“Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani”. Dialogo con Grazia Pulvirenti

“Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani”. Dialogo con Grazia Pulvirenti

A CURA DI GIOVANNA DI MARCO

Ci sono personaggi che passano alla storia all’ombra di altri, come figure di contorno per raccontare e accrescere le ‘vite inimitabili’ di grandi artisti, di geni. La storia di Jeanne Hébuterne, compagna di Amedeo Modigliani, ricorda per certi versi quella di Camille Claudel, amante di Rodin, che visse e impazzì per quell’amore, finendo i suoi giorni in un manicomio; Jeanne, invece, due giorni dopo la morte del suo amato, si congedò dalla vita lanciandosi nel vuoto. Né valsero la sua gravidanza a termine o l’essere madre della piccola Jeanne a trattenerla. Ma, come Camille  Claudel, Jeanne era un’artista dalla personalità spiccata e questo poco lo si ricorda poiché la sua memoria è oscurata e si ritrae quasi di fronte a quella di Modigliani, che giganteggia. Grazia Pulvirenti le ha dato voce attraverso il romanzo intitolato Non dipingerai i miei occhi, edito da Jouvence. Le ha dato voce perché Jeanne si racconta  spesso in prima persona per tutto l’arco della narrazione, ribadendo il suo spirito indomito anche rispetto all’uomo a cui consacrò la vita, anche rispetto al suo essere musa, ispiratrice e soggetto da ritrarre ossessivamente. Lo sguardo che non si può rappresentare, che sfugge, l’anima che non si può rubare a nessuno come cercano di fare gli artisti… Deciderà lei quando donare sguardo e anima per essere dipinti, almeno così ha immaginato Pulvirenti, per affermare la libertà di scelta, oscura, incomprensibile, di quel volo estremo, che lasciò e lascia ancora esterrefatti. Non è solo Jeanne a parlare in prima persona: l’io-narrante cambia spesso ed è associato a un quadro, a un disegno, a qualcosa che riconduca alla cultura visiva di quel tempo, ridisegnando, attraverso la parola, non solo un’epoca artisticamente ruggente, ma anche quel fondo magmatico che è l’animo umano. Se non sappiamo cosa abbia guidato o cosa abbia pensato Jeanne Hébuterne nella sua vita e nella scelta del suo destino, Pulvirenti ci convince che sì, ciò che ha narrato potrebbe essere stato. Perché la verosimiglianza è il segreto, il patto tacito di ogni buona finzione.

Il suo romanzo è frutto di una ricerca instancabile quanto impervia. Cosa l’ha condotta a Jeanne?

È vero, alla base di ogni opera di fantasia che tratti di un personaggio realmente esistito, c’è un lungo e appassionante lavoro di ricerca. Nel caso di Jeanne particolarmente complesso per via dell’inesistenza di materiale documentale, come diari o lettere. Quindi per me la base della ricerca sono state le opere di Jeanne. Da cui è nata anche l’ispirazione di questo romanzo: un dipinto, un suo autoritratto che vidi per caso in una mostra degli artisti dell’École de Paris. Non conoscevo il nome di quella pittrice, Jeanne Hébuterne, e mi risultava difficile trovare informazioni. Finché mi resi conto che si trattava della donna più ritratta da Modigliani, sua compagna e madre dell’unica figlia. Mi innamorai del suo tratto, dell’intensità dell’espressione e del distillato di dolore e meraviglia che affiorava dal suo sguardo. Tutto ciò mi condusse a un affondo nella sua opera, al fine di comprendere cosa si celasse dietro la rappresentazione, dietro il suo sguardo, nella dinamica della sua relazione col mondo, con gli altri, con se stessa. Così iniziai a indagare, attraverso le poche notizie certe che possediamo, la sua vicenda artistica e umana. Da lì nacque la necessità interiore di ridare voce a Jeanne, di far conoscere la sua storia, come se venisse narrata da lei, di far emergere la sua personalità, contraddittoria e ostinata, il suo amore folle e assoluto, il suo fallimento esistenziale che io leggo e faccio leggere nella mia narrazione come l’ultimo grande amore romantico che nella morte trova la sua sublimazione.

Nel suo romanzo lei dà voce a Jeanne. La storia la ricorda soprattutto come musa di Modigliani e poi per la sua tragica fine; lei invece ne ha ribadito il pregio dell’arte e del talento creativo. Ma è andata oltre: il gesto eversivo e irreversibile che ha compiuto Jeanne e proprio contro la vita è anticipato anche dalla sua ribellione a quello stesso amore a cui si era consacrata. Ce lo dice già il titolo, Non dipingerai i miei occhi: dei ritratti di Jeanne realizzati da Modigliani abbiamo quasi sempre ‘due ferite di cielo’, non uno sguardo, non due occhi. In questo possiamo ritrovare l’identità, l’anima di Jeanne, la libertà individuale di un essere al di là dei lacci e delle relazioni che lo avvinghiano al mondo?

