Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento

Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento

di Martina Mele

 

«I grichi “non sanno, quando parlano, di custodire sulle labbra un tesoro così in pericolo”»

(Maria Corti)

 

 

Tra i primi (o, probabilmente, il primo) a riconoscere l’importanza della cultura orale del Salento, nella fattispecie quella legata all’antica lingua grica, e la necessità di un’opera divulgativa vi fu Brizio Montinaro, antropologo e massimo esperto di tarantismo. Esemplificativo del grande lavoro di conservazione e diffusione di questa memoria quasi estinta è Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento (1994), un’antologia di testi in grico e romanzo, provenienti da fonti a stampa e fonti orali, raccolti in paesi ormai non più grecofoni. Si tratta di canti di rara unicità: ad esempio,non si avranno più ‘nuovi’ lamenti funebri (i cosiddetti moroloja, letteralmente ‘discorsi sul destino’), quelli affidati alle prefiche, le donne che prendevano parte alla cerimonia funebre onorando il defunto con urla strazianti e pianti scomposti, poiché la figura stessa della prefica non esiste più.

Di esse scrive Montinaro:

«Quando le prefiche arrivavano irrompendo nel luogo dove avveniva la pròthesis del cadavere si presentavano vestite di nero, i capelli sciolti e scarmigliati, e partecipavano con urli lancinanti e strazianti al pianto già in atto di parenti e amici. Era questo un pianto scomposto e rischioso che poteva condurre a svenimenti, autolesionismi o a gravi forme di ebetudine stuporosa. Le prefiche […] davano inizio al kopetòs, cioè cominciavano a percuotersi la testa con le due mani, a battersi con furia il seno o le ginocchia e a strapparsi i capelli. Poi, acquietate, tiravano fuori dal petto un fazzoletto bianco che tenevano per un angolo con una mano e per quello opposto con l’altra e che agitavano in una danza ritmica, ora arrotolandolo a fune con opportuni movimenti ora tendendolo, mentre emettevano un urlo, fino quasi a lacerarlo».

Esempio di moroloja. Si tratta di componimenti costituiti da quartine, in cui il secondo e il terzo verso rimano quasi sempre, che la prefica recitava in base alla circostanza e, soprattutto, interpretandoli in base alla propria memoria personale. Difatti i lamenti non venivano mai eseguiti dalla prefica così come li aveva ricevuti! Tuttavia, sono stati individuati anche lamenti a testo fisso. Relativamente all’identità di questi ‘grichi’ dell’entroterra salentino sono state avanzate diverse ipotesi. Già nel 1856 il filosofo A. Fr. Pott vi si interrogava: pubblicò alcuni canti appartenenti alle colonie greche di Calabria. Tuttavia, la prima indagine scientifica di questa lingua parlata dagli italogreci fu presentata nel 1870 dal linguista Giuseppe Morosi nel suo trattato Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto in cui promuoveva la discendenza dei greci del Salento dai coloni bizantini del IX secolo e in cui cercò di dimostrare che il greco salentino coincide con la lingua volgare neogreca: ad esempio, pare che l’associazione tra il morto e la mela marcia, presente in molte poesie popolari e colte, sia giunta nella cultura salentina attraverso la colonizzazione bizantina. A smentire questa ipotesi fu Gerhard Rohlfs, il quale sosteneva che il greco moderno non nasce in epoca bizantina bensì nell’epoca ellenistico-romana. Vi è una terza voce, quella della teoria megaloellenica, sostenuta nel 1992 da Anastasios Karanastasis.
In questo ‘archivio cartaceo’ di Montinaro è forte l’ideologia funeraria della Grecìa salentina, in cuiil lamento, inteso ‘come unità dinamica di parola, di melopea e di gesto’, giocava un ruolo fondamentale: se il rito della recitazione funebre non avveniva in maniera corretta, ovvero senza pianti e lamenti, era credenza comune che il morto non avrebbe raggiunto l’oltretomba, tormentando molestamente i vivi. A tal proposito vi erano delle pratiche che veicolavano il rapporto tra il morto e il mondo dei vivi: quelle per facilitare l’allontanamento del morto, che consistevano nell’aprire porte e finestre a morte avvenuta, nel coprire tutti gli specchi e nel posizionare il defunto con i piedi rivolti verso l’uscita della casa; quelle per onorare la memoria del morto e assicurarselo amico, con cui si ricordavano le buone opere del defunto e lo si elogiava quanto più si poteva, ricorrendo anche a bande musicali e corone di fiori; pratiche per impedire il ritorno del morto, le quali prevedevano che al morto venissero legati i piedi, che i vestiti venissero bruciati, che il materasso venisse distrutto e che la casa venisse imbiancata. Se nei canti di pianto è la donna ad esserne protagonista – le prefiche di cui sopra –, nei canti d’amore è invece l’uomo a diventare il soggetto principale. L’amore che viene cantato è un amore forte ed eterno come si legge nel canto IX:

