La cultura mediterranea attraverso le immagini nell’antologica di Martino Zummo “Memorie di vagabondaggi”

di Carlo Baiamonte

 

“Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.”
Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena

Per lungo tempo il Mediterraneo – ma la riflessione acquista un valore sincronico – ha rappresentato l’unico mondo possibile, determinando non solo il perimetro delle esplorazioni geografiche ma anche un modo di pensare ed una visione della totalità che non poteva ammettere la possibilità di uno sconfinamento, pena affrontare pericoli e cadere nel vuoto.
Aristotele affermava che la natura rifugge il vuoto e lo riempie di elementi. L’immagine aristotelica del cosmo che fonda la visione sull’horror vacui (il terrore del vuoto) è ancora intrinsecamente seduttiva perché la vocazione a riempire ogni spazio vitale di parole, suoni, rappresentazioni, significati e interpretazioni (in senso denotativo), moltiplicando le cose intorno a noi, raccontandole, sezionandole sembra ancora una vocazione vincente. Il modello della comunicazione sociale non lascia spazio al silenzio e allo sgomento personale, pervade tutto e scandisce il ritmo delle relazioni interpersonali. Il nostro mondo, almeno nella comunicazione di massa, vive dentro un racconto pervasivo e se un sentimento, un’emozione, un’opinione non è restituita ad una forma di narrazione ammissibile è destinata a rimanere muta, grezza, sorda allo scambio, isolata e marginalizzata.

La mostra fotografica Memorie di vagabondaggi di Martino Zummo, organizzata e curata dall’Associazione Culturale Collettivof e da poco conclusasi all’Archivio Storico del Comune di Palermo, sembrerebbe suggerire una ricerca originale di senso rispetto alla nostra epoca in cui l’immagine del mondo che riscuote maggiore consenso corrisponde a ciò che possiamo comunicare velocemente, in una corrispondenza tra le parole e le cose che obbedisce alla necessità di identificare e confondere ogni processo di comunicazione con il prodotto. Nel progetto fotografico di Martino Zummo si condensano trenta fotografie in bianco e nero, realizzate nell’arco della sua biografia artistica trentennale vagabondando per il Mediterraneo. La proposta fotografica dell’autore si colloca nella lunga tradizione della fotografia di viaggio e, in termini di riflessione culturale, il suo Mediterraneo resiste alla riduzione geopolitica dei paesi che vi si affacciano che ne fa uno stato di emergenza pressoché permanente. Le immagini di Zummo realizzate in Marocco, Tunisia, Grecia, Turchia (ma ci sono scatti straordinari anche dell’entroterra della sua isola, la Sicilia) si nutrono ancora di miti e narrazioni lontane, arcaiche, mai superate. Il vuoto non era ancora immaginato come separato dagli altri elementi naturali, come un trauma che avrebbe alimentato una condizione di precarietà esistenziale che sarebbe arrivata sino a noi, da cui guarire ed alla quale occorreva porre soluzioni definitive. In Memorie di vagabondaggi ritroviamo così una dimensione umana che non prova alcun timore verso l’orrore del vuoto e dell’infinito, nella relazione con lo sfondo urbano e il contesto culturale, nelle tracce di religiosità popolare, in quel che rimane della dicotomia arcaica e greca tra lo spazio fisico e la dimensione atemporale.

Le sue immagini sono esperienze di trasfigurazione della realtà materiale, simultaneamente ci allontanano e ci avvicinano al dato ontologico che percepiamo in maniera tale che l’esterno si confonde irrimediabilmente con l’interno, l’osservatore con la scena. Ognuna delle trenta immagini può essere fruita singolarmente, nella sua unicità, secondo un filo che ci lega intuitivamente all’autore dello scatto. La nostra comunità culturale, in senso occidentale, con queste radici arcaiche intrattiene un legame stretto e stimolante che ci aiuta a pescare nel nostro vissuto archetipi familiari di memoria personale e collettiva, qualcosa che in termini di narrazione o descrizione compiuta non appare possibile ma ci riguarda ancora, come attesa ed espressione culturale fondamentale. La vocazione di Martino Zummo, ascritta dentro l’esperienza del vagabondare, trasforma il fotografo-osservatore del mondo nella figura del viandante elaborata da Heidegger. Non più viaggiatore o turista, ma soggetto che va alla ricerca di un senso complessivo del mondo, produttore di un’immagine in questa epoca capace di suscitare un sentimento di antagonismo contro il consumo di massa delle rappresentazioni. Il viandante nella sua ricerca di immagini scopre l’unità del Mediterraneo, rinuncia al mondo effettuale ed alla narrazione geopolitica definitiva che dall’alto vorrebbe illuminare la realtà e trasformarla in un progetto ordinato. Ci si accontenta così di sostare nelle radure (dentro il solco dell’immagine prodotta dal fotografo), luoghi insoliti che ci ristorano nel nostro peregrinare e ci consentono di ospitare anche l’imprevisto che non ci aspettavamo di vedere sotto i nostri occhi. Il sentimento prevalente resta lo stupore, quel senso originario di meraviglia che sollecita l’intuizione immediata più che una discorsività analitica, finalizzata alla lettura composta e ordinata dell’immagine.

Nel suo modo di fotografare ci sono dunque le radici della Grecia arcaica, si percepiscono sincronicamente; vi è anche l’esigenza di recuperare il delicato equilibrio tra caos e ordine, un legame che non è presente solo nella genesi dell’occidente filosofico ma permea anche la ricerca scientifica contemporanea (pensiamo alla fisica quantistica, alla nozione di entropia o alla teoria della complessità di Prigogine e Morin). Dentro il suo Mediterraneo niente è causale, niente è mondo, inteso come ordine senza l’imprevisto e il disordine; niente è casuale, se non si rintraccia un senso unitario. Il Mediterraneo, viene in mente, parafrasando un’espressione di J. Derrida contenuta in Tra una riva e l’altra, costituisce forse oggi una nuova turba dell’identità, una condizione di allineamento asimmetrico rispetto alla volontà politica e di dominio che alcuni soggetti culturali e istituzioni vogliono esercitare ancora su questa porzione originaria del mondo. Un’asimmetria che non si armonizza mai con il desiderio di controllo delle risorse, ancora una vota offerta dall’arte.

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