05 Nov È di scena Danilo Dolci. In dialogo con Totò Galati
di Nunzia Lo Presti
É andato in scena Trappeto, il piccolo borgo vicino Partinico, casa del cuore del sociologo e attivista non violento Danilo Dolci, ma anche a Terrasini per il Tiatru festival 26, la rassegna diretta da Lorenzo Randazzo, e a Cinisi a Casa Felicia: “La ricetta di Danilo”, uno spettacolo teatrale di Barbe à Papà Teatro, scritto e interpretato da Totò Galati, con la regia di Claudio Zappalà, ha in effetti tracciato un vero e proprio percorso di luoghi nel comprensorio palermitano molto cari alle questioni di Dolci. La scena che accoglie il pubblico è molto semplice: una tavola che è cucina e piano di lavoro per preparare – lo scopriremo durante il racconto – delle gustose polpette, e un attore che si fa narratore e testimone di una storia che ci tocca da vicino, non solo geograficamente, per chi è isolano.
In scena Galati ci parla degli anni in cui Dolci arrivò a Trappeto, del primo impatto con questa comunità così invisibile agli occhi dello stato e del suo modo di relazionarsi alle persone del luogo, per arrivare allo sciopero della fame del 1956: fino ad allora il senso distorto di dignità della povera gente faceva forse pensare che “la fame andava tenuta nascosta” e invece Dolci la usa come un’arma senza proiettili, come un megafono, lo stesso megafono da cui i poliziotti accorsi di fronte alla protesta si ritrovano a urlare che “è vietato digiunare in pubblico”.
Questo è solo uno degli episodi che vengono ricordati durante la narrazione che si fa corpo e voce di svariati personaggi della comunità di Trappeto, ma la drammaturgia offre spunti non esclusivamente biografici e metafore chiare e taglienti raccontano con decisione da che parte stare. Ho posto qualche domanda all’attore-autore Totò Galati per sondare il processo creativo di questo lavoro e saperne di più sui progetti a venire.

Questa condivisione del cibo in apertura dello spettacolo richiama un certo uso delle case del sud, molto diffuso fino a qualche anno addietro. È un’apertura totale verso il pubblico. Quindi è vero che”a casa capi quantu voli u patruni”(“la casa è capiente tanto quanto il padrone di casa desidera”, ndr)? Puoi dirci qualcosa a proposito di questa scelta?
La condivisione del cibo con il pubblico prima dell’inizio dello spettacolo è un vero rituale preparatorio. Durante quel momento si crea un forte legame con il pubblico, con cui parlo,mangio, parlo della provenienza di ciò che mangiamo, e questo legame resta fino a quando inizio lo spettacolo, una volta l’olio d’oliva che ho fatto ad assaggiare ad una classe di un Istituto Agrario è diventato il pretesto per una degustazione organolettica collettiva insieme al professore. Questa condivisione è anche una strategia registica per sondare la temperatura del pubblico, capire cosa mangia, cosa non mangia, cosa potrò offrire durante lo spettacolo e ricordarmi sempre come ci si dovrebbe approcciare davanti a qualcuno che non conosciamo: con accogliente curiosità.
Non posso non ricordare quanto abbiamo letto, io, Claudio, coautore del testo alla “Scuola dei Mestieri e delle Arti dello Spettacolo del Teatro Biondo di Palermo diretta da Emma Dante” sull’Odissea e di come i Feaci accolsero lo straniero e naufrago Odisseo offrendo a lui subito cure, riposo e cibo prima di chiedere chi fosse e quale storia avesse da raccontare.
Si “a casa capi quantu voli u patruni” così come il nostro cuore può contenere tutti gli amori, vissuti, presenti e futuri.
Parafrasando Dolci, a un certo punto nello spettacolo dici:”mi chiamo Totó e racconto storie”. Qual è il senso di raccontare a teatro oggi una storia come questa, e farlo spesso dietro una tavola che diventa comprensione, condivisione, poi piano di lavoro – mentre cucini – e non è mai cattedra?
Spesso i Barbe à Papa Teatro raccontano o, addirittura, dichiarano di raccontare una storia.
Un aneddoto, una favola.
Raccontando la storia di Danilo Dolci e del grande Sciopero della Fame fatto insieme ai pescatori di Trappeto abbiamo l’occasione di toccare le grandi tematiche dell’umanità partendo dal piccolissimo, dal misero, da un bisogno intimo. E questa storia che parla di re-Esistenza delle comunità, durante le nostre tourneè, si trasforma ogni volta e diventa la storia della comunità che la ascolta, con le dovute differenze.
“Siamo fiumi dello stesso mare” ci ripetiamo spesso noi Barbe à Papa Teatro.
L’idea di raccontare una storia “a tavola” è la bellissima soluzione registica adottata da Claudio Zappalà. L’immagine per noi non è nuova: il ritrovarmi a parlare del mio territorio, tra amici fraterni, mentre preparavo un pasto caldo per tutti era un’immagine fortissima che già avevamo dentro di noi e la scelta registica di Claudio da un nuovo e cruciale senso al testo stesso e diventa dispositivo intelligentemente per contrapporre la morte, lo sciopero della fame, la miseria con la condivisione, i profumi di casa, la solidarietà.
Tu sei nato e cresciuto a Partinico, un luogo che non hai scelto, e che invece è stato scelto da Dolci per seminare, coltivare, e poi spegnersi. Ci sono storie che ti scelgono e ti investono della gioia e della responsabilità di raccontarle, tuo malgrado, o da artista ti senti invece di aver scelto deliberatamente di farti testimone di questa narrazione?
Io sono convinto che noi viviamo circondati da storie, ci schizzano addosso, ci scivolano tra le gambe, si poggiano sulla nostra stessa, si dicono alle nostre spalle, avanzano a ritroso dal futuro, sbucano dagli occhi delle persone che guardi con attenzione e quindi si, capita, che a volte, una storia di queste ci investa, ci colpisca in pieno. Inizialmente ho scritto il corpo centrale di questo testo per un altro lavoro che avevo condiviso in scena al Teatrino, di Domenico Ciaramitaro, anche lui, come Claudio, collega della medesima Scuola e lo avevo fatto come atto di profonda sincerità.
Portare in scena con onestà una storia che parla di un luogo che mi appartiene e di un mare in cui ho sempre nuotato. Questa storia era anche uno strumento per parlare di me, di chi sono, quello di cui ho bisogno e che sogno. Si, artisticamente e politicamente mi emoziona e mi onora tantissimo portare in giro la storia di Danilo Dolci.

