Magda Szabó: la porta del passato

Magda Szabó: la porta del passato

di Alice D’Anella

 

 

“Sogno raramente. E se capita, mi risveglio di soprassalto in un bagno di sudore. In questi casi, poi, mi abbandono nel letto aspettando che il cuore si calmi. Da bambina, o da ragazza, non facevo sogni, né belli né brutti, è la vecchiaia che mi trasporta senza sosta un orrore impastato di detriti del passato, che mi travolge con la sua massa via via sempre più compatta, sempre più opprimente, un orrore più tragico di ogni esperienza reale perché le cose che vedo nell’incubo non le ho mai vissute sul serio. E mi risveglio urlando”.

-La porta, Magda Szabó

 

Quando si parla di Magda Szabó, una delle scrittrici di punta dell’Ungheria, non si può ignorare il suo rapporto con il passato e la sua costante ricerca identitaria.  

Magda Szabó nasce alla fine della Prima guerra mondiale, cresce durante la Seconda e assiste all’invasione da parte dell’URSS della sua terra natìa.

Dopo la carriera da insegnante liceale, la scrittrice trova impiego presso il Ministero della Religione e dell’Educazione fino al licenziamento nel 1949, avvenuto a seguito dell’invasione dell’Armata rossa. Negli stessi anni la sua scrittura viene considerata pericolosa, motivo per il quale è costretta a lasciare qualsiasi tipo di impiego e a rinunciare alla pubblicazione fino al 1958.

I primi romanzi pubblicati dalla scrittrice risalgono alla fine degli anni Cinquanta, basti pensare ad Affresco a L’altra Eszter, ma è soprattutto grazie ad Abigail e successivamente a La porta che Magda Szabó diventa una delle scrittrici più importanti di tutto il Novecento.

L’elemento che accomuna tutte le sue opere è il legame fra passato e futuro, il dialogo fra l’io di adesso e l’io di ieri. L’intento della scrittrice risiede dunque nel sottolineare quanto la memoria possa influire sulle scelte future, quanto l’esperienza vissuta possa suggestionare il comportamento di ciascun individuo.

 

Questo fil rouge che lega tutti i suoi romanzi, trova un punto di arrivo nell’opera La porta, capolavoro del Novecento, in cui il tema del ricordo diventa il perno centrale dell’intera narrazione.

Il testo in questione, pubblicato nel 1987, ha un carattere marcatamente autobiografico. L’accento non viene posto sulla vita intima e letteraria della scrittrice, bensì sull’arrivo in casa di Emerenc, la nuova donna delle pulizie.

Le protagoniste del romanzo appaiono ad una prima analisi molto diverse: Magda appartiene all’élite culturale ungherese, Emerenc proviene da una famiglia molto povera. La prima è incapace di affrontare i piccoli problemi quotidiani, la seconda è un vortice di energie, molto pragmatica e diretta. Inizialmente il rapporto è molto distaccato, la domestica non lascia trasparire nulla di personale chiudendo sempre dietro di sé l’invalicabile porta di casa sua, come se dentro quelle mura si nascondesse il peso di un segreto indicibile:

“Ai tempi dell’università detestavo Schopenhauer, nel corso della vita invece, mi sono resa conto che ha ragione quando sostiene che ogni legame sentimentale rappresenta una possibile aggressione, da quante più persone ci lasciamo avvicinare tanto più numerosi sono i canali attraverso cui il pericolo può colpirci. Non fu facile ammettere che Emerenc contava sempre di più, la sua esistenza era diventata una componente essenziale della mia vita; all’inizio mi spaventava l’idea che un giorno avrei potuto perderla: se le fossi sopravvissuta nella schiera delle mie ombre ci sarebbe stato un ulteriore fantasma, insaziabile, tormentoso, che mi avrebbe seguita ovunque e gettata nella disperazione.”

Con lo scorrere della narrazione, fra Emerenc e Magda si consolida un forte legame che mette in luce il passato tormentato della domestica e il peso dei suoi ricordi.

La memoria diventa dunque, tramite la voce di Emerenc, un mostro inarrestabile che si propaga nell’anima dell’essere umano condizionando ogni sua scelta e ogni tipo di comportamento. La porta rappresenta quindi uno sforzo, il vano tentativo di lasciarsi alle spalle esperienze traumatiche e dolorose, la volontà di dimenticare e la conseguente accettazione del potere della memoria che condiziona ogni evento futuro. Alla fine, dietro quella porta, resteranno solo polvere, macerie e un grande senso di vuoto, difficile da colmare.

Per Magda Szabó la scrittura, al tempo stesso ricercata e colloquiale, risulta essere il mezzo che unisce passato e autobiografia, lo strumento attraverso il quale la scrittrice intraprende un percorso di ricerca identitaria che l’accompagnerà durante tutta la sua carriera.

Gli eventi storici del Novecento spingono molti autori a rievocare ricordi, perdite e traumi tramite la scrittura, ne è un esempio Anna Achmatova che con Poema senza eroe cerca nel passato la chiave per aprire un nuovo ciclo culturale. Ma se da un lato la voce dell’Achmatova vuole rappresentare la sofferenza di un intero popolo, la parola della Szabó rimane riservata ai personaggi delle proprie opere a cui decide di affidare ricordi, esperienze vissute e incertezze. È anche tramite scrittrici come Magda Szabó o Anna Achmatova che si capisce fino a che punto la storia novecentesca abbia stravolto non solo l’uomo ma anche il ruolo della scrittura.

Il mondo ricreato dalla scrittrice ungherese è quotidiano, dolce e sofferente al tempo stesso. I personaggi che inventa parlano di lei, della sua vita e delle sue riflessioni.

Magda Szabó sceglie di regalare la propria vita alla letteratura.  

No Comments

Post A Comment