“Da un mondo all’altro”, in dialogo con Zona Disforme

a cura di Ivana Margarese e Nerio Vespertin

 

Scrittore, insegnante, saggista e conferenziere, Eraldo Affinati è una figura significativa nel panorama contemporaneo. La sua opera coniuga una accurata riflessione letteraria con un profondo impegno educativo e civile, distinguendosi per una costante attenzione ai temi dell’emarginazione, dell’identità e della memoria. In particolare, la sua esperienza con la Scuola Penny Wirton, progetto educativo gratuito rivolto ai migranti, da lui fondata assieme alla moglie Anna Luce Lenzi nel 2008, ha ispirato diversi suoi scritti, tra cui La città dei ragazzi (2008), Elogio del ripetente (2013) e Via dalla pazza classe (2019), in cui riflette sul ruolo dell’insegnante e sulla necessità di una scuola inclusiva e umana

È proprio questa esperienza di continuo apprendimento dai suoi alunni ad aver ispirato di recente la produzione del docu film “Da un mondo all’altro” (qui il link al film completo), ultima fatica di “Zona Disforme”, esperienza culturale e artistico multimediale che nasce dall’incontro tra poesia, videoarte e sound design. Agli autori del film, Carlotta Cicci e Stefano Massari, che abbiamo rivolto le domande di questa intervista.

 

 

 

Ivana Margarese: Inizierei dal chiedervi del titolo “Da un mondo all’altro” che avete scelto per il film e che racconta di un transito, di un passaggio, di un ponte che permette di trovare una via da percorrere (o forse una seconda possibilità).

Zona Disforme: Il titolo lo ha trovato Eraldo. A montaggio finito non c’era ancora. Stavamo organizzando i primi trailer e ci siamo fermati, consapevoli che serviva una chiave, qualcosa che tenesse insieme lo spirito del film. È stato lui a proporre Da un mondo all’altro: una formula semplice e precisa che contiene l’idea di attraversamento, di passaggio continuo, una soglia che non si chiude mai. Ci ha convinti subito perché a pensarci è il destino stesso della conoscenza e dell’insegnamento: non un luogo fisso, ma un transito che ci obbliga a metterci in discussione. Rispecchiava non solo la sua storia ma anche il modo in cui abbiamo lavorato, dentro un dialogo costante e aperto.

 

 

 

 

 

 

 

 

IM: I primi fotogrammi del vostro documentario raccolgono volti e corpi di persone in movimento al mattino in un luogo di una città che sembrerebbe marginale, periferico, ma che restituisce allo sguardo pienezza e un tragitto possibile da seguire che nel processo del film acquista senso poetico e narrativo. Quali considerazioni stanno dietro la decisione di dare molto spazio ai luoghi in questo film?

 

ZD: Roma e quei margini. Quei luoghi fanno parte delle nostre vite. Stefano è cresciuto a Pietralata e Tiburtina, negli stessi quartieri dove anche Eraldo aveva vissuto da bambino. È stata una coincidenza che ha creato subito un riconoscimento e col tempo anche una complicità e un’amicizia. Anche Carlotta, nata e cresciuta a Roma, conosce fin troppo bene quei margini, quei quartieri enormi che vivono un senso continuo di sperdimento, transito e trasformazione.
Nel nostro lavoro non partiamo mai da sceneggiature o set preparati. Iniziamo da una parola, da un’immagine, e ci lasciamo condurre dagli incontri, dai segni che emergono. I luoghi, in questo senso, non fanno solo da sfondo: aprono percorsi, stabiliscono un ritmo, indicano direzioni. Iniziamo da un punto e seguiamo ciò che si offre. È un metodo che ha a che fare con l’ascolto e l’osservazione. I luoghi, le strade, le voci della città diventano parte di un discorso più ampio, il senso si genera solo nell’attraversamento. Camminiamo e raccogliamo indizi, ed è sempre il paesaggio a dettare i suoi passaggi: prima è solo un nesso, poi diventa narrazione, poi memoria condivisa.

 

 

 

 

 

 

 

 

IM: Eraldo Affinati parla di conoscenza e di riconoscenza, di passaggio del testimone, in una dimensione ermeneutica del mondo affine al processo che si vive nell’insegnamento. Come è stato per voi entrare dentro la realtà della scuola che Affinati ha creato con la moglie? Che tipo di interrogativi vi siete posti anche riguardo alla realizzazione del film quando avete girato a scuola?

