Donne di carta. In dialogo con Sandra Giuliani, Teresa Lucente e Rosanna Romano

 

a cura di Ivana Margarese

 

 

Ho scoperto Donne di Carta parlando con un mio caro amico, Michele Andronico, che con affetto e intelligenza mi ha suggerito di mettermi in contatto con questo gruppo di donne per farmi raccontare la loro esperienza. Questa intervista nasce così da connessioni tra amanti di libri, parole e azzardi ed è un dialogo corale  con Sandra Giuliani, cofondatrice e presidente di Donne di Carta, Rosanna Romano, cofondatrice e vicepresidente, e Teresa Lucente, componente del direttivo. Tre voci che raccontano un percorso comune in un andirivieni sfaccettato.
Dice Rosanna: “Eravamo diverse per formazione, carattere e mestiere, ma ci eravamo incontrate in una stagione particolare delle nostre vite: ciascuna, a modo proprio, stava cercando una strada nel mondo dei libri. Non avevamo ancora molte certezze, e forse fu una fortuna. C’era la libertà degli inizi, quella sensazione che le cose non fossero già tutte stabilite e che si potesse ancora provare a farle diversamente. Sono convinta che quell’energia e quel desiderio di fare qualcosa di nuovo siano stati fondamentali per la nascita di Donne di carta”.
Tra i progetti che hanno animato la loro esperienza ce n’è uno che forse racconta bene la loro idea della lettura: le persone libro. Figure nate da una delle immagini più potentemente utopiche della letteratura, contenuta in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dove uomini e donne, in una società in cui i libri vengono bruciati, li imparano a memoria. Diventano loro stessi dei libri per sottrarre i libri alla distruzione. Quella che nel romanzo di Bradbury è una finzione distopica ha generato, fuori dal romanzo, una pratica reale capace di restituire la parola alla sua antichissima dimensione orale, quella da cui tanta parte della letteratura ha avuto origine. Si scelgono pagine amate, si imparano a memoria e si condividono attraverso la voce: “Quelle parole, uscendo dalla pagina, – prendono il respiro, il timbro, persino i silenzi e le emozioni di chi le pronuncia. E ogni volta accade qualcosa di irripetibile, perché la stessa pagina non sarà mai la stessa nella voce di due persone diverse, né arriverà allo stesso modo a chi l’ascolta”.


Ivana: Donne di carta è un’associazione culturale attiva su gran parte del territorio nazionale. Mi sono chiesta da quali condizioni abbia avuto vita, quali intrecci e incontri l’abbiano resa possibile.

Sandra: C’era una volta una libreria indipendente in via del Pellegrino, nel cuore del centro storico di Roma che, nei primi anni 2000, era pieno di librerie: quella del Viaggiatore, la storica libreria dell’usato, Odradek più in là… In questa libreria, “Libermente”, una giovane libraia, Stefania, era particolarmente attenta alle piccole case editrici. Sandra ne aveva fondata una e cercava solidarietà per la diffusione dei suoi libri. Una sua amica la portò in questa libreria. Libermente era un porto, strapieno di libri e di persone, ognuna con il proprio carico di idee, libri, sogni. Una di queste viandanti era Rosanna, capelli rossi e accento del sud, che aveva invaso lo spazio con il suo Libri senza casa, un’idea fantastica! Sui tavoli per ben 3 giorni erano disposti a vetrina i “testi” migliori inviati da aspiranti autori/autrici – lei faceva e fa l’agente di servizi editoriali – invitando soprattutto gli editori e poi i lettori a “leggerli”. Qualcuno sarebbe diventato… un libro. Insomma una versione moderna di Cenerentola. Poi c’era Monica, la giornalista, amica di non so più chi tra noi, ormai era tutto un intreccio di relazioni, anche lei sempre carica a pallettoni: facciamo il bondage? È un fenomeno culturale, e poi corsi di scrittura di citizen journalism…bla bla. Sandra intanto sperimentava letture al buio chiudendo gli avventori dentro la stanza in fondo ad ascoltare, seduta in terra, nel buio più completo, registrazioni in audio dei testi che pubblicava mescolandoli liberamente tra loro. Perché a occhi chiusi e con le orecchie aperte finalmente la gente tornava a immaginare… Una bellissima esperienza che nulla produceva a livello di vendita.
Stefania ascoltava, suggeriva, ospitava. E a quel tavolo del caffè comune, piccolo ma capace di reggere il peso di tutto quell’entusiasmo, alla fine è nata l’idea: ma perché non “ci mettiamo” insieme? Non essere più sole. Un desiderio che ha generato il DNA stesso dell’associazione che fa della cooperazione un’autostrada. Dopo milioni di telefonate, inventando nomi improbabili, è nata Donne di carta,  l’idea è stata proprio di Rosanna, con la prima tessera con sfondo azzurro e le sagome di carta di bambine che fanno il girotondo. L’8 ottobre 2008 eravamo un’associazione che voleva soprattutto promuovere i piccoli editori e le librerie indipendenti creando un circolo virtuoso. Nel giro di un mese gli editori associati erano 11, di diverse regioni. Ma si tesseravano anche le amiche e gli amici della libreria e le amiche delle amiche che venivano a Libermente a seguire i nostri incontri sul piacere di leggere, a passare il Natale raccontando favole… finché un giorno Stefania disse: un mio vecchio compagno di scuola vive a Madrid ed è diventato una persona libro. Che roba è? C’è un tizio, Antonio Rodriguez Menendez, che si è inventato di tradurre in realtà la finzione narrativa di Fahrenheit 451. Così Antonio entrò nelle nostre vite. Una tre giorni intensissima, poi partimmo. Eravamo in 7, giugno del 2009. Due righe a memoria a testa. Le prime persone libro di Donne di carta.

