Comunione. Una lettura dell’amore in bell hooks

di Gianna Cannì e Ivana Margarese

 

 

È noto che nella polis veniva praticata l’esclusione femminile dalla vita pubblica e l’identificazione delle donne con bisogni ed esperienze essenziali come nascita, amore, invecchiamento e morte, quasi le donne fossero per natura depositarie di un sapere vicino ai sentimenti e alla cura. Ed è da questo assunto, apparentemente scontato, che muove bell hooks in Comunione. La ricerca femminile dell’amore (Il Saggiatore, con la traduzione di Maria Nadotti), affrontando un tema radicato nell’educazione femminile, ovvero la presunta propensione delle donne, sin da bambine, all’amore. L’autrice lo fa ripercorrendo le tappe di diffusione del pensiero femminista e, in parallelo, con riferimenti puntuali alle relazioni vissute in prima persona, attraverso una progressiva presa di coscienza della propria visione dell’amore:

“Le donne parlano d’amore. Già da bambine capiamo che le conversazioni sull’amore sono una narrazione di genere, un soggetto femminile. Le nostre ossessioni in materia d’amore non cominciano con la prima cotta o la prima caduta. Cominciano con quella prima ammissione che le femmine contano meno dei maschi, che, per quanto brave possiamo essere, agli occhi dell’universo patriarcale non lo saremo mai abbastanza. Nella cultura patriarcale la femminilità ci contrassegna fin dall’inizio come immeritevoli o non altrettanto meritevoli, e non dovrebbe sorprendere che impariamo a preoccuparci maggiormente come ragazze, come donne, del fatto di essere meritevoli d’amore.”

Educate in una cultura patriarcale a credere di trovare se stesse nelle relazioni con gli altri, le donne imparano fin da piccole che per determinare il loro valore personale e le loro qualità devono essere amate da altri:

“Data la nostra precoce ossessione di sedurre e compiacere gli altri per affermare il nostro valore, ci perdiamo nel tentativo di essere accettate, incluse, desiderate. Il nostro parlare d’amore è stato perciò prima di tutto un parlare di desiderio. In generale, il movimento femminista non ha modificato l’ossessione femminile per l’amore, né ci ha offerto modi nuovi di pensare a esso.”

L’autrice, per offrire nuovi modi di pensare e vivere l’amore, smonta questo costrutto dall’interno e mostra come le donne non siano naturalmente più amorevoli degli uomini e abbiano molto da imparare sull’amare se stesse e sull’amare. Il meccanismo culturale che intrappola le donne è particolarmente insidioso: a partire da un bisogno di essere amate, più che di amare, sono incoraggiate a credere in una sorta di “superiorità sentimentale” sull’altro sesso che ha l’effetto di rinforzare le dinamiche di potere patriarcali, sia perché nega la possibilità di una parità emotiva, sia perché sono comunque gli uomini quelli che ricavano i benefici maggiori da questo presunto potere femminile di amare.


L’idea che ci sia una base biologica della cura autorizza la disconnessione emotiva, la sottrazione a una comunicazione veramente intima e affettiva da parte degli uomini e l’impossibilità di incontrarsi su un terreno comune di condivisione: eppure, sin dalle origini del movimento, le femministe visionarie hanno creduto che il femminismo avrebbe cambiato in meglio anche la vita degli uomini, liberandoli dalle strettoie del patriarcato, che li mutilava emotivamente.

L’idea dell’amore come prerogativa femminile è stata, nota bell hooks, rinforzata da alcuni bestseller che, pur presentandosi come letture di auto-aiuto per donne, negano il percorso che è stato compiuto grazie al movimento femminista.