ZD: Entrare alla Penny Wirton è come immergersi in una piccola ma continua rivoluzione silenziosa. Ogni persona è riconosciuta singolarmente e nello stesso tempo inserita in un movimento collettivo, ogni volto è chiamato, ogni voce ha subito un posto. Ci si prende cura insieme. Anche chi è appena arrivato, anche chi crede di non capire, è invitato a passare una parola a un altro, a condividere un gesto. È un laboratorio vivo di responsabilità reciproca. Per noi filmare lì ha significato ascoltare ciò che stava accadendo davanti ai nostri occhi e tornare a un ritmo diverso: quello del respiro comune.

 

 

 

 

 

 

 

Nerio Vespertin: Un altro elemento cruciale della pellicola è l’immagine che ci viene restituita dell’italianità, che nelle parole di Affinati compie un bellissimo salto: dai ricordi dei suoi genitori che si incontrano a Bologna (all’epoca punto d’incontro culturale nevralgico per l’Italia del dopoguerra) ai giovani che giungono oggi alle scuole Penny Wirton da tutte le parti del mondo. Qual è l’immagine che avete voluto restituire della nostra società con le vostre immagini?

ZD: Le immagini del film provano a restituire questo paesaggio umano: storie che si incrociano, lingue che si intrecciano, un’idea di comunità che nasce dall’incontro. Abbiamo cercato di restituire questa identità collettiva, aperta, costruita sulla relazione. Un processo, un intreccio di memorie e arrivi, di lingue ereditate e lingue nuove. In questo senso forse il film interroga sulla possibilità di agire comunità. Vivere in mezzo a differenze che non si cancellano ma che, se accolte, producono forme possibili di appartenenza e trasformazione.

 

 

 

 

 

 

 

NV: La nostra è un’epoca dove si fa spesso i conti con la distanza fra immagine pubblica e condotta personale, complice il processo sempre più pervasivo di digitalizzazione della realtà introdotto dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni. Guardando il documentario su Affinati colpisce invece la corrispondenza fra sua vita di scrittore e la sua esperienza di cittadino impegnato nel sociale, fatta di insegnamento, impegno e cura per l’altro. In che misura secondo voi uno scrittore oggi deve fare i conti con questa distanza,

 

ZD: Eraldo ripete nel film che vita e scrittura devono essere una la conseguenza dell’altra. Noi non abbiamo mai avuto dubbi su questo. La digitalizzazione rende la distanza più evidente: moltiplica le immagini, ma non sempre la loro consistenza. La sfida per chi scrive non è opporsi al digitale, ma abitarlo senza perdere la relazione con il mondo. È qui che lo scrittore incontra la sua responsabilità etica: non separare il dire dal fare, la parola dal corpo, l’immagine dalla vita che la sostiene.

 

 

 

 

 

 

 

 

IM: Affinati ha una personalità carismatica e al contempo il talento di restituire attraverso le parole ordine e chiarezza. Come è stato per voi lavorare con lui?

 

ZD: Eraldo è un amico, conoscevamo i rischi di questo rapporto particolare tra noi, ma sapevamo molto bene anche che non c’è distanza tra la sua figura pubblica e quella privata. In ogni situazione – in aula, davanti alla telecamera, in una conversazione quotidiana – si presenta nello stesso modo: diretto, rigoroso e allo stesso tempo sinceramente curioso dell’altro e disponibile. La stessa voce che parla nei suoi libri è quella che agisce in aula, o che si rivolge a chi lo incontra. Per tanto tempo abbiamo immaginato questo cammino insieme. La nostra amicizia, la nostra capacità di essere rigorosi nelle scelte e nei passaggi tematici che man mano il film convocava hanno fatto sì che da quest’opera non scaturisse un ritratto celebrativo, ma la restituzione di una tensione, di un impegno assiduo e appassionato, di un amore per l’umano che comporta una responsabilità continua. È stato come camminare accanto a una voce che non si spegne, che chiede sempre di essere ascoltata e messa in gioco. Lavorare con lui ha significato ritrovare il senso originario del fare arte: condividere, aprire, restituire, senza mai smettere di interrogarsi.

 

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