Rosanna: La mia storia dentro Donne di carta comincia, in qualche modo, prima della sua nascita e comincia dall’editoria. Nel 2004 avevo fondato a Roma Il Menabò, un’agenzia di servizi editoriali, e avevo iniziato a lavorare soprattutto con autrici e autori esordienti. Ricevevo, e continuo a ricevere, una quantità impressionante di manoscritti: due, tre, quattro al giorno. Dietro ciascuno c’era naturalmente il desiderio di essere pubblicati, ma prima ancora quello, più elementare e forse più profondo, di essere letti. Mi trovavo ogni giorno davanti a questa sproporzione: moltissime storie che cercavano qualcuno disposto ad ascoltarle e pochissimi luoghi in cui quell’incontro potesse realmente avvenire.
Da qui nacque Libri senza casa, la cui prima edizione si tenne nel maggio del 2008. Era un piccolo festival dedicato ai manoscritti ancora senza “casa” editrice: per tre giorni li esponevamo come se fossero già libri, perché potessero essere presi in mano, sfogliati, letti. Invitavamo gli editori a incontrare gli autori, ma i testi erano a disposizione anche dei lettori. Mi piaceva l’idea di dare, almeno per qualche giorno, una casa a quei libri che libri ancora non erano. Libri senza casa fu anche, senza che allora potessi immaginarlo, il tramite attraverso il quale presero forma alcuni degli incontri da cui sarebbe nata Donne di carta. Fu lì che conobbi Sandra Giuliani, che allora muoveva i primi passi come editora. Di Sandra mi colpì subito la vivacità intellettuale, quella capacità di appassionarsi alle idee e, soprattutto, di far appassionare gli altri. Io l’ho sempre definita un po’ un “pifferaio magico”: quando intravede una possibilità, comincia a immaginarne altre dieci e finisce quasi inevitabilmente per trascinarti con sé. Stefania Molajoni, l’altra cofondatrice di Donne di carta, invece, la conoscevo già. La sua libreria indipendente, Liber.Mente, nel centro di Roma, aveva accolto le prime edizioni di Libri senza casa. Era una piccola libreria, ma apparteneva a quella specie di luoghi che sembrano avere pareti più larghe dei propri metri quadrati: entravano libri, persone, idee, progetti e quasi sempre ne usciva qualcosa che prima non c’era. Stefania aveva una curiosità generosa e una disponibilità autentica verso tutto ciò che nasceva ai margini dei circuiti più consueti dell’editoria. Poi c’era Monica Maggi, giornalista. E a un certo punto eravamo noi quattro.
Eravamo diverse per formazione, carattere e mestiere, ma ci eravamo incontrate in una stagione particolare delle nostre vite: ciascuna, a modo proprio, stava cercando una strada nel mondo dei libri. Non avevamo ancora molte certezze, e forse fu una fortuna. C’era la libertà degli inizi, quella sensazione che le cose non fossero già tutte stabilite e che si potesse ancora provare a farle diversamente. Sono convinta che quell’energia e quel desiderio di fare qualcosa di nuovo siano stati fondamentali per la nascita di Donne di carta.

