Tra amiche: Maria Zambrano e Elena Croce.

di Ivana Margarese 

Illustrazione di Silvia Rossini

 

 


Nel canone dei trattati tradizionali sulla amicizia da Aristotele a Cicerone, da Montaigne a Kant, fino a Blanchot e Bataille, le amicizie femminili restano escluse. Eppure a pensatrici come 
Hannah Arendt e Simone Weil si devono pagine fondamentali sul valore dell’amicizia.
È stata Arendt a proporre un modello teorico che concepisce l’esistenza quale sé incarnato ed esposto, fin dalla nascita, alle relazioni con gli altri e a riconoscere nell’amicizia il fondamento della polis.
Anche il pensiero di Simone Weil dà grande valore all’esercizio della amicizia che, nel suo possedere qualcosa di universale, apre alla comprensione del miracolo del reale. Nell’amico si ama un particolare essere umano come si vorrebbe poter amare ciascun componente del genere umano: “Come un geometra guarda una particolare figura triangolare per dedurre le proprietà universali del triangolo, così colui che sa amare dirige su un particolare essere umano un amore universale. Il consenso a preservare l’autonomia in se stessi e in altri è per essenza qualcosa di universale”.
L’amicizia si alimenta con l’autonomia nostra e dell’altro. Non può essere possesso o bisogno: 

 Il giorno, se mai verrà, che una vera amicizia ti sia concessa, non esisterà opposizione fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi è da questo segno infallibile che la riconoscerai.
L’amicizia non va cercata, né sognata, né desiderata, né definita o teorizzata. L’amicizia si esercita (è una virtù). Essa semplicemente “esiste” come la bellezza. E’ un miracolo, misterioso e insieme incastonato nella realtà.


La rivista Morel voci dallisola dedica un ciclo di riflessioni alle amicizie tra donne e alla loro capacità generativa, attraverso il racconto di alcune amicizie celebri, reali o immaginate, tenendo a mente che, come scrive Simone Weil nei Quaderni, « la gioia è il sentimento della realtà».
Basarsi sui vissuti comporta un cambiamento di paradigma: non si tratta di trattare l’amicizia come teoria o come concetto, ma di guardare invece al fatto concreto di una amicizia che, nel suo esercizio, si rende politica. Gli articoli saranno accompagnati da un’illustrazione di Silvia Rossini, che con le sue forme amplificate e colorate, permette, con lievità e senso del gioco, di accedere a prospettive differenti.

Questo articolo racconta un po’ del rapporto di amicizia tra Maria Zambrano e Elena Croce, figlia primogenita di Benedetto Croce, scrittrice e animatrice della vita culturale del suo tempo. Il filosofo nei suoi scritti aveva mostrato attenzione per la scrittura femminile italiana, sostenendo che nell’Italia del tardo Ottocento esistessero «legioni di autrici, di scrittrici di romanzi d’appendice, di novellatrici: un vasto gruppo nel quale spiccavano molte intelligenze» ed Elena era cresciuta in un ambiente vivace e stimolante. La  sua relazione con Zambrano, iniziata nel corso dell’esilio romano della filosofa (1953- 62), dura per tutta la vita e viene coltivata dalle due donne nonostante la distanza e le difficoltà, che ora l’una ora l’altra, si trovano ad affrontare.
Zambrano indica con chiarezza nelle sue opere l’alto valore filosofico che ha la vita emotiva. Le dimensioni affettive dell’esperienza che la filosofia ha spesso occultato mettono in condizione l’essere umano di accogliere la propria vulnerabilità e di darsi nuova nascita: “Ho sempre sentito […] che amore, amicizia, affetto, stima, ammirazione […] debbono essere manifestati e non “pudicamente” celati o dati per scontati come un’ovvietà. Per me nulla di straordinario è mai stato ovvio. E straordinaria è l’amicizia e l’incontro con persone ed opere, ma anche luoghi, in cui spegnere la sete di amore e di ammirazione che, almeno in me, è sempre stata costante e viva, torturante”.


Il rapporto tra le due amiche ci viene consegnato attraverso le lettere che si scambiarono nellarco di quasi quarantanni, a partire dal momento in cui la filosofa spagnola, esule insieme alla sorella Araceli, dalla Spagna franchista giunge a Roma.
La casa di Elena Croce è luogo di incontro di un circolo di personalità, le più diverse fra loro, tra cui anche un folto gruppo di artisti e scrittori esuli da Spagna, Germania, Grecia o dai paesi dellEst europeo e, più tardi, da quelli dellAmerica Latina. Elena Croce ha un temperamento vivace e curioso, nutre un profondo interesse per la libertà e per la cultura, e anima uno spazio capace di accogliere e creare intrecci fecondi.
La collaborazione tra la scrittrice italiana e la filosofa spagnola produce uno scambio attivo e intenso. La Croce definisce lamica una geniale figura di filosofa con tratti intensamente poetici, di profetessa, che le faceva rientrare nella grande tradizione mistica spagnola: salvo che era stata e rimaneva, politicamente appassionatissimaA sua volta Zambrano ammira la “presenza chiara” e la profondità di Elena Croce, il suo pensiero “ che non ristagna mai”. Il passaggio dal “Lei” al “tu” avviene tuttavia lentamente nel novembre del 1959, quattro anni dopo la prima lettera.

