02 Ott RIGHE E PENNELLI: LE CURE DELL’ASSENZA IN MONA ARSHI E LOUISE BOURGEOIS
a cura di Silvia Roncucci
Periferia di Londra. Per Ruby non è semplice vivere in un quartiere che guarda con sospetto lei e la sua famiglia per via del diverso colore della pelle. Soprattutto non lo è quando uno dei suoi punti di riferimento, la madre, comincia ad apparire e scomparire seguendo le onde del disagio mentale, fino a eclissarsi del tutto. Anche la voce di Ruby compie lo stesso percorso, tanto che la bambina decide di zittirla, di curare l’assenza della madre con il silenzio, una barriera tra sé e gli altri.
Così ha inizio Il silenzio è la voce che ho scelto dell’autrice inglese Mona Arshi (traduzione di Cristina Cigognini, 8tto edizioni, 2025).
Nel corso della storia Ruby da bambina si fa donna, affiancata da altri personaggi in bilico tra tradizione e modernità, tra la voglia di dimostrare la propria diversità e quella di integrarsi.
La sorella Rania dalla personalità dirompente, di cui Ruby descrive le bizzarrie con affetto. L’amica Farah che oscilla tra stranezza connaturata e ricerca spasmodica di un’apparenza normale. Il padre mite e dalla stoffa ottimista, nonostante la difficoltà a capire le donne della sua vita. La nonna Biji che racconta le favole dei sultani in punjabi vecchio stile parlato troppo velocemente. La zia Numero Uno, eccentrica come spesso sono le zie letterarie, che convive con un uomo e milita nel partito laburista. La madre fragile, colpita dal male oscuro che talvolta colpisce le madri, alla quale sfogarsi lavorando in giardino a un certo punto non basta più.
Cosa mi è piaciuto. La lingua poetica e delicata. La formazione della protagonista costruita tramite immagini piene di grazia, istantanee di una vita che potrebbe essere quella di chiunque – il gioco del ‘se fossi’, slittare sullo scivolo, le ginocchia sbucciate – e che, al contempo, non può che essere quella di Ruby. L’assenza di toni patetici, nonostante tutto, e la tendenza, anzi, a far spuntare il sorriso tra le crepe dell’esistenza. Gli oggetti che prendono vita e parlano per Ruby, come il cuore rosso sul biglietto regalato dai compagni che pian piano sbiadisce.
La frase più suggestiva. «Dov’era la mamma? Non lo sapevo. Mi ricordo mia madre prima, con indosso una tunica azzurra con i fiori bianchi, in piedi sotto un albero dalla chioma luminosa e dorata che ora so essere una mimosa. Pensai di vederla tremolare come una candela sotto la mimosa per qualche secondo. Era lì, pensai, e poi non c’era più.»
L’autrice. Mona Arshi è nata a West London, dove vive tuttora. Ha lavorato per dieci anni come avvocata per i diritti umani, prima di conseguire un master in scrittura creativa presso la University of East Anglia e dedicarsi alla poesia. Con la raccolta d’esordio Small Hands ha vinto il Forward Prize nel 2015. Alcune sue poesie e interviste sono stati pubblicate su The Times, The Guardian, Granta, The Times of India, e, nota curiosa, anche sulla metropolitana di Londra.
La prima opera in prosa di Mona Arshi è sensibile e piena di vita. Il silenzio qui è cura, scelta, ribellione sottile.
Sarebbe stato semplice affiancarla a un’opera d’arte dove la voce negata ha un valore politico o sociale – vengono in mente il Silenzio ribelle nelle foto di Shirin Neshat e la performance con cui Marina Abramovic ha fatto tacere 200 mila persone per sette minuti – ma nel caso di Ruby si tratta di qualcosa di più profondo, antico come la quiete che regna nel liquido amniotico.
La scena di Ruby e Rania che ricompongono sul letto gli abiti della madre, abbracciandoli per addormentarsi, mi ha fatto pensare alle sculture di Louise Bourgeois (1911-2010) esposte pochi anni fa in occasione di una retrospettiva londinese dedicata all’ultimo ventennio creativo dell’artista franco-americana (Louise Bourgeois: The Woven Child curata da Ralph Rugoff con le assistenti Katie Guggenheim e Marie-Charlotte Carrier, Hayward Gallery, 2022).
Bourgeois fin dall’infanzia conobbe il mondo dell’arte tessile nell’atelier di famiglia per il restauro di arazzi, dove si dedicò a ridisegnare le figure mancanti delle tappezzerie antiche e acquisì abilità tecnica con tessuti e cucito.
Nell’ultima fase della sua produzione affiancò ai media tradizionali della scultura i materiali tessili, inclusi quelli dell’intimità domestica: cuscini, tappezzeria, abiti e biancheria.
Nella mostra londinese compare una sorta di ambiente casalingo ricostruito tramite oggetti di uso quotidiano, inclusi vecchi abiti e sottovesti di seta appartenute alla scultrice o alla madre che riempiono lo spazio dei traumi esistenziali di Bourgeois. Segnata dalla scoperta delle infedeltà del padre, le frequentazioni da parte dei fratelli del manicomio, la cronica malattia della madre e infine la sua morte.
L’opera di Bourgeois in generale è piena di riferimenti alla procreazione, alla gestazione, al parto, alla cura dei figli. Alla presenza protettiva della figura materna la cui mancanza diventa incubo insopportabile e ossessione.
Come nella mostra di Londra, accade spesso che l’artista rinchiuda degli oggetti in una gabbia o in una tela di ragno. Il ragno materno che intrappola e allo stesso tempo tiene al sicuro. Come Maman, la sua opera più nota (1999, collezione privata), replicata in numerose versioni e dimensioni.
Prima donna ad avere una retrospettiva interamente dedicata al Moma di New York, Bourgeois fu anche poeta e scrittrice.
Sebbene molto diversi nell’espressione, il silenzio delicato della Ruby narrata da Mona Arshi e le creazioni disturbanti di Louise Bourgeois hanno lo stesso scopo: riempire l’assenza, trovare una strada per sopravvivere.
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