Ci fu anche, tra noi, qualcosa che assomigliava a un riconoscimento. Non perché la pensassimo sempre allo stesso modo – cosa che negli anni avremmo abbondantemente dimostrato di non fare – ma perché, pur nelle differenze, ci riconoscevamo. Nell’ottobre del 2008 quell’intesa prese la forma di un’associazione. Dopo discussioni, telefonate e una quantità di nomi possibili e impossibili, arrivò anche quello che poi sarebbe rimasto: Donne di carta. Lo proposi io, ma non voleva definire un’appartenenza esclusivamente femminile: rivendicava piuttosto la maternità di un progetto nato da quattro donne. L’associazione, allora come oggi, è aperta anche agli uomini. “Donne” dice da dove veniamo, non stabilisce chi ne può far parte.  In quasi vent’anni, naturalmente, molte cose sono cambiate. Alcuni pezzi di quella storia si sono persi per strada, altri se ne sono aggiunti; persone sono arrivate, altre hanno preso direzioni diverse. È la fisiologia di un’associazione che ha attraversato così tanto tempo. Di quel gruppo originario siamo rimaste Sandra e io. Ma, al di là delle trasformazioni, credo che il senso di quell’intuizione iniziale sia ancora perfettamente riconoscibile: mettere i libri in relazione con le persone e le persone in relazione tra loro. Tra i tanti progetti nati in questi anni, ce n’è uno che forse racconta meglio di ogni altro questa nostra idea della lettura: le persone libro. Donne e uomini che scelgono pagine amate, le imparano a memoria e le donano attraverso la propria voce. Non recitano, non leggono ma custodiscono parole che hanno incontrato nella loro vita e che, a un certo punto, sentono il desiderio di affidare a qualcun altro. Quelle parole, uscendo dalla pagina, prendono il respiro, il timbro, persino i silenzi e le emozioni di chi le pronuncia. E ogni volta accade qualcosa di irripetibile, perché la stessa pagina non sarà mai la stessa nella voce di due persone diverse, né arriverà allo stesso modo a chi l’ascolta.

Che valore ha per voi parlare di diritto alla lettura e come si lega questo, dal vostro punto di vista, con una prospettiva che oserei appellare come etica e politica?

Sandra: Anche il Manifesto, ossia, la Carta dei diritti della lettura, che è alla base della nostra visione filosofica, è stato un prodotto collettivo. Erano gli anni in cui girava l’Instant Book Indignez vous, e l’idea, anzi l’esigenza, di creare appelli per svegliare le coscienze ci trovò prontissime. Stavamo già scoprendo, attraverso la diffusione esplosiva del progetto Fahrenheit 451 che la forza vera del mondo editoriale non erano né gli editori né le librerie ma le persone che leggono. Un capitale umano potente che aveva bisogno di maggiori strumenti, di più luoghi di lettura, e soprattutto di acquisire consapevolezza. Scrivere allora che “leggere non è un privilegio ma un diritto” era un atto politico. Gli 8 articoli della nostra Carta, la Premessa e il Commentario volevano sottolineare l’importanza nella crescita dei singoli come della collettività di una pratica di lettura che va ben oltre i libri perché affronta la complessità stessa del mondo: quest’immenso libro da leggere e, soprattutto, fa della lettura un modo per creare relazioni. Il testo finale è la rielaborazione di suggerimenti, scritture, riflessioni comuni, interne ed esterne, e in questa partecipazione allargata la scrittrice Lidia Castellani, che era una socia, ci regalò la Prefazione e il prof. Massimo Squillacciotti, nostro accanito fan, la postfazione. Poi Sandra inviò il testo grezzo a Michela Murgia tramite FB e Michela ci regalò il testo più politico sul valore della lettura che abbia mai scritto. La Carta fu all’inizio una petizione online seguitissima e poi una raccolta firme concreta, di città in città, di regione in regione, perché volevamo portarla al Parlamento europeo. Un Manifesto etico e politico. Ci credevamo al punto che Sandra scrisse di getto una lettera al Presidente della Repubblica invitandolo a leggerla e a partecipare al primo evento pubblico di promozione che si teneva a Bastia Umbra in collaborazione con altre associazioni, dove gli 8 articoli della Carta sarebbero stati tradotti e letti in più lingue: dal filippino al farsi, dal russo allo spagnolo. Un coro multilingue. Napolitano non venne ma ci inviò una medaglia. L’ultimo atto della Carta verso il Parlamento europeo fu un evento meraviglioso a Firenze, a Palazzo Vecchio, il 29 ottobre del 2013, alla presenza della presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio e dell’europarlamentare David Sassoli. Ci andammo a Buxelles, poi, ma non al Parlamento europeo.

