Thybaud Monterisi, nei panni di Edipo.

Nell’ambito di CARNE-focus di drammaturgia fisica, la figura di Giocasta, emblema archetipo della donna madre regina, si iscrive in un sistema simbolico dominato dalla colpa e dal desiderio incestuoso ereditato dal sangue della stirpe. Grazie all’arte drammaturgica della Lucenti, la tragedia di Sofocle rivive in una Tebe contemporanea e distopica e si traduce in un dramma esistenziale destinato a ripetersi, di identità ferite, tra ombre e luci taglienti, silenzi e rumori urbani.

Se è vero, come scrive Aristotele nella sua Poetica, che la poesia è più universale della storia perché tratta del verosimile-che sempre può ripetersi-e non del particolare-che accade una volta sola-allora lo spettacolo balletto messo in scena e che ho apprezzato a Modena, rappresenta a mio parere l’autentico spirito della tragedia, attingendo al significato più profondo del mito, attraverso la sua attualizzazione.

In questa intensa interpretazione, il corpo stesso dell’artista diventa il luogo principale della performance teatrale, testimonianza vivente, archivio di memoria e di conflitto.

L’opera si sviluppa in due parti bene armonizzate tra loro. Nella prima (che si apre con la scena dei due amanti, madre e figlio che giacciono insieme coperti da un panno del colore del sangue), prevale la struttura ritualistica della quotidianità: dal risveglio e dall’allontanamento di Edipo ai movimenti simbolici di Giocasta, gesti ripetuti e spezzati, scatti nervosi e tensioni muscolari di un corpo narrante, fremente e scomposto; nella seconda parte si assiste alla fusione tra danza e teatro, canto, modulazione vocale, suoni e rumori elettronici. Si fa così più evidente, insieme al corpo, il ruolo della voce, soprattutto nel monologo- dialogo al telefono tra Giocasta ed Edipo, ordito come flusso di coscienza. Quasi un percorso di disvelamento graduale della dimensione esistenziale che si dischiude dietro quella mitica, nella soggettività incarnata di Giocasta.

Una fisicità di rara intensità, quella di Michela Lucenti, che mette a nudo l’antico, contaminandolo e riaccendendolo in un presente in cui il volere degli dei si attualizza nella durezza delle convenzioni sociali e il mito si fa specchio delle inquietudini del nostro tempo.

La scena è abitata da pochi oggetti: il giaciglio  iniziale, due tavolini, un frullatore per la prima colazione, un grande orologio che sarà indossato da Giocasta come una maschera del teatro Kabuki, una piccola giostra di cavallini giocattolo, quattro bambolotti su piccole piattaforme mobili, che rappresentano i quattro figli di Giocasta, messi in movimento nel girotondo con la madre, il piccolo spazio del bagno in cui appare accovacciato Edipo, messo a nudo nell’ intimità, intrappolato nel suo destino dietro un velo, che al tempo stesso espone e nasconde, separa e unisce.   Tra i colori, in un suggestivo gioco di luci e ombre, predominano il rosso e il nero, evocazioni della colpa, del sangue, del silenzio e della riflessione interiore.

Lo stile di Michela Lucenti è unico: se del Kabuki ricorda la gestualità amplificata, non ne riproduce però la teatralità vistosa; se del teatro riprende l’essenzialità dello spazio scenico, predilige nella performance un ritmo più intenso, energico e nervoso, in una rappresentazione che lavora sulla sottrazione, testimonianza incarnata nei corpi e nella voce. E quando lo spettacolo giunge alla fine, con le note della canzone Questo amore è una camera a gas, la voce graffiante di Gianna Nannini fa rinascere Giocasta in un urlo incendiario di rabbia e di liberazione.

 

1 Comment
  • Rosy Parascandola
    Posted at 14:05h, 09 Novembre Rispondi

    Interessante questa rilettura della figura di Giocasta

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