La lingua degli dei

Non scordiamoli mai – disse – i buoni insegnamenti, quelli
dell’arte greca. Sempre l’azzurro di fianco
al quotidiano. Di fianco all’uomo: l’animale e l’oggetto –
un braccialetto al braccio della dea nuda; un fiore
caduto al suolo. Ricordate le belle raffigurazioni
sui nostri vasi di terracotta – gli dèi con gli uccelli e gli animali,
e insieme la lira, un martello, un pomo, la cassa, le tenaglie;
ah, e quella poesia in cui il dio, finito il suo lavoro,
tira dal fuoco i mantici, raccoglie gli attrezzi uno per uno
nella sua cassa d’argento; poi, con una spugna, s’asciuga
il viso, le mani, il collo muscoloso e l’irsuto petto.
Così, pulito e ordinato, esce la sera, appoggiandosi
sulle spalle degli adolescenti d’oro – opera delle sue mani
dotate di forza, pensiero e voce; esce per strada,
più maestoso di tutti, il dio claudicante, il dio lavoratore.

Azzurrità, Ghiannis Ritsos

 

Francesca Sensini: La lingua degli dei

 

DI SARA MANUELA CACIOPPO

Dipinti di Sir Lawrence Alma-Tadema

Costantino Kavafis (in greco Κωνσταντίνος Καβάφης) ha scritto: «L’anima mia nel mezzo della notte è paralizzata e confusa/ Fuori, fuori di lei si compie la sua vita. /E attende la favolosa aurora.» Attendiamo con lei l’inizio di qualcosa di nuovo, sempre nuovo e mai uguale, fermo, paralizzato, senza scordarci di portare nel viaggio il bagaglio di chi siamo stati. Chi siamo stati?
La lingua degli dei, scritto da Francesca Sensini ed edito da Il melangolo, è un libro che soffia su un tempo antico e moderno fornendoci le risposte di cui abbiamo bisogno, ponendo in essere un’identità dell’uomo metamorfica, ma che possiede delle basi antiche e mitiche utili per decifrare il senso del suo continuo peregrinare.
La scrittrice racconta la Grecia di ieri e di oggi in un continuum, ricostruendo il passato (Grecia antica) da cui proveniamo nel suo legame indissolubile con il presente (Grecia moderna), cercando di colmare un vuoto e di ristabilire una comunicazione che sembra essere stata interrotta tra noi e loro, tra noi e noi stessi.
Per riallacciare il filo rosso con la nostra eredità culturale e di pensiero, parte da una frase di Ugo Foscolo (poeta greco che scrive in lingua italiana): «finché sarò memore di me stesso», esempio lampante di una catena tra “vecchio” e “nuovo” da risaldare.

La lingua degli dei è diviso in una serie di racconti che a partire dalle parole e dai loro significati ci conducono in un itinerario temporale e culturale sul mondo greco. L’opera è indirizzata non solo agli amanti e studiosi del greco, ma anche a chi per curiosità si avvicina a questa cultura per la prima volta. Francesca Sensini sottolinea come le parole abbiano la capacità di farci viaggiare nel tempo e soprattutto come la lingua greca sia capace di condurci verso noi stessi, dirottandoci contemporaneamente verso «altre rive, altre sponde».
Il viaggio ha inizio dalla parola “memoria”, termine chiave che comprende la natura stessa dell’opera: la memoria è una piège e una progression, dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Nell’immaginario collettivo la Grecia è un’entità ideale e statica, L’Ellade mitica collocata in un determinato periodo storico, conclusa, finita, estinta. La Grecia contemporanea sembra scissa da quest’ultima ponendosi come un luogo discostato dal tempo. Il filo rosso della memoria è forse andato perduto con la caduta dell’impero romano d’occidente e la continuazione della nostra storia culturale in oriente. La Sensini spiega che oggi non siamo più capaci di collocarci spazio-temporalmente con l’epicentro Costantinopoli (e non con Roma), luogo di prosecuzione della memoria ellenistico-romana.
La scrittrice insiste sul fatto che la memoria necessita di contestualizzazione e dinamicità, al fine di spostare lo sguardo dalle nostre idee – che tendiamo a considerare uniche e giuste – alle idee e prospettive di altri, riposizionando il nostro pensiero per capire meglio chi siamo e chi siamo stati. Partendo da un’operazione di decostruzione, ma al contempo valorizzazione della tradizione, la Sensini invita dunque a interpretare l’Ellade e la Grecia come un’unica esperienza storico-culturale, riavvolgendo quel filo spezzato fra antico e moderno fino ai giorni nostri, per meglio definirci e circoscrivere il contesto in cui ci siamo evoluti.
I racconti sono combinati in un flusso narrativo costante che tiene per mano il lettore e lo guida nella storia, intervallato da commenti chiarificatori o ironici volti a sorprendere. La mixité perfetta tra registro alto, riferimenti comuni e sottile umorismo è in effetti la marca distintiva della Sensini, di cui troviamo già un esempio nel libro di successo Pascoli Maledetto (2020), pubblicato dal medesimo editore. Talvolta la scrittrice si inserisce a sorpresa nella narrazione con episodi del suo vissuto, determinando un piacevole ‘effetto di intimità’.