“Come puoi sederti a tavola sapendo che là fuori c’è qualcuno che non mangerà?”. Cosa può fare il teatro contro lo scempio che accade intorno a noi?
Diceva proprio Danilo che nonostante ci sia gente convinta che parlare di chi muore di fame sia un argomento trito e ritrito, ancora oggi, di fame, si muore. Il Teatro può fare tantissimo.
Innanzitutto sono convinto che se ogni giorno della nostra vita, nelle scuole, facessimo, ripeto ogni giorno, per almeno 4 ore, esercizi di ascolto reciproco, di contatto e cura nei gesti verso gli altri, creazione collettiva, palestra di emozioni, stormi, cerchi, canti e danze vivremmo in una società migliore, il Teatro è un modo per cambiare noi stessi e lo scrive ancora Claudio Zappalà ne “L’Arte della Resistenza” che il mondo si può cambiare SOLO se inizi a cambiare te stesso.
Quanto di questo lavoro ti è”ritornato”, se è successo, nella tua vita quotidiana di cittadino?
Tanto ritorna da questo spettacolo. Innanzitutto la riscoperta del Borgo Danilo Dolci, Centro di Formazione e Arte a Trappeto, di Libera e Daniela Dolci e un percorso avviato insieme per rendere questo luogo un’incubatrice di sogni, una casa per gli artisti e le artiste del territorio, un posto a tavola.
Poi per me è un continuo esercizio di riflessione davanti ad uno specchio mettendomi a confronto ogni volta con tutto ciò che faccio e soprattutto non faccio, nelle relazioni che vivo, a casa, con i Barbe à Papa, per strada.
Che strada farà”La ricetta di Danilo”? Dove ti porterà? Se ti va, ci racconti un po’dei tuoi progetti futuri?
Vi racconto bellissime notizie. Il Borgo Danilo Dolci sarà ancora palcoscenico naturale e privilegiato per altre repliche dello spettacolo.
A Novembre saremo in Francia a Valaurie, e da poco la notizia che a Solingen, città tedesca protagonista di una grande migrazione di persone da Trappeto, insieme alla città di Wuppertal e di Dusseldorf si realizzerà un Festival della durata di una settimana che affronterò il tema della “ricette” antropologiche, politiche, culturali, per salvare le comunità, il nome del Festival è: “LE RICETTE DI DANILO” e il nostro spettacolo sarà presente.
E ancora torneremo in Svizzera, dopo Basilea e Zurigo con Lugano e siamo già in contatto con il comune di Sezana in Slovenia, paese in cui è nato Danilo Dolci per portare lì questa storia.
Questa storia l’abbiamo fatta in tantissimi luoghi diversi: teatri, retro di cucine di ristoranti, nelle scuole, nei giardini e negli orti biologici, sulle isole e sui piccoli borghi di montagna.
L’idea di poter attraversare tutti questi luoghi e ricreare una tavola e condividere storie con chi, prima, non conoscevo, è l’emozione più grande che mi da questo spettacolo.
Portare in scena con onestà una storia che parla di un luogo che mi appartiene e di un mare in cui ho sempre nuotato. Questa storia era anche uno strumento per parlare di me, di chi sono, quello di cui ho bisogno e che sogno. Si, artisticamente e politicamente mi emoziona e mi onora tantissimo portare in giro la storia di Danilo Dolci.

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