DONNE CHE NON HANNO SAPUTO VIVERE. RIFLESSIONI SU UN’OPERA D’ARTE

di Alessandro Canzian

immagini di opere di Rebecca Louise Law

 


Il contesto è questo: mi è stato segnalato, anche con toni particolarmente enfatici, un articolo uscito su
Artribune, rivista che seguo e stimo molto. L’articolo si intitola “L’artista Eugenio Tibaldi realizza un’opera permanente con e per le detenute del carcere di Rebibbia a Roma” e lo si può leggere qui. L’articolo promette bene, e molto: un’installazione site-specific realizzata con le detenute della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. L’arte come strumento non tanto di rieducazione quanto di riflessione, di scelta. Eppure alla lettura resto particolarmente infastidito.

Premetto che sono un uomo nato negli anni settanta (1977), la qual cosa ricopre un’importanza necessaria. Il mio background viene dagli anni ’80/90 e non posso prescindere dalla mia formazione. Posso metterla in discussione, ma inevitabilmente mi ci scontrerò sempre. Io vengo da un mondo dove l’uomo era forte ed era l’uomo a salvare la donna. Dove l’uomo lavorava e la donna poteva (non più doveva, ma la transizione tra i due termini non era ancora del tutto avvenuta) stare a casa a badare alla casa e ai figli. Dove Fantozzi nei film colpiva una suora, o un’anziana, e tutti ridevano. Questo è di particolare importante perchè quando il mondo (e giustamente) ha cominciato a cambiare quelli come me hanno dovuto scontrarsi con una certa incapacità di accettare che quel mondo fosse “maschilista”, o addirittura “patriarcale”. Semplicemente perchè non c’era la percezione che lo fosse, non c’era l’idea che quelle cose stessero danneggiando la donna. Le istanze femministe sia chiaro c’erano e avevano radici già robuste, con tutti gli entusiasmi e le storture che sempre ci sono, ma non ancora a livello popolare.

Eppure l’articolo su questa (pure bella) installazione di Eugenio Tibaldi mi ha provocato una repulsione che mi ha obbligato a diverse riflessioni prima di risolvere il bandolo della matassa. Provo quindi a sdipanare il flusso di ragionamenti per comprendere e (spero) spiegare il perchè l’ho trovata profondamente sbagliata, seppure bella. Ovviamente evitando (e lo chiedo anche al lettore) la deriva della tifoseria da stadio che prende facili tematiche atte a smuovere l’emotività per darsi un tono, per far finta d’essere persone schierate quindi importanti. Io non sono schierato né sono importante, questo va definito prima di ogni altra cosa.

Dunque “Benu” è un’installazione che mette al centro la narrazione personale di un gruppo di detenute della Casa Circondariale Femminisile di Rebibbia “Germana Stefanini”. L’artista, in maniera encomiabile, ha spronato le detenute a disegnare all’interno di un “progetto di arte partecipata”. Fin qui nulla di sconvolgente e anzi ho apprezzato la frase dell’artista, nell’articolo, “Durante le giornate trascorse a Rebibbia ho avuto la netta percezione che la divisione fra chi è all’interno e chi non lo è sia davvero labile”. Nella sua semplicità nulla di più condivisibile insomma. Il curatore Marcello Smarrelli poi afferma: “Attraverso l’ausilio del disegno le detenute hanno potuto raccontarsi, mettendo a nudo i loro pregi e difetti che sono diventati altrettanti attributi di queste fenici immaginarie che diventano un autoritratto collettivo”. E anche in questo caso mi sento di applaudire non solo l’iniziativa, ma anche i risultati che vengono raccontati.