Durante il viaggio-lettura impariamo che le parole di uso comune derivate dal greco siano più di quelle che immaginiamo e come contribuiscano nella definizione di questioni essenziali del nostro quotidiano. Pensiamo a «Erebos (Ἔρεβος), uno dei tanti nomi del regno dei morti. Erebo è parola che deriva al greco dal sumero e che ritroviamo incastonata e mimetizzata niente meno che nel termine Europa, letteralmente “la terra del buio”; d’altra parte, “Occidente” altro non significa che “tramontante”, dal latino occiděre, “cadere”. Ex Oriente lux, si dice: “dall’Oriente viene la luce”. Per questo noi, i tramontanti, dovremmo cercare di puntare gli occhi al di là del punto in cui siamo, radicati ma mobili, confondere la luce che digrada con la luce piena della nostra origine».
Tuttavia i grecismi che ritroviamo nella nostra lingua si limitano spesso a un vocabolario specializzato, che sia linguistico-letterario (metafora, sineddoche, metonimia), filosofico-scientifico (fisica, aporia, catarsi) e medico (trauma, clinica, collirio). O ancora il termine «avtopsίa, αὐτοψία, cioè, letteralmente, di andare a vedere qualcosa coi propri occhi (ὄψις, ópsis, è la “vista”)».
La Sensini chiarisce che il greco moderno dimostra una nuova spinta vitale e immaginativa visibile dalle parole più o meno recenti e dai sorprendenti neologismi, citando tra i tanti pýravlos (πύραυλος) “flauto di fuoco” che equivale a “missile” o “razzo” e Dhiadhýktio (Διαδύκτιο) che corrisponde a internet, «dove la preposizione dhiá ha il valore di “tra” (e quindi non il valore di “internazionale”) è dhýktio è la “rete da pesca” fin dai tempi antichi (quella del ragno si dice altrimenti)». Pertanto, siamo noi ad avere esiliato il greco «a un discorso elitario e separato».
La scrittrice mette in luce «l’invincibile tenacità» del greco, sottolineata in precedenza da Leopardi nello Zibaldone. La lingua greca infatti, nonostante la dominazione turca, non è mai stata intaccata da altri popoli, ma al contrario ha conservato invariata la sua essenza. Quest’ultima deriva da un «dialetto comune, la koiné diálektos (κοινὴ διάλεκτος), […] quasi che la lingua nelle sue varietà, tante quanti erano i suoi stati, avesse voluto riunire le sue forze per sopravvivere».

Fra le pagine incontriamo «Dedalo, l’artigiano possessore della téchne (l’operare efficace e il suo risultato) e della métis (l’intelligenza pratica finalizzata all’ottenimento di uno scopo)», una dualità che ancora ci portiamo dietro talora inconsapevolmente.
In greco «“cosa” deriva dalla radice di uno dei verbi che indicano il “fare”, práttein, così come il termine poeta si riferiva e continua a riferirsi al “facitore”, il “produttore” per eccellenza», ieri come oggi l’uomo valica il sé per gettarsi nella realtà nel tentativo di plasmarla in un modo nuovo che sia consono ai propri desideri, modelli e ambizioni, «ostinato dedalo di ritorno».
«Al massimo della sua bellezza ̶ spiega la Sensini ̶ il greco è la giunzione armoniosa dell’umano sapiens e faber
Ci imbattiamo anche nel dio Ermes che «pensava insieme parola e azione. Le parole connesse al suo ruolo di mediatore e latore dei messaggi divini, sono le parole che rimandano all’interpretazione (specie delle cose sacre), come ermeneutica (in greco moderno ermenía, “interpretazione”, ermenévo, “interpreto”) e al suo contrario, l’incomprensione (ermetico, in senso concreto, “chiuso perfettamente / impenetrabile”, e figurato, “incomprensibile”; in greco moderno ermetikós).»
Leggiamo di Atena, «oplita fin dalla nascita, armata di elmo, lancia e scudo», di Medusa, la protettrice e del rapporto fra le due, dell’impietoso stupro, della morsa patriarcale che incombe sulla lettura del mito o ancora dell’estenuante lotta fra Achille ed Ettore.
Constatiamo che la «lingua greca è piena di dei», a partire dai nomi propri che si sentono per le strade come Afrodhíti (Afrodite) o Dhímitra (Demetra) fino alle parole più impensabili come “stato”, in ogni caso c’è di mezzo un dio: «l’idea dello stato in greco moderno, krátos, è dunque una versione aggiornata dell’ordine imposto da Zeus al disordine originario». La lingua greca ha sperimentato «il primo catalogo totale del mondo», restituendoci tramite il potere del lógos un ordine e una “nominalità” delle cose del mondo rendendole tangibili pur nella loro astrazione primordiale.
Non solo la lingua ma anche «la terra greca era e resta piena di dei». La scrittrice ne racconta le vittorie e le sconfitte, le cadute e le risalite, l’accoglienza e l’estraneità, l’equilibrio e il caos, la comprensione e l’impossibilità di comprendere, l’annientamento e la ricostruzione.
In effetti, «la storia della Grecia è una storia di continue “catastrofi” fino all’ottenimento dell’indipendenza […] in un eterno ciclo di morte e rinascita: l’energia che alimenta questo procedere per collassi e riprese […] sembra derivare dal vitalismo proprio dei greci di sempre, che dal riconoscimento della necessità del dolore e della morte ricavano la forza per esaltare il loro desiderio di rigenerazione continua, vera e propria “palingenesi”: parola greca che ci indica la possibilità di “nascere di nuovo” a partire dal grado zero delle nostre stesse speranze».
Siamo tutti greci o dovremmo esserlo negli ideali, nel temperamento, nella forza di resurrezione inarrendevole. Essere greci significa essere liberi e avere il coraggio di scegliere quale libertà vogliamo ottenere per noi stessi e per gli altri. Si tratta di una libertà non solo del singolo ma di una collettività che si riconosce in un’appartenenza svincolata da ogni tipo di oppressione, compiuta da altri o persino da se stessi sulla propria soggettività. Assistiamo a come l’individualismo cede il passo al collettivismo orgoglioso: «non posso non ripercorrere nella mente altri gesti smisurati, assolutamente fuori norma, che hanno fatto la storia della Grecia riassumendo il suo dramma, che è poi anche il nostro: la conquista e insieme l’esercizio consapevole della libertà, cioè il sapere, in fin dei conti, da chi e da cosa vogliamo essere liberi.»
Forse non è un caso se Eléutheros  ̶ che è l’aggettivo con cui si definisce un essere umano “libero” opposto al dhúlos, lo “schiavo” (δοῦλος) ̶  è passato inalterato dal greco antico al moderno.

