Missive selvatiche

Missive selvatiche

 

a cura di Giovanna Di Marco e Ivana Margarese

 

 

Siamo stanchi. Chi più chi meno lo siamo tutti. Siamo stanchi di vivere confinati nelle nostre case, in solitudine, senza poterci più spendere in esperienze che un tempo reputavamo scontate e che ci davano piacere. Tra queste si contemplano anche le esperienze culturali condivise: andare a un concerto, a una mostra, alla presentazione di un libro. E se ci arrivasse una sorpresa nella buca delle lettere? Una sorpresa evocatrice di ciò che è stato per dirci che ancora potrà esserlo e che ancora sarà? La gioia infantile della sorpresa non è destinata solo ai bambini: ognuno di noi ha bisogno di sognare ancora, di immaginare che tutto ciò che stiamo vivendo avrà una fine. Dall’idea di sorpresa, parte il progetto delle Missive selvatiche, ideato da Pamela Maddaleno, fotografa e videomaker, supportata dall’illustratrice Alessia Castellano. La città in cui si muove il progetto è Prato: qui 200 cittadini, scelti in modo assolutamente casuale, ricevono delle missive nella buca delle lettere, contenenti vari contributi testuali, illustrazioni, spartiti o playlist selezionati invece con particolare cura. Questa idea della sorpresa e dell’accuratezza nel cercare di donare agli altri un po’ di bellezza ha sorpreso anche noi. E abbiamo così deciso di conoscere qualcosa in più sul progetto.

I.M: Come nasce il progetto “Missive Selvatiche” e perché questo nome?

Missive selvatiche nasce da una lunga discussione tra me (Alessia Castellano, disegnatrice) e Pamela Maddaleno, fotografa e videomaker. Entrambe abbiamo sentito l’esigenza di condividere un forte senso di impotenza e disagio nei confronti delle restrizioni che hanno riguardato il mondo della cultura e dello spettacolo di cui facciamo parte, anche come spettatrici. Ci siamo chieste se avessimo potuto fare qualcosa in grado di abbattere quel muro che, in quanto artiste, ci stava lentamente isolando. Abbiamo deciso così di condividere la nostra idea con altri artisti di cui conoscevamo la sensibilità e il lavoro. La scelta del nome è stata lunga e minuziosa e ha coinvolto tutto il gruppo. Volevamo dare al progetto un nome riconoscibile e far capire subito quale sarebbe stato il nostro mezzo per raggiungere le persone, da qui la parola Missiva. Allo stesso modo, avevamo l’esigenza di una parola che rappresentasse l’energia che ci ha spinto verso l’ideazione di questo progetto, un’energia selvatica, che cresce spontaneamente, indomabile, ricoperta di vegetazione, viva.

I.M: Questo vostro movimento collettivo mi ha fatto venire in mente una frase di Gilles Deleuze che dice “I grandi pensatori sono un po’ sismici, non subiscono evoluzioni, ma procedono per crisi, per scosse”. Al di là del riferimento al pensiero filosofico ho visto in questa idea di “Missive selvatiche” un piccolo slancio sovversivo che invita tutti a una presa di coscienza su una questione delicata come quella riguardante i lavoratori del mondo delle arti e della cultura.

Sicuramente quello di distribuire degli oggetti d’arte in modo totalmente casuale e gratuito è già di per se un gesto sovversivo. Miriamo innanzitutto ad innescare un corto circuito che ponga alcune questioni: cosa accade quando un’opera esce dal canonico percorso che va dall’autore al fruitore che si suppone essere interessato a quel tipo specifico di opera? Cosa accade se un’opera viene a trovarsi in un luogo dove non si suppone dovrebbe trovarsi, come una cassetta della posta? Cosa accade se si riceve un regalo che non è stato richiesto? E cosa accade se un artista mette la propria opera nelle mani del caso, se, in altre parole non si sa più chi sono i fruitori e non si è più certi di ricevere un riscontro da questi ultimi? Sono domande alle quali non abbiamo risposta ma che riteniamo giusto farsi in un momento in cui si può finalmente rimettere tutto in discussione. Siamo ovviamente convinti dell’importanza del ruolo degli artisti all’interno della società e ci sembra fondamentale riflettere su cosa accade quando è la società stessa a ritenere che l’arte sia una delle prime cose che possono essere sacrificate, ma non vogliamo convincere nessuno a pensarla in un modo o nell’altro. Per questo abbiamo preferito creare qualcosa che, invece di suggerire delle risposte, potesse evocare delle domande nuove, domande che prima della pandemia non erano quasi formulabili.

