Non è amore questo

Non è amore questo

Intervista a Teresa Sala

di Ivana Margarese

 

Il tuo documentario ha un titolo molto forte “ Non è amore questo”. Vorrei chiederti come sei arrivata a questa scelta, se è stata immediata o meno.

Il titolo nasce da un pezzo del testo scritto dal Barbara, che poi è stato tagliato nel montaggio. Nel testo Barbara, in riferimento al bacio di un’amica una sera di capodanno, si chiede se quell’incontro, quella singola sera, non meriti di essere chiamato amore. La scelta del titolo non è stata immediata ma è nata in modo abbastanza spontaneo. Il titolo è una provocazione, l’unica vera provocazione del film. Partiamo da un assioma e poi cerchiamo di distruggerlo per tutto il film. La provocazione del titolo è doppia: da una parte le esperienze delle persone con disabilità vengono cancellate, e i loro desideri normati e infantilizzate (“Come sono carin*… vogliono affetto!”) e invece la sessualità ha tante sfumature e possibilità quante sono le persone; dall’altra attribuiamo lo status di Amore (amore degno, valevole, importante) solo alle relazione monogame, lunghe, “stabili”. C’è Amore e amore. Perché non possiamo attribuire lo status di Amore anche alla relazione di una notte, anche a un bacio, o a un desiderio che non trova mai sfogo?

Il desiderio sessuale viene evocato in modo chiaro sin dall’inizio del film. C’ è un riferimento della protagonista, Barbara, alla memoria di un bacio tenero e lungo, al godimento e alla eccitazione, all’incastrarsi di ogni parte del corpo, all’elettricità di alcuni incontri. Al desiderio si associa la paura, il pianto, la preoccupazione in un movimento di emozioni che si rivolge direttamente alla esperienza di ogni spettatore. Alla fine mi pare che Barbara parlando di se stessa ci interpelli direttamente e ci spinga a interrogarci.

Il nostro obiettivo era proprio quello di spingere le persone a interrogarsi a partire dalla proprio esperienza. O meglio, io sono partita dall’idea di raccontare un’alterità, di far scoprire a chi non vive quell’esperienza come vive la sessualità una persona con disabilità. Man mano che conoscevo Barbara e il film prendeva forma mi rendevo conto che la sua storia raccontava molto anche della mia e di chiunque altr*. Anzi, come dici anche tu, ci costringe a guardarci allo specchio, a fare i conti con i nostri desideri, le nostre paure e le nostre esperienze.

È interessante il riferimento alla maternità, alla maternità negata di Barbara e al ruolo della madre nella sua vita. “ Mi vedi? Lo chiedo proprio a te” e ancora: “ Anche io non mi vedo. Ho bisogno di saperlo”. La protagonista, Barbara, interpella nel trailer del film il nostro sguardo ( e la nostra attenzione). Il tema dello sguardo e della ricerca di riconoscimento fa parte anche del mito di Medusa, che è argomento dell’attuale numero della nostra rivista.

Penso che in qualche modo il mito di Medusa c’entri molto con questo film anche se i ruoli sono invertiti. Penso sia il nostro sguardo di spettatori che viene pietrificato dalla nudità (fisica ed emotiva) di Barbara: non possiamo restare gli stessi mentre le immagini scorrono davanti a noi. Anche la scelta di iniziare e chiudere il film con lo stesso nudo integrale di Barbara è un modo per sottolineare quanto lo sguardo dello spettatore cambi nel corso della visione. Lo sguardo che posiamo sul suo corpo all’inizio è lo sguardo che guarda l’altro come estraneo, diverso, con la curiosità che spinge ad entrare ad un freak show. Dopo aver viaggiato con lei nella sua storia, il nostro sguardo è cambiato, riconosce quel corpo come una persona e non una categoria. Speriamo con questo film di portare gli spettatori a vedere Barbara, a vedere non tanto che le persone con disabilità hanno una vita sessuale, ma che ogni esperienza è unica e specifica e dovremmo trovare il modo di uscire dalle categorie e allenarci ad avere uno sguardo aperto, generoso, che cerca ciò che ancora non conosce.

