La voce senza nome, né volto, né dimora. Recensione di Anon di Virginia Woolf

I colori che risaltano meglio al lume di candela

 sono il bianco, il rosa e una specie di verde acquamarina.

 Manca solo un poeta a questi pensieri perché diventino persone.

Virginia Woolf, Anon

 

 

La voce senza nome, né volto, né dimora. Recensione di Anon (Virginia Woolf)

 

DI SARA MANUELA CACIOPPO

 

Anon cantava perché era giunta la primavera; o perché l’inverno era finito; perché era innamorato; perché era affamato, o lascivo; o felice; o perché adorava qualche Dio. Anon a volte era un uomo; a volte una donna. È la voce comune che canta all’aria aperta; non ha una casa. È il vagabondo che cammina fra i campi, sale sulle colline, ascolta l’usignolo disteso all’ombra del biancospino.

Era il 1940, Virginia Woolf stava revisionando il manoscritto del romanzo “Tra un atto e l’altro”, quando sentì l’esigenza di scrivere qualcosa di nuovo, sfacciato, a metà fra il romanzo e il saggio, la sua ultima opera prima del suicidio nel 1941. Anon, abbreviazione di Anonymous, è il cantore e drammaturgo che parla a un pubblico antico, altrettanto anonimo. Emblema della tradizione orale, a cui Woolf attribuisce caratteri ed espressioni peculiari, Anon è uno scrittore sconosciuto e senza sesso, affrancato dai vincoli editoriali. Woolf ne parla per la prima volta nel diario, descrivendolo come un nuovo punto di inizio, quasi un divertissement:

Saturday, November 23rd

Having this moment finished the Pageant   ̶ or Poyntz Hall? ̶ (begun perhaps April 1938) my thoughts turn well up, to write the first chapter of the book (nameless) Anon, it will be called. […] I am a little triumphant about the book. I think it’s an interesting attempt in a new method. I think it’s more quintessential than others. More milk skimmed off. A richer pat, certainly a fresher than that misery The Years.

I’ve enjoyed writing almost every page. This book was only (I must note) written at intervals when the pressure was at its highest, during the drudgery of Roger. I think I shall make this my scheme: if the new book can be made to serve as daily drudgery ̶ only I hope to lessen that ̶ anyhow it will be a supported on fact book ̶ then I shall brew some moments of high pressure. I think of taking my mountain top ̶ that persistent vision ̶ as a starting point. Then see what comes. If nothing, it won’t matter. (Woolf, A writer’s diary, pp. 345-346)

 

“Anon”, pubblicato in Italia dalla casa editrice Berti con traduzione e curatela di Massimo Scotti, è un viaggio nella letteratura inglese, dall’oralità alla carta stampata, dalla figura del cantore anonimo a quella del drammaturgo, del poeta e dello scrittore. Woolf ci guida in un racconto che rivive il passato nel tempo presente, analizzandone le perdite. L’autrice spiega che la letteratura inglese si è nutrita di antiretorica e gusto dell’autentico fin dagli albori e fu tramandata nei secoli da una voce comune, una voce senza nome, né volto, né dimora: Eppure, nei secoli silenziosi prima che i libri fossero stampati, fu la sola voce ad essere udita in Inghilterra. Senza Anon che intonava il suo canto sulla porta di servizio, quella inglese sarebbe stata una razza muta; […] avrebbero lasciato dietro di sé case di pietra, campi coltivati e grandi chiese, ma nessuna parola.

Con una scrittura fortemente visiva, Woolf riporta non solo l’origine delle storie antiche, delle fiabe e leggende che hanno attraversato il pianeta nei secoli, ma anche le forme di anonimato presenti nella cultura popolare. La riflessione coinvolge l’evoluzione del mestiere di scrittore, insistendo sulle interferenze del pubblico, destinate a pungolare, distorcere, ostacolare ma allo stesso tempo stimolare l’artista. Quest’ultimo farà cadere il velo dell’anonimato per diventare una voce riconoscibile, apprezzata o disprezzata dal pubblico. Se un tempo gli spettatori si accalcavano per assistere allo spettacolo teatrale, pur restando in silenzio (gli elisabettiani non avevano una letteratura precedente con cui comparare il dramma, né la stampa divulgatrice), lo spettatore/lettore odierno non lascia spazio ai silenzi, avendo alle spalle da una parte elementi sufficienti alla comparazione e dall’altra la carta stampata a fissare la norma.

L’anonimato, secondo Woolf, era una grande risorsa in quanto conferiva alle opere un carattere generico e impersonale, permetteva di non conoscere affatto l’autore e quindi di concentrarsi in modo esclusivo sul suo canto. Di conseguenza, attraverso il personaggio di Anon, Woolf celebra la nostalgia del passato, svelando le inquietudini di una società, a lei contemporanea, autodistruttiva e ingannatrice, talvolta letale. Erano già corrotti, anche in quel mondo nuovo. Facevano brutti sogni. Artù è destinato alla sconfitta. Le regine sono lascive. Sembra che non sia mai esistito un mondo giovane. Dietro alla stirpe inglese si estendono epoche d’amore e di fatiche. Questo è il mondo che sta al di sotto della nostra coscienza; il mondo anonimo a cui possiamo ritornare ancora.

Woolf affronta la questione dell’oralità e della scrittura, ponendo in essere le loro divergenze relative all’elaborazione e alla ricezione del messaggio.  Il processo mentale che sottintende le due forme (verbale e scritta) non è in effetti il medesimo: se quando parliamo la spontaneità prende il sopravvento a dispetto della volontà del soggetto in causa o dei destinatari (target) dell’enunciato, quando scriviamo ci soffermiamo sulle parole, sugli accostamenti, studiamo il testo in modo da conformarci a un genere e accontentare le esigenze del ricevente tipo. Se l’oralità è un continuum, la scrittura è fissazione e parcellizzazione di parole sottostanti a un controllo: sono tanti i singoli individui che premono con il peso delle loro emozioni inespresse sulla coscienza degli scrittori. […] Anon invece non aveva responsabilità né consapevolezza. Non è cosciente; può prendere in prestito parole di altri; può ripetersi. Può dire quello che tutti sentono.

“Anon” è rimasto incompiuto. Avrebbe dovuto essere il primo capitolo di un grande volume sulla letteratura inglese intitolato “Reading at Random” (chiamato in seguito “Turning the Page”), di cui Anon è la prima parte e The Reader la seconda. Anon muore con l’avvento della stampa, che intrappola la parola sulla carta, privandola della libertà. Il primo colpo gli viene inferto quando il nome dell’autore è scritto su un libro. Anon stava lentamente perdendo la sua ambiguità. Così, la voce senza nome trova immobilità sulla pagina bianca e lì muore. Eppure, se non fosse stata impressa in quella carta, non l’avremmo mai conosciuta.

In “Anon” leggiamo tutto il disagio di vivere di Virginia, un dolore lacerante che di lì a poco la condurrà a porre fine alla sua esistenza.

Anon il poeta si tiene sempre a distanza dal momento presente. Ripete che i fiori non appassiscono; che la morte è il confine. Non si stanca mai di celebrare le rose rosse e i seni bianchi. […] A un certo punto però c’è una frattura. […] Si leva su una tempesta. Il dramma è diventato troppo grande per il teatro all’aperto su cui batte il sole e infuria la pioggia. Quel teatro è sostituto da un teatro della mente; il drammaturgo è sostituito dall’uomo che scrive un libro; lo spettatore è sostituito dal lettore. Anon è morto.

3 Comments

Post A Comment