La guerra di Mario – 2005. Quando i genitori accettano la sconfitta

di Marco D’Alterio

 

Il film rispecchia in pieno lo stile del regista da sempre considerato avulso dagli schemi. In anni in cui il cinema italiano risultava piuttosto standardizzato e in crisi, Antonio Capuano è stata una voce fuori dal coro di cui si sentiva una reale necessità. Con “La guerra di Mario” del 2005, il regista napoletano porta avanti la sua missione di cinema autoriale, assolutamente innovativo con Napoli che fa da cuore pulsante come nella gran parte della sua filmografia. La città vista nella sua totalità: fugace, teatrale ed evasiva. Un ritratto della Napoli di periferia, quella problematica che partorisce figli sbandati e la Napoli cosiddetta “Bene” dei quartieri alti che talvolta si offre di aiutare l’altra seppur con mille difficoltà. È in questo contesto che si inserisce la storia di Mario. Un bambino di nove anni che viene affidato a una coppia senza figli: Giulia (interpretata da Valeria Golino) e Sandro (interpretato da Andrea Renzi). Le dinamiche sono complesse. Mario non è semplicemente un bambino che proviene da un contesto difficile, bisognoso di cure, affetto e istruzione. Mario ha assistito a un omicidio, forse lo ha commesso egli stesso, costretto su commissione, e lo ricorderà in un flusso di coscienza anche se non lo dichiarerà mai apertamente. Mario si dimostra un corpo a sé stante in cui sente le esigenze espressive di un adulto e per tanto sarà incompreso. Era destinato probabilmente alla malavita, e invece si ritrova in un contesto che esige da lui rettitudine: la scuola dell’obbligo, genitori premurosi e l’inevitabile supporto di assistenti sociali e psicologi. Ma è Giulia a tenere alta l’attenzione su di lui. Rappresenta il coraggio di una madre che non solo accetta la sua ribellione, ma la ritiene indispensabile. Permette le sortite della madre naturale Nunzia (presenza ingombrante) e gli concede ogni forma di vizio, finanche un serpente domestico. Lo asseconda anche nelle richieste più assurde e pericolose come quando andranno a trovare un altro bambino in un quartiere difficile con il quale Mario aveva stretto amicizia o alla ricerca di una bambina in un campo Rom. Per Mario la madre acquisterà un pianoforte, ma Mario non ha sviluppato la cultura per lo studio e l’applicazione. Nonostante gli sforzi, la comunicazione è difficoltosa, e le premure renderanno ancor più difficile l’impatto con il bambino.

Se da un lato la madre sente di seguire la giusta direzione proteggendolo anche dalla tristezza di una coppia che si ritrova inevitabilmente coinvolta negativamente nella faccenda, dall’altro c’è un padre che ammette di sentirsi insicuro e inadeguato. La messa in gioco era più grande di quanto si aspettava, e sebbene non abbia intenzione di trattarlo con sufficienza, non si sente in grado di capirlo. Il film rappresenta un intenso viaggio sulla genitorialità, sull’enorme responsabilità che ne consegue.

Il messaggio è chiaro: non possono esistere bambini modello. Mario rappresenta tutti quei bambini difficili che vivono in quel limbo che li fa credere adulti, mentre l’età li inganna. Un film non consolatorio poiché racconta quanto è necessaria, a volte, la sconfitta e bisogna accettarla come genitori e come istituzione prima che sia troppo tardi. Sullo sfondo una Napoli vista con l’occhio dei cittadini distratti, offre loro gratuitamente bellezza e cultura in luoghi non espressamente dedicati come la metropolitana. Un valore spesso trascurato da cittadini in fuga. È la metafora di Mario, figlio dimenticato dalla città distratta, che si ritrova a condurre una guerra tutta sua.

Consiglio di lettura:

“Le creature” è un romanzo di Massimiliano Virgilio pubblicato da Rizzoli nel 2020. È la storia di una casa famiglia illegale nella periferia napoletana, dove vivono i figli dei clandestini.

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