IVANO FERRARI – MACELLO

IVANO FERRARI – MACELLO

di Domenico Cosentino

Immagini di Alberto Ziveri

 

“Il primo giorno/ d’un tratto il molliccio/mi avvinghia il collo/ come una sciarpa/ qualcuno mi aveva lanciato/un interminabile pene di toro.”

Questo è il benvenuto che danno a Ivano Ferrari gli operatori del macello comunale di Mantova e che lui descrive in un modo così tagliante e preciso in quella raccolta di poesie (Macello, appunto) che è diventata un libro di culto. Per capire questo gesto bisogna entrare davvero in un macello, in una mentalità totalmente distorta da quella che si avrebbe “fuori”, di turni massacranti e di voglia di evadere e di ridere anche se si ha a che fare tutte le ore con la morte. Forse proprio per sdrammatizzare, o forse perché ormai gli animali diventano noia, quotidianità, merce:

“Sventrate intere famiglie/oggi/lunedì di intensa macellazione./una vacca ha partorito un vitello/negli occhi la paura di nascere/ il foro in mezzo il nostro contributo/ a tranquillizzarlo.”

Il foro è il proiettile captivo della pistola ad aria compressa che fa un rumore sordo una specie di STUD, in una piccola regione del cranio dell’animale, una porzione che lo storditore deve saper riconoscere in una manciata di secondi, prima che l’animale capisca, che si agiti, che si cachi addosso.

Gli animali in fila sentono l’odore della morte, vedono i compari morire, qualcosa cambia nelle loro teste e nei loro occhi. Qualcuno cerca di fuggire, pochi in realtà. La massa è abituata alle catene e agli spazi stretti e la libertà non sa cosa sia. L’odore del sangue e delle budella ti entra dentro, ti rimane addosso anche quando sali in auto a fine turno e apri i finestrini, anche quando torni a casa e lasci il cappotto fuori a prendere aria. Ferrari ha visto, ha studiato, le varie fasi, gli step del macello, da uomo delle pulizie a controllore della carne. Un viaggio attraverso gli inferi della violenza e della brutalità.
Come uscirne? Facendo finta di nulla, scrivendo poesie appena si può. Elevandosi ad altro.
“Qualcuno si chiede se io ami/se durante il giorno cerco/o risolvo, se almeno vedo.”
Chi non può scrivere poesia si arrangia, tutto è un lavoro come alla catena di montaggio di una qualsiasi azienda automobilistica.
Chi ci lavora è gente abituata al coltello e al sangue, chi non lo era ci si abitua subito, altrimenti soccombe proprio come i vitellini che è costretto a uccidere.
Si costretto, non è una scelta, come non fu per Ferrari, non trovando altro, per non morire di fame, lavorare per vivere. Un lavoro come un altro.
Il macello è un microcosmo a se stante, una società nella società, con le proprie gerarchie:

“Macellatori contro facchini/palla il cuore sodo del toro/terreno scivoloso/pali due paranchi vuoti/arbitra un vigile sanitario.”

Tutto questo inevitabilmente lo porti a casa, dentro le mura, nel tuo rifugio, e le donne che vivono la tua quotidianità come sono come diventano? Anche loro seguono i tuoi orari, le tue ansie, i tuoi odori:
“Ho visto la moglie di chi squarta/ (mezzene e quarti)/ è una signora tozza e bruna/con movenze pigre e sensuali/avvolta in un forte profumo di rosmarino.”
La mia copia l’ho comprata anni fa, l’ultima, in una libreria Einaudi di Torino, una copia che cercai per due anni il libro era fuori commercio da molto tempo, ora fortunatamente Einaudi ha deciso di ristamparlo.
Le poesie di Macello non finiscono alla fine del libro, si estendono continuano, per far capire per mostrare, anche in un altro libro “La morte moglie”, un libro che è un pugno nello stomaco, che è peggio di un pene che ti arriva dietro la nuca, in cui forse anche in questo caso l’autore mischia amore e morte.

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