Barbara fa riferimento ai colori associandoli poeticamente a esperienze personali mentre scorrono le immagini di parti del suo corpo nudo. Come è nata questa scelta di mostrare la nudità?

Era forse una scelta obbligata: nel senso che andando così in profondità nella sua esperienza, nel suo sentire, bisognava anche andarci fisicamente, nel senso che la nudità del corpo può – e dovrebbe – essere parte del disvelamento di sé prima ancora che un atto erotico. Il corpo nudo dovrebbe essere quotidiano, presente nei nostri orizzonti non solo come tabù e quindi oggetto sessuale. La sfida era rendere quella scena senza uno sguardo voyeuristico. Non volevamo essere morbose o provocare, volevamo solo aprire un canale di comunicazione, lasciare che la generosità di Barbara tracimasse anche dalla sua pelle. Barbara ci guarda mentre noi la guardiamo nuda e penso si abbia la sensazione che lo sguardo sia ricambiato e ci renda un po’ più nudi.

Tu sei bolognese e Bologna è sede di Home Movies, il centro che in Italia più ha dato voce al lavoro e allo studio sui film di famiglia, che ruolo hanno in questo tuo lavoro le fotografie di famiglia e la struttura narrativa della lettera/diario?

In realtà sono milanese, vivo a Bologna solo da tre anni. La struttura della lettera è arrivata subito: fin da subito ho deciso che il film si sarebbe costruito sulle parole scritte da Barbara e non su un intervista, volevo che fossero parole meditate, scelte e corrispondenti. Penso che la generosità delle sue parole sia l’elemento fondamentale del film, perché è un aprirsi totalmente senza barriere e senza filtri. Per quanto riguarda le foto di famiglia la domanda che mi sono posta è stata come utilizzarle in modo organico, come valorizzarle nella narrazione. Non volevo che fossero solo un “ti faccio vedere com’era da piccola” ma che diventassero altro.

Nel film Barbara fa riferimento al bisogno di vicinanza e intimità – anche attraverso il tatto, l’olfatto e l’ascolto – per cui passa la cura, che certamente è la forma più profonda di amore.

Barbara mi ha svelato l’essenza della cura: l’intimità, l’amore, il contatto tra i corpi. Non riesco a sintetizzare quel suo sentire perché le sue parole nel film sono perfette, non banalizzano, non giudicano ma aprono. “Stammi vicino. No, non così lontano. Vieni vicino, più vicino.” La vicinanza è fondamentale e penso che lo sia ancora di più in questo momento: dobbiamo tenere le distanza fisiche ma non quelle sociali, la cura passa attraverso i corpi. Dopo questo film il tema della cura mi perseguita. Sto ultimando il montaggio di un documentario su Valeria Imbrogno, pugile professionista e compagna di Dj Fabo (storia diventata di dominio pubblico per la scelta dell’eutanasia). La sua è un’emblematica storia di cura: una scelta radicale di abnegazione perché per curare bene una persona devi mettere da parte quello che senti tu per concentrarti su quello che sente l’altr* (o almeno così dice Valeria). Un altro progetto che ho iniziato in questi mesi riguarda invece le lavoratrici della cura: badanti, oss, infermiere. Si chiama proprio “La Cura – Quanto vale un corpo?” Corpi che si prendono cura di altri corpi rinunciando spesso a curare il proprio. Penso che questo sia il tema imprescindibile oggi e ci chiama a una riflessione globale su cosa vuol dire cura e come vogliamo pensarla e gestirla tutt* insieme.

Biografia

Teresa Sala, milanese classe 1987, dopo la laurea in Scienze dei Beni Culturali, si diploma in Filmmaking al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano nel 2012. Nel 2014 ha diretto il suo primo lungometraggio documentario AVANTI ARTIGIANI, sul mondo dell’artigianato. Nel 2015 ha diretto LA MEMORIA DEL DOMANI, documentario sul patrimonio Unesco della Lombardia.Parallelamente porta avanti progetti di ricerca multimediali con il collettivo MARSALA. I suoi lavori sono stati selezionati da vari festival internazionali.

(Venite a conoscere Barbara, guardate Non è amore questo su Openddb https://www.openddb.it/film/non-e-amore-questo/).

 

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