Teresa: La filosofia su cui si basa il progetto parte dalla convinzione che leggere insegni a vivere. Leggere è una complessa esperienza emotiva e cognitiva, apprendiamo aspetti della realtà oggettuale e psicologica, arricchiamo il testo della nostra lingua, padroneggiamo strutture sintattiche e intrecci narrativi sempre più arditi. Leggere accresce la nostra capacità di comprensione della vita, la capacità di nominare e pensare la realtà, ci fornisce le parole con cui formare e narrare la mia soggettività. Una persona che legge ha gli strumenti per formarsi un pensiero autonomo ed essere soggetto della propria esistenza. Quindi una cittadina o cittadino consapevole.

Rosanna: Per me parlare di diritto alla lettura significa, prima di tutto, interrogarsi su chi abbia realmente accesso alla cultura e su chi, invece, ne rimanga escluso. Perché una società può pubblicare moltissimi libri, moltiplicare le occasioni di promozione della lettura e continuare, nello stesso tempo, a produrre profonde disuguaglianze culturali. È una contraddizione che conosco bene attraverso il mio lavoro nell’editoria. Siamo abituati a misurare la vitalità del mondo del libro attraverso il numero dei titoli pubblicati, le vendite, le classifiche. Ma la quantità dell’offerta non coincide necessariamente con la libertà di scelta. Il mercato tende a privilegiare alcune voci, a renderne altre quasi invisibili e a orientare ciò che leggiamo molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. E, soprattutto, non tutti partiamo dalle stesse condizioni per accedere ai libri e comprenderli.
È in questa prospettiva che considero particolarmente importante la Carta dei diritti della lettura di Donne di carta. La sua forza sta nell’affermare che leggere non è un privilegio culturale, ma un diritto della persona, a ogni età e in ogni condizione. Un principio che comporta una precisa responsabilità pubblica: garantire biblioteche, istruzione, strumenti linguistici, accessibilità e occasioni di incontro con una pluralità di testi e di pensieri. Ma credo che ci sia anche una questione più profonda, che riguarda la distribuzione del potere culturale. Chi decide quali storie meritano di circolare? Quali esperienze trovano rappresentazione e quali rimangono ai margini? Chi possiede gli strumenti per interpretare i discorsi che orientano la vita collettiva e chi è costretto ad affidarsi alle interpretazioni altrui?
Non penso che leggere renda automaticamente migliori, né che la cultura costituisca di per sé una garanzia di libertà. Penso però che una democrazia abbia bisogno di cittadini capaci di confrontarsi con una pluralità di narrazioni, di riconoscere le semplificazioni e di mettere in discussione anche ciò che viene presentato come indiscutibile. Per questo il diritto alla lettura è, ai miei occhi, una questione profondamente etica e politica: non riguarda soltanto l’accesso ai libri, ma la possibilità di partecipare alla vita culturale senza essere relegati al ruolo di destinatari passivi di ciò che altri scelgono, raccontano e interpretano per noi.

I gruppi di donne, come ogni gruppo, presentano dinamiche complesse e sfaccettate. Mi chiedevo che ruolo per voi ha avuto l’amicizia all’interno di Donne di Carta e se riconoscete una importanza anche a quella che Muraro chiama “autorità femminile”, ovvero una forza di natura simbolica capace di contrastare il potere e la logica dei rapporti di forza.