La memoria non smette di tramandare storie vere che talora diventano favole, leggende in trasformazione, canti reinterpretati, a dimostrazione che quel continuum fra passato e presente, in cui troviamo eco di noi stessi, è forse indistruttibile, e si rinnova con vigore a dispetto della nostra consapevolezza. «Si impara così a trovare risorse critiche e morali nella possibilità di leggere e immaginare il reale (specie quando è tragico, lacerante, in bilico sul nonsenso) con strumenti alternativi alla razionalità: in particolare quelli offerti dal mito, in senso ampio.»
Il mito met en valeur la dinamicità della memoria. I personaggi mitici, grazie alla loro alterità contribuiscono nella formazione di una nuova forma mentis dell’individuo, regalandogli una visione inedita delle cose del mondo, una visione innovatrice che può aiutarlo a risolverne le complessità.
Attraverso questo giro intorno al mito e alla grecità, la scrittrice ci esorta a «prender le distanze da ogni approdo definitivo», a non fermarci a una visione della Grecia arcaica ed idealizzata, ma a guardare con occhi nuovi e soprattutto più grandi, perché le rovine della Grecia di ieri sono le nostre rovine e il disfacimento lascia sempre intravedere una rinascita all’orizzonte.
La lingua degli dei permette di “vedere” la Grecia per davvero, di spiare i luoghi mentre si sfogliano le pagine. La Grecia non è un’idea fossilizzata che abbiamo letto nei libri ma una voce che può aiutarci a rinnovare le pareti della fantasia e del pensiero. L’opera ne mette in luce le contraddittorietà, le metamorfosi, le incoerenze che risuonano dai miti attraverso le parole, dimostrando come il filo rosso fra ieri e oggi non si sia mai spezzato, semmai irrobustito, esteso, rinvigorito di significati. «La Grecia vive eternamente nel suo eterno passare; è una terra di metamorfosi e di illusione che, a dispetto della limitata estensione territoriale, ci comprende tutti: we are all Greeks.»
L’uomo conserva la sensazione connaturata di appartenenza a un luogo. Non si tratta del sentimento verso la terra natia ma di un legame istintivo fra un individuo e una terra straniera, avvertita come familiare dalla memoria del subconscio. La magia dell’estraneità conosciuta o meglio ri-conosciuta si compie sulla maggior parte di coloro che mettono piede in Grecia. Lì il pensiero si fa materia generando una connessione tra l’atmosfera e l’ospite di passaggio, il quale si domanda se quel pensiero sia di sua produzione o gli sia stato suggerito, senza sapere da chi.
Goethe diceva che «tra tutti i popoli, i Greci sono quelli che hanno sognato nel modo più bello il sogno della vita.» Se nel sogno è nascosta la memoria dell’inconscio è forse lì che conserviamo la nostra grecità? Si dice che tutto ciò che è sommerso nei labirinti della nostra memoria, presto o tardi, trovi il modo di riemergere con prepotenza. Il pensiero taciuto bussa nella testa senza darsi per vinto. La Grecia sta al sogno come il sogno sta alla memoria dell’uomo. La Grecia è sogno.

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