Mi resta però un senso di disagio al termine della lettura. La prima cosa che mi domando è quindi se ci sia comunque un problema di genere: l’artista, uomo, che concede e indirizza le detenute, donne, che hanno compiuto scelte sbagliate, che non hanno saputo vivere (come provocatoriamente intitolo questo articolo), verso la strada della redenzione. Potrebbe essere molto anni ’80 ma voglio comunque credere che l’artista di per sé non sia maschio né femmina, seppure calato in un genere e in un contesto che lo porta ad avere un approccio. E comunque mi viene il dubbio che si scada nella suddetta tifoseria da stadio del tipo: “dovevate chiedere ad artiste donne di gestire il progetto”. Troverei svilente, per l’artista, questa riflessione. Il problema quindi non mi appare l’uomo che indica il percorso alle donne perchè il fatto che sia uomo è solo un accidente.


Mi trovo a riflettere allora sull’installazione in sé, al riferimento a “benu”, pre-fenice, e trovo intelligente e bello il simbolismo. E anche la “messa a terra” del progetto che vuole le detenute “provare a immaginare delle nuove fenici” funziona egregiamente. Continuando a leggere e rileggere l’articolo per scavare dentro di me e cercare il punto dolente, il dente cariato, mi soffermo sui virgolettati e comincio a capire quale sia il problema, e non è un problema da poco: “La reazione delle detenute alla proposta del progetto è stata meravigliosa, la larghissima adesione, il loro entusiasmo e impegno mi hanno coinvolto ancora più a fondo investendomi di una responsabilità e di una profondità a cui non ero preparato. […] La scelta di provare a immaginare insieme a tutte loro delle nuove fenici ha portato a elaborati intensi che ora con un ulteriore lavoro in studio sto cercando di sintetizzare per creare delle immagini finali che siano allo stesso tempo personali e comuni a tutti noi”, dice Tibaldi. “Eugenio Tibaldi si è calato con profonda umanità e con un’empatia non comune all’interno del contesto carcerario, costruendo con le detenute una relazione forte che ha permesso loro di superare ogni forma di diffidenza, infondendo nuova fiducia nelle loro possibilità. […] Tibaldi ha sperimentato nel carcere una nuova modalità di committenza”, dice Smarelli.

Mi si accende quindi la lampadina: la questione di genere qui non è il genere ma il soggetto. Che continua a essere l’artista e non il percorso (che è sempre un percorso di scelta) delle detenute. Ma se il soggetto è l’artista (che suo malgrado è uomo, e in questa direzione diventa patriarcale perchè  assolutizzante in sé e non compartecipe come avrebbe potuto essere se si fosse trattato di un’artista donna) allora si invalida l’intero progetto. Perchè non deve essere l’artista che “viene coinvolto ancor di più e che viene investito di responsabilità e profondità. Non deve essere l’artista “a calarsi con profonda umanità ed empatia non comune costruendo (lui) una relazione forte che ha permesso alle detenute di superare ogni forma di diffidenza, infondendo (lui) a loro nuova fiducia nelle loro possibilità. Il soggetto non deve essere l’artista ma le donne carcerate. In questo frangente l’arte non è la presenza e l’operazione dell’artista ma la scelta delle detenute.

Mi conferma, purtroppo, questa visione di questione di genere legata al soggetto l’ultimo virgolettato dell’articolo, di Paola Severino della Fondazione Severino: “attraverso questo progetto speriamo di avere avvicinato al bello le detenute che vi hanno partecipato e di avere acceso un faro su un luogo dimenticato dai più, che meriterebbe invece maggiore considerazione. Attraverso il contributo della cittadinanza il carcere potrebbe infatti diventare davvero un luogo nel quale i detenuti vengano aiutati ad acquisire gli strumenti per un nuovo percorso nella legalità”. Qui il soggetto sono le detenute, il carcere stesso in quanto auspicabile non-luogo capace, nella sua sospensione, di modificare le scelte e le vite. Vero atto artistico che, purtroppo, Tibaldi e Smarelli non trattano o, comunque, in maniera eccessivamente marginale rispetto a un soggetto che nell’articolo emerge come non artistico.

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