Vulnerabile. Dialogo con Giulia Spernazza

Vulnerabile. Dialogo con Giulia Spernazza

a cura di Ivana Margarese

 

Il paesaggio inteso come spazio intimo e psichico è il punto centrale della ricerca artistica di Giulia Spernazza, capace di dar vita a opere che raccolgono insieme delicatezza e intensità. Forme in movimento raffinate che invitano a un ludico percorso di conoscenza, seppure attraverso le nostre ferite, gli spazi minuti che abbiamo dimenticato di prenderci, i suoni che non abbiamo ascoltato, i percorsi che vorremmo ancora svolgere.


Comincerei con il chiederti di parlare del tema che intitola la mostra, la vulnerabilità. Essere vulnerabile fa riferimento al vulnus, alla ferita, che è tanto cicatrice quanto apertura verso l’altro da sé in un movimento che riunisce al contempo memoria e avvenire.
Da cosa è nata l’esigenza di riflettere sul “vulnerabile”?

Nasce da un percorso di crescita personale iniziato tanti anni fa che ho sentito l’esigenza di raccontare attraverso il mio linguaggio. La mia ricerca artistica si muove in più direzioni ed ha sempre avuto un’attitudine introspettiva, questa mostra è stata concepita con il desiderio di guardare da una certa distanza tutto il lavoro fatto interiormente, un viaggio che esprime un processo di trasformazione. Il termine vulnerabile è in un certo senso il punto di partenza, la presa di consapevolezza che ognuno di noi ha in sé delle fragilità connesse alla propria sensibilità e storia personale. Fragilità che spesso nascondiamo in primis a noi stessi, che condizionano il nostro presente – futuro e possono far innalzare muri che ci separano dal nostro sentire primario e dagli altri. Attraverso l’osservazione e l’accettazione di queste ferite si apre un cambiamento che si ripercuote all’esterno, progressivamente non si ricorre più a quei meccanismi di difesa che ci allontanano da noi stessi e dall’avere relazioni umane autentiche.


La mostra si apre con la serie Nodi/Snodi, sviluppata nell’ultimo anno e influenzata anche dalla complessa situazione che in parte stiamo ancora vivendo. Il nodo come simbolo di ciò che non è stato risolto e che nel periodo di solitudine recentemente trascorso è emerso fortemente. Rimanendo all’interno di una dialettica che è anche un movimento di speranza ti chiedo di questa serie Nodi/snodi.

Questa serie è nata subito dopo il lockdown. Ho intercettato inconsapevolmente il clima generale di grande spaesamento e lentamente i miei lavori hanno assunto un carattere drammatico attraverso un diverso uso della materia : essa andava appesantendosi e questo era per me insolito, vista la naturale propensione alla leggerezza nella mie opere. La sospensione delle normali attività e relazioni umane ha portato molti di noi ad entrare in contatto con le proprie vulnerabilità , dei Nodi interiori. Le Opere in mostra esprimono un processo di districamento che arriva a ciò che sta dietro a tutto questo, la nostra vera essenza. In tal senso il secondo ciclo di Opere è caratterizzato da leggerezza e trasparenza, tende a trascendere la materia per tentare di esprimere il vuoto, inteso come essenza e purezza. L’intera Mostra è un percorso di ascesa.


Puoi raccontarmi di te e di quali sono gli sono gli artisti o gli incontri significativi della tua formazione?

La mia formazione ha seguito un percorso molto lineare, dopo il Liceo Artistico mi sono diplomata all’Accademia di Belle Arti di Roma e ho subito iniziato a lavorare collaborando con alcune gallerie. Ovviamente negli anni come è cambiata la mia ricerca sono cambiati anche i punti di riferimento, durante gli studi ero attratta dall’Arte figurativa, in modo particolare da Casorati e Morandi. in Scultura da Giacometti e Martini.  Passando per l’espressionismo astratto mi sono avvicinata ad un linguaggio più concettuale e minimalista, soprattutto guardando Penone, Kounellis, Morris, Calzolari. Aggiungo che di fondamentale importanza per me è stato lo scambio diretto con gli artisti ai tempi dell’Accademia e attualmente con i miei colleghi di studio Margherita Giordano, Chiara Amici, Giovanni Longo e Mattia Morelli, il Collettivo Basement.

Il tema del nostro attuale numero è il paesaggio, concepito tanto come ambiente esterno quanto come spazio intimo e psichico. Nelle tue opere  dai grande importanza al rapporto uomo-natura, potresti spiegarmi il tuo punto di vista sul valore di questa relazione nella tuo lavoro?

Negli ultimi due anni il riferimento alla natura inteso come l’inserimento di elementi naturali nelle opere è venuto meno, ora mi interessa indagare tale rapporto intervenendo direttamente negli spazi esterni con Opere installative. Ad esempio  “dimORA”, installazione site – specific realizzata per il festival IlluminAmatrice, è una riflessione sull’intervento dell’uomo nel rispetto della natura durante la ricostruzione, totalmente immersa nella natura di quel territorio ancora traumatizzato. Per quanto riguarda il paesaggio inteso come spazio intimo e psichico … è il punto centrale della mia attuale ricerca artistica.

Biografia


Giulia Spernazza lavora a Roma presso lo spazio Fondamenta Gallery. Nel 2008 consegue il Diploma Accademico in Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel 2012 espone nella Mostra Collettiva “L’Intimo mistico dell’Opera” presso il Museo Centrale Montemartini (Roma). Nel 2014 viene invitata al Premio Adrenalina, dove vince il I° premio nella categoria Installazione. Nel 2018 effettua la mostra personale “natura pura” presso la galleria d’arte FABER.
Nel 2019 viene selezionata per il Premio Arteam cup, dove vince la residenza presso il MuSa (Museo civico italiano di arte moderna e contemporanea di Salò ). Nel 2019 partecipa alla mostra “Ex Voto per arte ricevuta” presso il Museo Marino Marini (Firenze). Le sue Opere sono entrate in permanenza nella collezione del Museo Michetti (Francavilla a Mare).

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