Sandra: Donne di carta non ha preventivato di essere un’associazione a maggioranza femminile – il nome era solo una rivendicazione di maternità – ma di fatto chi rispondeva all’appello erano e sono le donne. A dimostrazione che chi legge è a maggioranza di sesso femminile – quindi fin qui un semplice rispecchiamento della società – e che prendersi cura di un progetto militante che richiede tempo, dedizione e desiderio di comunità è un “lavoro” delle donne.

Nel 2012 i soci che praticavano, soprattutto l’attività di persone libro, erano 120, dislocati in diverse regioni d’Italia, dal Nord alle isole. Il 98 per cento era donna. E il Direttivo, a parte gli esordi che hanno visto su 10 soci la presenza di un uomo, è stato sempre femminile. Oggi, siamo la metà e solo donne. Quindi la complessità delle relazioni e la problematica dell’autorità femminile ha sempre caratterizzato la nostra storia. Ombre e luci. Ombre che hanno portato a più di una diaspora per difficoltà a gestire autorevolezza e potere, oltre alla difficoltà gestionale di essere sparse in regioni diverse con specifiche esigenze. Un’autorevolezza che ha dovuto e deve fare i conti con la disabitudine al riconoscimento dell’Altra (il saper fare come espressione di Sé e non come supremazia) senza cadere nelle trappole della subalternità (la tendenza alla dipendenza e alla delega), della disistima aggressiva (il vorrei ma non posso) e della rivalità anche generazionale: quella poca dimestichezza con il saper trasmettere e con la fiducia. Luci che hanno evidenziato anche la forza della cura e il desiderio continuo di ripensarsi ma soprattutto l’esigenza di trasformare i conflitti in occasioni di crescita. Un processo difficile non sempre costellato di vittorie ma anche un percorso che ci vede tutte attente a cercare alfabeti nuovi con l’obiettivo di essere davvero una comunità di pari.

Teresa:  Donne di carta è un’associazione che opera a livello nazionale, le nostre socie sono sparse in diverse città e questo rende difficile avere tra tutte dei rapporti amicali. Esiste però tra noi un legame forte che si basa su un progetto e una visione del mondo che ci accomuna. Più che di amicizia parlerei di un forte senso di appartenenza che ci permette relazioni paritarie in cui c’è il riconoscimento dell’autorità femminile, ed è un’autorità circolante tra tutte.

Le nostre “coperte”, ad esempio, sono una pratica costante di questa autorità circolante. Le coperte sono i momenti in cui le persone libro si riuniscono in cerchio, sotto una coperta immaginaria, per condividere i testi che amano, donandoli al gruppo a voce alta e a memoria. Ecco, sotto quella coperta, senza giudizio, si crea una relazione di ascolto e fiducia in cui ogni voce può esprimersi liberamente.

Rosanna: Credo che l’amicizia abbia avuto un ruolo importante nella storia di Donne di carta, soprattutto perché ha contribuito a dare continuità e forza a un progetto che richiede impegno, passione e una grande disponibilità personale. Non è stata necessariamente il punto di partenza: spesso è nata strada facendo, dalla frequentazione, dal lavoro comune, dalla scoperta di affinità che andavano oltre l’interesse per la lettura. E quando è nata, ha reso più ricche le relazioni e più forte il desiderio di portare avanti ciò in cui credevamo. Ma c’è anche qualcosa che precede l’amicizia e che considero altrettanto importante: il senso di appartenenza a un progetto comune, capace di unire donne molto diverse, anche lontane geograficamente, senza che debbano necessariamente diventare amiche. È in questo contesto che riconosco il valore di quella che Luisa Muraro chiama autorità femminile. Per me significa saper riconoscere nell’altra una competenza, un’intelligenza, una capacità che possono arricchire il pensiero e rendere possibili cose che, da sole, forse non saremmo riuscite a realizzare. È un riconoscimento libero, che non comporta subordinazione e non ha bisogno di trasformarsi in potere.

Non voglio però idealizzare le relazioni tra donne. In quasi vent’anni di Donne di carta abbiamo conosciuto anche divergenze, conflitti e separazioni. E abbiamo sperimentato quanto sia difficile, talvolta, sottrarci alle logiche di competizione e ai rapporti di forza.