G.D.M: Cosa intendete suscitare nella gente che riceverà i vostri doni?

Speriamo innanzitutto di poter suscitare meraviglia, la meraviglia che deriva dal ricevere un regalo inaspettato, dal ritrovarsi improvvisamente di fronte a qualcosa di sconosciuto, di non ordinario, di misterioso. Ci piacerebbe moltissimo anche che, nella veste di missive selvatiche, le nostre opere possano incontrare in un modo nuovo e imprevedibile la sensibilità di chi le riceve, magari spostando il loro modo di pensare all’arte e alla sua funzione.
Crediamo sia anche importante sottolineare che uno dei nostri scopi era fare qualcosa per noi stessi, ed in questo senso abbiamo già avuto un grande successo: abbiamo ricominciato a progettare, ad agire nel mondo facendo ciò che più ci piace, a rimettere in moto la nostra creatività, ed a divertirci moltissimo, sentendoci piacevolmente in pericolo nell’imbucare di soppiatto le nostre missive. Lavorare tutti insieme, fotografi, musicisti, poeti, teatranti, danzatori, disegnatori, con un obiettivo comune che ci ha uniti, è stata anch’essa una gioia rara.

G.D.M: Qual è il vostro rapporto con il territorio?

Prato è una città provinciale con un passato industriale molto forte che ha subito una grossa crisi economica ma è anche una città in trasformazione con una vocazione contemporanea radicata, basta pensare al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, il primo centro dedicato all’arte contemporanea in Italia.
Negli anni la città ha visto nascere una serie di associazioni culturali e spazi che operano nell’ambito delle arti contemporanee e performative spesso sorti in ex opifici industriali. Tradizionali ambienti di lavoro legati al distretto tessile sono diventati luoghi di elaborazione e produzione culturale attraverso un processo che parte dal basso dove artisti e operatori della cultura hanno riattivato luoghi dimenticati legati ai mestieri. Per citarne alcuni pensiamo a spazi dedicati alla fotografia contemporanea come Sedici e Dryphoto, spazi dedicati all’arte contemporanea come Lato – MOO e Studio Corte 17, associazioni di promozione sociale e resistenza creativa come Zappa e C.U.T. Circuito Urbano Temporaneo, spazi e associazioni dedicate al teatro e alla performance come Kinkaleri_spazioK, Teatro Metropopolare e The Loom – Movement Factory.
Molti di noi vengono da queste realtà associative e lavorano costantemente in relazione con il territorio cercando dove possibile sinergie con le istituzioni.

I.M: Quali sono le vostre speranze future?

Stiamo purtroppo assistendo ad un momento epocale dove il messaggio arriva forte e chiaro: l’arte non è necessaria, l’arte può essere sacrificata, l’arte surrogata.

La nostra speranza è che gli artisti facciano sempre di più comunità e tramite piccoli gesti sovversivi, come questo, inneschino processi virtuosi arrivando agli occhi, alle mani, al respiro, al cuore della gente. Un’inversione di tendenza dove l’arte e la cultura siano finalmente riconosciute come parti fondamentali della formazione di un individuo e come tali garantite, protette e sostenute.

Hanno risposto alle domande

Alessia Castellano / Disegnatrice
Mirko Maddaleno / Musicista e Musicoterapeuta
Margherita Nuti / fotografa

Il gruppo è formato dalle fotografe e fotografi Pamela Maddaleno, Arianna Sanesi, Daniele Molajoli e Margherita Nuti, l’illustratrice Alessia Castellani, il direttore della fotografia David Bacheri, la cantautrice Valeria Caliandro, la poetessa Arzachena Leporatti,  il musicista e musicoterapeuta Mirko Maddaleno, le associazioni Zappa, Teatro Metropopolare, The Loom – Movement Factory.

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