bell hooks ne cita in particolare due, apparentemente molto distanti ma ugualmente inclini a non mettere in discussione il patriarcato, quanto piuttosto a rinforzarlo: Donne che amano troppo di Robin Norwood, che ha il merito di individuare le radici della co-dipendenza femminile ma suggerisce come soluzione la repressione e la negazione dell’amore stesso (il libro non contiene alcun riferimento critico al patriarcato, anzi suggerisce di imitare alcuni comportamenti maschili e incoraggia a comportarsi in pubblico come se l’amore non avesse importanza); e il bestseller di John Gray, Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, che tratta lo scarso interesse maschile per la connessione emotiva come naturale e suggerisce alle donne strategie utili a vivere con un uomo sessista senza ovviamente accennare alla possibilità di un superamento del sessismo stesso. La scrittrice rivendica il diritto e la necessità di “svolgere il lavoro dell’amore”, iniziando proprio dal riconoscere che le donne non sono più addestrate nell’arte di amare di quanto non lo siano gli uomini: le donne che imparano ad amare rappresentano la maggiore minaccia allo status quo patriarcale, mentre quelle che credono di essere per natura più capaci di amare degli uomini si aspettano già che questi siano manchevoli e lo accettano.

Il punto di partenza per rinnovare l’amore è invece il rifiuto degli stereotipi sessisti: 

“Scegliendo l’amore, affermiamo la nostra capacità di agire in modo libero e non reattivo, il nostro impegno nei confronti della crescita personale, la nostra apertura emotiva.”

Il suggerimento, che sembra ovvio ma non lo è, è quello di iniziare a esercitare l’amore su di sé: desiderare di essere amate senza riuscire a darsi da sole questo amore è una grave forma di autosabotaggio. Un primo passo, per esempio, consiste nel cessare di “essere fasciste del corpo” proprio e delle altre. La svalutazione culturale complessiva del corpo femminile o l’ossessione per alcuni modelli estetici artificiali influiscono sulla stima di sé. Alla strategia della sorveglianza va sostituita la pratica della solidarietà e del sostegno reciproco. Bisognerebbe prendere sul serio il proprio eros, ovvero nutrire il prima possibile nella vita una sana relazione con il proprio corpo, con la sensualità e la sessualità.

L’arte di amare parte da sé ma non è una sorta di training in attesa di trovare un uomo: cercare l’amore e cercare un uomo sono due ordini del giorno molto diversi. E questo è il passaggio più difficile: rinunciare a identificare l’amore con il rapporto esclusivo di coppia, riconoscere che forse aspiriamo a legami d’intimità amorosa autentici e duraturi che non sono di natura sessuale: “sapevo con tutto il cuore che è meglio avere un cerchio d’amore” che un sodalizio esclusivo con un uomo, scrive bell hooks.

Grazie alla conversione femminista molte donne hanno imparato a valorizzare l’amicizia delle donne o ad apprezzare i legami non sessuali con gli amici maschi: sono queste amicizie romantiche – cui si tributa lo stesso impegno che si mette nella coppia – la vera minaccia per il patriarcato. Il cerchio d’amore, sempre inclusivo e mai esclusivo, è il contesto ideale per imparare l’arte di amare, a patto però che si scelga l’integrità e la verità. Come suggerisce Adrienne Rich in Women and Honor: Some Notes on Lying (Donne e onore. Qualche appunto sul mentire), si ha il diritto di usare la parola “amore” solo quando si prende l’impegno di dire la verità. In altre parole, conclude bell hooks, “l’integrità personale è il fondamento dell’amore di sé”.

In questa lettura di bell hooks ci è venuto incontro il pensiero di una femminista italiana che stimiamo: Lea Melandri. Nel suo Come nasce il sogno d’amore (1988), l’autrice – sulle tracce di un dialogo con gli scritti di Sibilla Aleramo – si rivolge all’amore come argomento tabù del femminismo. La sottomissione femminile è per l’autrice intrinsecamente legata al “sogno” di unione con l’uomo, in cui i confini tra affetto e violenza si fanno labili. La questione dell’amore viene ripresa da Melandri qualche anno più tardi in Amore e violenza, originariamente pubblicato nel 2011 ma rieditato nel 2024, in cui i rapporti di forza continuano a spiegare alcune dinamiche relazionali.

In conclusione, ci sentiamo di dire, con bell hooks, che scegliere l’amore significa aderire a un’erotica dell’essere, alla ricerca di un rapporto più autentico tra sé e il mondo. Ed è in questo stato di comunione con l’esistenza che anche ecologia e giustizia sociale si incontrano, con la consapevolezza che la vita è un movimento che può attuarsi solo insieme.

 

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