È proprio per questo che riconosco l’importanza dell’autorità femminile di cui parla Luisa Muraro. Un’autorità che non si impone, ma esiste nella relazione e nel riconoscimento reciproco; che non è infallibile, perché appartiene a persone capaci anche di sbagliare. Custodirla, per me, significa non pretendere che le differenze scompaiano, ma imparare a viverle senza trasformarle in gerarchie o in lotte per il potere. E soprattutto riconoscere che il pensiero e l’esperienza di un’altra donna possono dare forza ai miei, senza che questo diminuisca la mia libertà.

Quali sono a vostro parere i limiti o gli inciampi su cui lavorare per non smarrire il piacere di leggere?

Sandra:  Pretendere dall’editoria oggetti di qualità, in cui la varietà culturale delle posizioni sia sempre tutelata difendendo il principio basilare della bibliodiversità che riflette la varietà composita e complessa delle persone che leggono. Ma anche la necessità di creare un sistema di promozione della lettura fatto di luoghi adeguati, di strumenti culturali e di processi che durano tutta la vita, da quando inizia a quando finisce, nel bene e nel male, in libertà e in prigionia perché leggere è una componente indispensabile della crescita di una persona e un fattore di sviluppo della collettività. Non è un’attività dei singoli ma un’azione sociale. L’analfabetismo non si limita al non saper scrivere leggere o far di conto, “è analfabeta chi non ha padronanza espressiva e non sa riconoscere la differenza tra fatti e opinioni, tra informazione e conoscenza; è analfabeta chi non ha stimoli né strumenti per valutare la bellezza di un’opera d’arte e del quartiere in cui abita… chi dimentica la propria lingua familiare – e il repertorio condiviso di esperienze che sono addensate in quella lingua e che costruiscono il senso di appartenenza a una comunità – e chi non costruisce altre competenze linguistiche per comunicare e per creare altri legami sociali”. Lo abbiamo scritto. È la nostra missione.

Teresa:  Leggere è un piacere, a patto che lo si destituisca da ogni aspetto funzionale che ne limiti il godimento. Credo che la cosa fondamentale per non smarrire il piacere di leggere stia proprio nella libertà con cui si legge. Dovrei poter leggere un libro non per occupare un tempo vuoto, solo se mi piace e devo rivendicare il diritto di lasciarlo prima della fine; dovrei poter scegliere un libro senza condizionamenti esterni e avere a disposizione biblioteche in cui poter sperimentare la mia curiosità di lettrice, soprattutto nelle scuole. E, inoltre, dovrei poter condividere la lettura con altre e altri, a voce alta, per abitare comunità in cui scambiare pensieri ed emozioni.

Rosanna: Credo che uno degli ostacoli più seri al piacere della lettura sia la difficoltà, sempre più diffusa, di dedicare tempo e attenzione a ciò che leggiamo. Viviamo in una società che ci abitua alla velocità, alla sintesi, alle risposte immediate. La lettura, invece, richiede talvolta una disposizione diversa: la capacità di fermarsi, di seguire un ragionamento, di accettare che un testo possa essere complesso e che non tutto debba risultare chiaro fin dalle prime pagine. Lavorando nell’editoria, conosco bene anche le contraddizioni di un mercato che pubblica moltissimo, ma concede ai libri sempre meno tempo per incontrare i propri lettori. Ogni novità viene rapidamente sostituita dalla successiva e, nonostante la straordinaria quantità di titoli disponibili, l’attenzione si concentra spesso su pochi libri. Il rischio è che si finisca per leggere ciò di cui tutti parlano, anziché ciò che suscita davvero il nostro interesse. E quando la lettura diventa una corsa per restare aggiornati, il piacere rischia di trasformarsi in un obbligo. Mi torna in mente Daniel Pennac che, in Come un romanzo, rivendica i diritti imprescindibili del lettore: saltare le pagine, non finire un libro, rileggere e perfino non leggere. Mi sembra una lezione ancora attualissima, perché ci restituisce un principio fondamentale: il piacere non può essere imposto, neppure in nome della cultura. E la libertà del lettore comprende tanto la possibilità di misurarsi con un testo impegnativo quanto quella di lasciarlo perdere, senza dover fornire spiegazioni.
Per non smarrire il piacere della lettura, credo che dovremmo soprattutto recuperare il tempo di leggere ciò che ci incuriosisce davvero, senza inseguire le novità a ogni costo e senza sentirci obbligati a dimostrare che ogni libro ci abbia insegnato qualcosa. Perché il piacere di leggere non sta soltanto nelle risposte che un libro può offrirci, ma anche nelle domande che ci lascia.

