Ouroboros: l’eterno ritorno. L’isola nell’arte di Eleonora Rossi

Ouroboros: l’eterno ritorno.
L’isola nell’arte di Eleonora Rossi

 

a cura di Giovanna Di Marco e Ivana Margarese

 

Ouroboros è un progetto di arti visive di Eleonora Rossi curato da Elettra Bottazzi e Marta Bandini, che è stato in in mostra dal 31 luglio al 15 agosto 2021 presso il Faro di Punta Lingua e la Galleria Amaneï nell’isola di Salina (Isole Eolie).

La mostra comprendeva una serie di opere dedicate alle Isole Eolie: due video installazioni, un gruppo di opere fotografiche e un gruppo di opere pittoriche, queste ultime realizzate durante la residenza artistica dell’artista presso gli spazi della galleria nel mese di luglio.
Le opere affrontano il tema del legame tra uomo, luogo e memoria, ispirate da una raccolta di maschere a soggetto teatrale ritrovate nei corredi tombali del IV e III secolo a.C. e conservate nella sezione classica del Museo Eoliano di Lipari.

Ouroboros, l’eterno ritorno, che dà il titolo alla mostra, simboleggia la totalità del tutto e la natura ciclica delle cose che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine.
Il mare è il fil rouge che guida lo spettatore nella fruizione dell’esposizione.
Le video installazioni caratterizzate da immagini fortemente pittoriche sono integrate ad alcuni testi per il teatro greco antico scritti da Euripide e Eschilo, un frammento di Eraclito e poesie di G. Seferis.
Abbiamo rivolto qualche domanda a Eleonora per questo terzo numero di Morel dedicato al paesaggio.

 

Il paesaggio è il tema di cui ci stiamo occupando nel terzo numero diMorel, voci dallisola. Si tratta di un argomento ampio che comprende tanto la natura che la cultura e che pertanto coinvolge anche il punto di vista e allo sguardo degli artisti. In che modo le tue opere si sono messe in dialogo con lambiente di Salina e tramite quale processo sei arrivata a fare sposare largomento con lambiente circostante?


Il nucleo di opere di Ouroboros sia video che fotografiche sono state realizzate la scorsa estate ma frutto di una sedimentazione di ragionamenti ed esperienze stratificate in alcuni anni nei quali mi sono mossa per molte isole del mediterraneo ultime delle quali le Isole Eolie. Ho desiderato riassumere un “sentimento mediterraneo” un luogo culturale in senso lato che comprende molti argomenti, attraverso alcune suggestioni sia paesaggistiche che culturali ricorrenti nelle mie visite e che sentivo più vicine alla mia poetica. Il desiderio più grande era quello di esporre il primo blocco del progetto (che è in divenire e che non considero concluso) proprio a Salina e con Amanei perché in loro ho trovato un rimando culturale importante, un’intesa e un’apertura rara da parte di chi lavora nel mio ambiente e perché volevo proprio creare un dialogo con coloro che a Salina vivono per tutto l’anno o per poco tempo. Il secondo desiderio invece, è proprio quello che il Mediterraneo ci ha insegnato attraverso i secoli, ovvero far viaggiare il progetto da qui verso l’Europa per connettere e mischiarsi a culture spesso molto differenti. La connessione uomopaesaggio è alla base del mio lavoro soprattutto se utilizzo il medium pittorico e proprio a Salina durante la residenza artistica ho potuto sperimentare in questo senso. Ho quindi sovrapposto e unito il passato e il presente in termini di contenuto; le maschere del museo archeologico si sovrappongono o affiancano corpi estremamente contemporanei e colti nella loro quotidianità durante le mie passeggiate isolane. Si vengono a creare così ibridi temporali e formali allo stesso tempo. Il tema è lo stesso del gruppo foto/video, l’ouroboros, l’eterno ritorno del passato che si sovrappone al presente. Formalmente invece, la pittura è per me il medium perfetto per descrivere uomo e paesaggio nello stesso modo. Le pennellate si muovono nello stesso modo, sia che io descriva un volto o un lago. Del resto qualcuno diceva che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle.