‘Può pure spaccarsi il marmo per l’invidia / e mutare la terra che io non muto; / tutte le persone possono diventare serpenti / e venire addosso a me che io non muto; / mi possono mettere in mezzo a una forbice / e farmi a pezzettini che io non muto; / mi possono ridurre polvere e terra / che io non abbandono questo bel corpo.’

I canti d’amore sono generalmente costituiti da ottave di endecasillabi con rima alternata, ma si può avere anche la variante dei primi sei versi con rima alternata e gli ultimi due con rima baciata. Le tematiche sono molteplici e possono essere «ora da cantico (XV, ndr: ‘Fice lu sole e poi fice la stella / e poi fice l’occhi toi, cara mia bella), ora d’amore cortese con cacce e castellane simili al sole (XIX, ndr: ‘Se nfaccia la patruna de la finestra: / “Non ammazza’ la cerva ca è la mia” / “No’ su’ bbinutu pe’ ammazza’ la cerva / ièu su’ bbinutu per amare a tia” e XXVII, ndr: ‘Quannu te ‘nfacci tie, sangu riale, / ogn’ommu crida: mo spunta lu sole!’), ora da dolce stil novo (XX, ndr: ‘O ròndine ci ròndini lu mare / ferma cu te le dicu ddoi palore / tantu ‘tte tiru ‘na pinna de l’ale / ‘na lettera àggiu ffare alla mia amore’. La donna destinataria dell’amore dell’uomo, e che lo corrisponde, diventa: «rosa da cogliere non in boccio ma quando è “mezza aperta” (I, ndr: ‘Se vuoi prendere la rosa profumata / prendila quando è mezza aperta. / Allora la rosa è desiderata, / non quando è aperta e spampanata’), luce balenante nel verde di un campo di lino (V, ndr: ‘Nel tuo campicello ero a coglier lino / e ti vidi lampeggiare in mezzo al verde / come quando la luna si leva / dal suo letto bello e ornato’), grasta di basilico profumato (ndr: VIII, ‘ O basilico dalle foglie larghe, / con le quaranta foglie. / Quaranta ti amarono/ io venni e ti presi’. Se, invece, l’amore non è ricambiato dalla donna, quest’ultima viene spietatamente descritta come «zucca beccata da ogni uccello […], incudine su cui batte ogni martello (XXII, ndr: Cucuzza pizzicata d’ogne agellu / gaddina fu chiamata d’ogne gallu / stae ‘lla casa e riposa ogne cavallu / incùdine ca ti batte ogni martellu’.
A fare da anelli di congiuntura tra i canti di pianto e i canti d’amore sono il canto X, in cui l’uomo affida alla donna alcune cose da fare per lui al momento della sua morte:

‘Se muoio voglio che tu mi pianga / scapigliata in mezzo al cortile, / che ti strappi i capelli di seta / e li deponga sul mio petto. / Dopo un anno fammi dire una messa / e ai due anni qualche Pater Noster / e quando avrai fatto tutte queste cose / apri la tomba ed entra lì con me’;

e il canto XIII, tra i più belli del testo di Montinaro, dove l’uomo defunto ritorna dall’aldilà solo per rivedere la sua amata:

‘Dodici anni dopo la mia morte / ancora, piccola, io t’amerò; / e dalla tomba ove sto sepolto / apposta io verrò per incontrarti. / Verrò dietro le porte e aspetterò, / e busserò ché non potrò parlare; / se chiederai il senso di quei colpi / – Alzati: che ti vedano queste ossa! –’.

Inoltre l’amore di questi antichi canti salentini, come Montinaro mette in evidenza, rifiuta l’abbandono. Si legge nello struggente canto XIV, il quale procede per adynata (cose impossibili):

‘Quando vedrai il mare prosciugarsi, cuore mio, / prosciugarsi e non avere più acqua / e ararvi per far coltivazione / e ottenere lì dentro messe rigogliosa, / e i morti tornare alla vita, / e i carcerati tutti in libertà, / quando avrai visto tutte queste cose / allora ti lascerò e con grande dolore’.

Il libro di Brizio Montinaro è un lascito prezioso della cultura salentina e un monito a non dimenticare una lingua che sta ormai scomparendo.

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