Esattamente. La narrazione nelle biografie di Modigliani che viene fatta di Jeanne la propone come una donna remissiva, sottomessa al grande artista che ama incondizionatamente. Ora che Jeanne sia stata così è davvero impossibile. Analizziamo alcuni dati: è giovanissima, 19 anni, riesce a inserirsi nell’ambiente tanto idolatrato degli artisti di Montparnasse, si iscrive ai corsi di pittura di una Accademia, la Colarossi, piuttosto provocatoria e indipendente rispetto a quella di Belle Arti, tesa verso la rappresentazione della modernità, del nudo, etc. Abbandona la famiglia per andare a vivere di fame e stenti insieme all’uomo amato, 15 anni più anziano di lei, ebreo e molto chiacchierato per il suo abuso di alcool e hashish. Dipinge, suona il violino, realizza abiti e gioielli. Resiste accanto all’uomo che ama fino alla sua morte, allevia i suoi dolori e le sofferenze come può, resiste a una gravidanza non voluta, resiste a una nuova gravidanza, anch’essa non voluta. Dai suoi quadri emerge una visione assolutamente autonoma e differente da quella di Modigliani (anche questo si è detto di lei: emula di lui): dal suo tratto espressivamente intenso e dalle tinte ora fosche, ora parossisticamente surreali, si percepisce una visione dell’esistenza sofferta, drammatica, la raffigurazione di un metafisico grumo di dolore.

 

I suoi personaggi prendono la parola, ci raccontano la loro storia e i loro pensieri. Intima è quella tra Jeanne e Modì attraverso la loro voce. Si evince una loro diversa concezione dell’arte: per Amedeo, una ricerca spasmodica della bellezza; per Jeanne, “la relazione, il rapporto, il contatto con lo sguardo” in dipinti in cui “anche i muri delle case sembrano soffrire”. Crede che queste ultime dichiarazioni di poetica siano una peculiarità dell’animo femminile?

Questa è una domanda davvero difficile. Non possiamo mai generalizzare, ma certamente lo sguardo femminile è incline a soffermarsi sulla percezione del dolore, della sofferenza, della corporeità ferita dalla vita.

La particolarità del suo romanzo – oltre al cambio continuo della voce narrante che ci mostra, con dinamismo, l’introspezione dei personaggi (come non pensare a Faulkner?) – consiste in una costruzione ‘per quadri’. Mi spiego meglio per renderlo più comprensibile ai lettori: quasi ogni capitolo porta il nome di un quadro, di un disegno più o meno famoso di Modigliani, Hébuterne o di altri artisti. Segue poi e spesso il racconto del personaggio raffigurato in quell’opera visiva. Questa forma favorisce una lettura ‘altra’ dell’opera d’arte, intima e singolare. Ma dà la possibilità anche alla parola di ricrearsi sul dato visivo e alla struttura stessa del romanzo di diventare una sorta di mappa, un percorso che nasconde e sottende molte possibilità creative. Come è nato in lei questo bisogno di guidarci dentro ai quadri, nelle viscere e nel sangue della vita che li ha ispirati?

Per scoprire l’animo di Jeanne, ho contemplato e studiato a lungo le sue opere, dipinti, acquarelli, disegni. Dal suo modo di rappresentare gli spazi, la figura umana, se stessa, ho cercato di risalire al suo modo di sentire, dal suo sguardo sul mondo ho immaginato il suo occhio interiore. Ecco che i primi nuclei narrativi furono i suoi dipinti che mi restituivano la sua voce. Da lì nacque in me il desiderio di porre la voce di Jeanne in dialogo con altre voci, da fare affiorare da altri dipinti, che narrano eventi, momenti di vita e personaggi con cui Jeanne interagì. Ne è emersa una scrittura per immagini in cui gli sguardi si fanno parola e dalle parole emergono visioni. Inoltre mi interessava operare una sorta di “deiconicizzazione” di molti di quei dipinti che sono capolavori incontestati della modernità, come i ritratti di Jeanne realizzati da Modigliani: fare emergere quanto si nasconde dietro lo smalto della storia dell’arte, la sofferenza dei corpi, delle esistenze da cui quei dipinti nacquero.

La storia che lei racconta va dal 1916 al 1920, gli anni difficili della guerra, del dopoguerra e di una epidemia come la spagnola. Fatte le dovute differenze con l’attualità, è evidente che ci troviamo di fronte a un altro periodo buio e inquieto. Perché secondo lei oggi non ci sono più quei talenti?

Non lo so. Credo che ci sia stato un impoverimento delle passioni, degli ardori, della volontà di mettersi in gioco rischiando in prima persona, del desiderio di andare fino in fondo, di affrontare il sacrificio, in particolare quello dei corpi, con il quale l’arte è sempre, misteriosamente, intimamente legata. E poi, credo che allora esistesse un senso della collettività, dell’amicizia, che oggi si disgrega nello smarrimento di quei valori basilari, semplici seppur altisonanti come il bello, il vero, il giusto. Da questi bisogna ripartire, insieme al recupero della dimensione della gentilezza e dell’ascolto, per cercare di creare un mondo migliore, più ospitale nei confronti dell’umano e della sua fragilità.

Biografia

Grazia Pulvirenti vive fra due passioni: la regia d’opera e la letteratura. Ha firmato diverse regie e partecipato come regista collaboratrice ad alcuni fra i più importanti allestimenti degli scorsi anni, a fianco dei maggiori registi dei nostri tempi. È anche Presidente della Fondazione Lamberto Puggelli; Presidente del Centro di ricerca interdisciplinare NeuroHumanities Studies; Presidente del Corso di Dottorato in Cultural Heritage, dell’Università di Catania; Presidente della Goethe Gesellschaft-Italien; Direttore della collana editoriale “Wunderkammer”, nonché Professore Ordinario e titolare della Cattedra di Letteratura tedesca all’Università di Catania ed è stata visiting professor all’Università di Vienna. Porta inoltre avanti l’impresa del Teatro Machiavelli a Catania. Ha firmato diversi lavori come regista, collaborando preminentemente con lo scenografo e costumista Darko Petrovic. Per Jouvence ha pubblicato Non dipingerai i miei occhi.

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