Vi faccio un’ultima domanda rivolta al valore dell’utopia, ovvero vi domando  quanto conta per voi mantenere viva la possibilità, e con questa la forza dell’immaginare altri itinerari per non cedere al pensiero unico che si contrappone a ogni differenza.

Sandra: L’utopia è la terra in cui abitiamo da quel lontano ottobre 2008 e che ha saputo disegnare i percorsi di questo viaggio che muta sempre perché cambiano le persone, i tempi storici, e anche i desideri. Ma resta alla base proprio quanto Michela Murgia ha saputo vedere nella nostra Carta e che è il timone che teniamo ben stretto, tutte, tra le mani:

“Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un dissenso, contrapponendo alla realtà impoverita la forza di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante. Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia. Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza”.

Teresa:  Per noi il rispetto e l’accoglienza delle differenze è una pratica, non un’utopia. È il senso ultimo di quello che facciamo: sostenere e diffondere quella autonomia di pensiero che argina e depotenzia ogni tentativo di omologazione.

Rosanna: Il vero potere del pensiero unico non è soltanto convincerci che una determinata visione del mondo sia giusta, ma farci credere che non ne esistano altre possibili. È proprio qui che l’utopia acquista, ai miei occhi almeno, un valore politico: nel restituirci la libertà di immaginare alternative a ciò che consideriamo normale, naturale, inevitabile. Pensiamo, per esempio, al mondo della cultura. Siamo abituati a considerare naturale un certo modo di far circolare i libri: c’è chi scrive, chi pubblica, chi vende e chi compra e legge. È un sistema che conosciamo bene. Ma non è l’unico modo possibile di incontrare la letteratura e di farla vivere.
Le persone libro di Donne di carta ne sono un esempio. Nascono da una delle immagini più potentemente utopiche della letteratura, contenuta in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: uomini e donne che, in una società in cui i libri vengono bruciati, li imparano a memoria e diventano essi stessi libri per sottrarli alla distruzione. Quella che nel romanzo di Bradbury è una finzione distopica ha generato, fuori dal romanzo, una pratica reale. Naturalmente noi non dobbiamo salvare materialmente i libri dal fuoco; ma quel gesto conserva qualcosa di profondamente politico: sottrae la parola alla sua dimensione esclusivamente commerciale, la affida alla memoria di una persona e poi alla relazione con un’altra, restituendola alla sua antichissima dimensione orale, quella da cui tanta parte della letteratura ha avuto origine.
È una delle cose che più mi affascinano dell’esperienza di Donne di carta. Un’immagine nata dalla fantasia di uno scrittore ha suggerito un modo diverso di vivere la letteratura. Con le persone libro, i libri cessano di essere soltanto oggetti da produrre, vendere o acquistare: le parole vengono custodite nella memoria, affidate a una voce, donate a qualcuno che le ascolta. E questa possibilità, prima di diventare una pratica, è stata un atto di immaginazione.
Non penso, naturalmente, che ogni utopia debba tradursi in qualcosa di concreto per avere valore. La sua forza sta anche nel permetterci di concepire ciò che oggi non sappiamo ancora realizzare. E credo che la lettura abbia molto a che fare con questa libertà: ci mette in contatto con altre vite, altri pensieri, altri modi di interpretare il mondo. Ci abitua a riconoscere che la nostra esperienza non è l’unica e che nessuna rappresentazione della realtà può esaurirne la complessità. È anche così, credo, che possiamo resistere al pensiero unico: continuando a leggere, a immaginare, a coltivare la curiosità per ciò che non conosciamo, senza lasciare che siano le abitudini o le idee dominanti a stabilire i limiti di ciò che possiamo pensare.
Per me il valore dell’utopia sta proprio qui: non nell’immaginare un mondo perfetto, ma nel rifiutare che il mondo esistente abbia l’ultima parola su ciò che possiamo pensare, desiderare e costruire.

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