Per Quaderni di pensiero e di poesie Zambrano pubblica in italiano, nel 1960, I sogni e il cielo nella versione di Elena Croce, che instancabile  promotrice di iniziative culturali, circoli, associazioni, riviste – tra cui celebre il caso de lo «Spettatore Italiano» – incontra nella perspicacia e nello spirito anticonformista di Zambrano una collaborazione feconda, in grado di creare un’intensa attività di collegamento sia con gli ambienti culturali dell’America Latina, ai quali restava legata dopo il soggiorno a Cuba, sia con quelli della Spagna dell’“esilio interiore”, con cui dall’Italia iniziò a riallacciare i rapporti. La vediamo tessere la sua tela, come una Aracne indefessa, per promuovere, attraverso la relazione privilegiata con Elena Croce, riviste o case editrici minori e pioniere, e autori – allora – sconosciuti, quali José Lezama Lima, Alfonso Reyes, Luis Cernuda, José Bergamín, Emilio Prados, José Ángel Valente.
Questi e molti altri nomi compaiono nel corso della loro corrispondenza, componendo una costellazione di intellettuali attenti a difendere la libertà di pensiero.

Nel 1964 Zambrano pur trovando l’Italia “luogo naturale” decide di trasferirsi con la sorella nel piccolo villaggio di La Pièce, sui monti del Jura, nella Svizzera francese.
Elena Croce grazie alla sua rete di relazioni, create anche attraverso la direzione della rivista “Italia Nostra”, ottiene l’approvazione di un progetto per un centro dedicato alla cultura in esilio nella villa La Ginestra di Torre del Greco, dove Giacomo Leopardi aveva composto il suo ultimo canto, e invita le sorelle Zambrano a trasferirsi nuovamente a Roma.
Questo tentativo per molteplici ragioni rimane però irrealizzato, nonostante la sollecitudine di Elena e di altri amici che si adoperarono per risolvere i problemi di ordine logistico ed economico.

Elena Croce è col passare del tempo sempre più amareggiata dal trionfo del conformismo: «il potere dell’uniformità, la prepotenza – che è sempre fortissima – della piattitudine», «ogni comportamento spontaneo e individuale viene ormai considerato come inopportuno, eventualmente ridicolo», si lamenta nei suoi ultimi Appunti, in accordo con il pensiero di Adorno, che grande eco ha in quegli anni. Il suo sguardo disincantato si proietta anche sul passato, quasi a smentire quel fervore di speranze e illusioni che aveva coltivato.
Diversa la vicenda di Maria Zambrano: il ritorno in Spagna nel novembre del 1984, il crescente riconoscimento della sua opera, l’assiduità e la collaborazione di alcuni giovani scrittori, poeti e artisti della generazione della post-guerra, creano attorno a lei un’atmosfera appagante e serena.
La salute precaria e la progressiva cecità la costringono tuttavia a sospendere quasi del tutto la sua attività epistolare, anche se Elena resta sempre per lei una presenza viva, cui puntualmente invia ogni libro pubblicato.
Le loro lettere s’interrompono nell’aprile del 1979.
C’è un’ultima lettera datata 18 gennaio 1990 che contiene ancora un appello di Elena all’amica, il cui sguardo lucido e amorevole le appare ancora come una speranza:

E vorrei tanto poterti vedere, e avere il piacere di un lungo colloquio con te: le cose su cui tu, col tuo mirabile intuito, potresti illuminarmi sono tante […]. Ma in tutti i campi si ha l’impressione che imperversi una grande “siccità”. Mi piacerebbe tanto, cara María, sentire come tu interpreti la desolazione dell’attuale panorama: col tuo sguardo lungimirante.

Maria Zambrano le risponde con un biglietto datato 16 marzo 1990, scritto a macchina sotto dettatura e poi firmato con tratto tremulo:

Carissima Elena, che allegria poter comunicare con te. Un viaggio per me adesso è impensabile, ma una comunicazione nel tempo sì. Elena sempre cara. Con il tuo pensiero io avevo sempre il sentire dell’Universo. A presto, dunque, e a sempre, cara Elena.

Una comunicazione nel tempo che è anche aspirazione a un “per sempre” e che nell’urgenza affettiva diviene un “a presto”, una prossimità al di là di ogni condizioni di fatto, quasi una amicizia stellare.


Bibliografia

AA.VV., Elena Croce e il suo mondo. Ricordi e testimonianze, CUEN, Napoli 1999.

Elena Croce e Maria Zambrano, A presto dunque e a sempre, Lettere 1955-1990 a cura di Laura Laurenzi, Archinto edizioni.

Elena Croce, Due città, Adelphi, Milano 1985

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