Come hai vissuto il tuo periodo di residenza sull’isola?

Così bene che sogno una casa sull’isola! Amanei mi ha messo a disposizione un luogo da sogno per poter lavorare nella massima libertà espressiva. Di solito lavoro meglio al mattino  e nel pomeriggio/sera esco per immergermi nella realtà del luogo in cui mi trovo. Curioso in giro, parlo con la gente, fotografo, osservo. Il plus in questo caso è che Amanei è di per sé luogo di scambio culturale, un via vai di scrittori e artisti, illustratori, eventi di diversa natura che sono estremamente stimolanti per un artista.

La mostra “Ouroboros” comprende una serie di opere dedicate alle Isole Eolie, che legano insieme memoria e immaginazione. Ti chiedo di raccontarci come è nato questo progetto.

E’ nato dalla folgorazione avuta la prima volta che ho visitato il Museo Archeologico di Lipari, la sezione delle maschere teatrali nello specifico. L’allestimento mi stregò talmente che sentii subito di doverlo integrare al mio lavoro. Da lì ad una visione complessiva della prima parte del progetto non ci è voluto molto, per la realizzazione invece si, due anni anni di cui uno intero di lavoro effettivo. Ho fatto ricerche di ogni genere. Ho coinvolto i miei figli che avrebbero rappresentato il presente, ho ripreso e fotografato le piccole maschere decidendo però di ricollocarle in mare come riflessi che si sarebbero sovrapposti ai volti dei bambini creando nuove ibride figure, ho coinvolto un docente del Liceo Parini di Milano, Roberto Capel, per individuare i testi di teatro in greco antico più adatti per raccontare di mare, di memoria, di guerre e di bambini che questo Mediterraneo porta con sé. Abbiamo registrato la lettura dei testi in greco e l’ho montata sulle immagini con un ritmo lento ma che ricordasse quello del teatro antico, intervallato dal coro e accompagnato dal suono reale e dalle immagini dell’universo che ruota indicando un tempo infinito che ci coinvolge tutti e nel quale siamo immersi inconsapevolmente. Poi è stato il turno del gruppo fotografico che comprende alcuni still da video e alcune foto che dovevano essere parte dello story board complessivo del “film” che avevo in mente.

Lipari’s dream è anche un lavoro sulle tracce e su ciò che resta, è qualcosa questo che fa parte della tua ricerca artistica da tempo? 

Sicuramente, il luogo si fa raccolta di tracce del passato sulle quali consciamente o inconsciamente camminiamo ogni giorno mettendo in dubbio il senso del tempo lineare, che è una semplice convenzione, e aprendo la strada all’idea di un tempo che si svolge nello stesso istante, fluido, multidirezionale. La memoria di cui parlo non vuole essere amarcord ma strumento di comprensione attiva del concetto di tempo. Le immagini di Lipari’s dream sono state scattate alle cave di pomice verso sera con un temporale in arrivo. Ben poco intervengo nella postproduzione fotografica. La immagini accostate, dittici e trittici, hanno un senso cinematografico per me, diverse inquadrature di uno  stesso momento.

Il tema della visibilità porta con sé l’attenzione anche nei confronti di ciò che non si vede. È inoltre possibile parlare anche della capacità di vedere a occhi chiusi attraverso uno sguardo interiore. Quanto il tema dell’ “invisibile” è presente nei tuoi lavori?

Se per vedere ad occhi chiusi si intende sentire, percepire, sicuramente è importante. Lo sguardo interiore è frutto, a mio avviso, della capacità di sapersi ascoltare e mettersi in connessione con ciò che sta al di fuori del nostro corpo. Ascoltare l’altro, ascoltare e percepire il rimando del luogo in  cui ci si trova. Per concludere non so se l’invisibile è presente come tema nei miei lavori ma sicuramente spero che le mie immagini siano un veicolo che inneschi nello spettatore il desiderio di andare al di là della semplice riconoscibilità delle forme verso qualcosa di più sottile e profondo che sono certa sia presente nell’esperienza di ogni essere umano e che spero possa essere percepito da chi osserva anche se in modalità differenti.

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