26 Ott Nel cuore della poesia di Annalisa Comes
di Gianna Cannì
Leggere la raccolta poetica di Annalisa Comes, intitolata La scala e la chiave (Molesini Editore Venezia, 2026), significa addentrarsi in un paesaggio da fiaba, in cui gli elementi cantano, e allo stesso tempo in un luogo contemplativo, abitato da simboli e messaggi esoterici. E che caratteristiche ha uno spazio mistico? E’ uno spazio in cui progredire non vuol dire avanzare, bensì ricominciare all’infinito; è uno spazio in cui lacrime e lettere alfabetiche coincidono e si possono ugualmente seminare; è uno spazio in cui l’unione superiore tra diversi/opposti si realizza nel desiderio di accostarsi e cercare il proprio centro, ma soprattutto è lo spazio fuori dal tempo dove verità e amore combaciano. I versi di Annalisa Comes – alti, mobili, puntellati da rare rime che somigliano a sigilli – trasformano misteriosamente le narrazioni poetiche del mistico chassidico rabbi Nachman di Bretzlav in altra poesia, chiave d’accesso alla scala inesauribile di cui scrive Kafka in Patrocinatori, citato nella silloge:”…fintantoché non cessi di salire non cessano i gradini”. Abbiamo chiesto ad Annalisa Comes di guidarci nella lettura del suo volume.

G.C.: La genesi di La chiave e la scala è legata al tuo rapporto con la mistica chassidica e in particolare all’incontro con Nachman di Breslav. Vuoi raccontarci com’è nata questa raccolta?
A.C.: L’origine di questa scrittura risiede in una rilettura dei racconti del rabbino chassidico Nachman di Breslav (1772-1810), pronipote del Ba’al Shem Tov, nella straordinaria edizione curata da Giacoma Limentani e Shalom Bahbout (Nachman di Breslav, La principessa smarrita. A cura e con un saggio di Giacoma Limentani e Shalom Bahbout, Adelphi, Milano 1981), in particolare del racconto I sette mendicanti, composto nella primavera del 1810 poco prima della sua morte.
È una delle sue parabole chassidiche più complesse, intrisa di segreti cabalistici (nei quali non mi addentro), teologia e profonda introspezione psicologica ed è incompiuto: il racconto si interrompe bruscamente prima della comparsa del settimo mendicante. Rabbi Nachman stesso aveva dichiarato che la fine della storia sarebbe stata rivelata pienamente solo con l’avvento del Messia.
La storia prende l’avvio con un vecchio re che ammonisce il figlio dicendogli che quando lascerà il regno “non dovrà farsi prendere dallo sconforto” e dovrà “restare di buon animo”. Il principe non sa custodire la gioia, in un paese lontano tutti si danno alla fuga e due bambini si perdono in una foresta. Lì vengono salvati da sette mendicanti, ognuno con una grave disabilità apparente, che donano loro del pane e una strana benedizione: desiderano che i piccoli possano diventare proprio come loro. I due ragazzi crescono e si sposano. Durante i sette giorni del banchetto, provando nostalgia per i loro salvatori, vedono i mendicanti apparire uno alla volta. Questi rivelano che i loro difetti fisici sono in realtà supreme perfezioni spirituali.
Il terzo giorno, gli sposi desiderano vedere il terzo mendicante, il balbuziente. L’uomo appare e parla con una voce incredibilmente fluida e melodiosa, spiegando che il mondo lo crede balbuziente, ma in realtà rifiuta semplicemente di usare la parola per le cose vane, preferendo esprimersi solo attraverso canti e lodi divine. Per dimostrarlo, racconta loro una storia.
Ed è questa “storia nella storia” che è al centro della mia poesia:
All’estremità del creato c’è una montagna con una sorgente d’acqua viva (la Fonte), e all’estremo opposto si trova il Cuore del Mondo. Il Cuore ama la Fonte con una nostalgia struggente, ma non può avvicinarsi: se fa un passo, la forma della montagna gliela nasconde. E se il Cuore perde di vista la Fonte anche solo per un istante, smette di battere e l’universo intero cessa di esistere. Così il Cuore resta fermo e intona per lei meravigliosi canti d’amore. La Fonte, però, non ha un tempo proprio e vive solo del tempo che le viene donato. Ogni sera, quando il giorno finisce, la Fonte sta per prosciugarsi e il mondo entra in agonia. In quel momento, “un uomo d’amore e verità” (nella mia poesia il Vero Uomo Caritatevole) raccoglie tutti gli atti di bontà e amore compiuti dagli uomini sulla Terra e li tesse insieme, creando un nuovo giorno di tempo. Lo dona al Cuore, il Cuore lo dona alla Fonte, e l’universo riceve il permesso di esistere per altre ventiquattro ore.
Il mendicante conclude rivelando che tutti i canti del Cuore e i giorni tessuti dal Vero Uomo Caritatevole derivano proprio dalla sua bocca. La sua balbuzie non è altro che il silenzio sacro posto a custodia della melodia del mondo. Augura infine agli sposi di elevarsi alla sua stessa perfezione e si unisce alle danze.
G.C.: In che relazione sono, nel tuo libro, mistica, fiaba e poesia? Come si pone la tua poesia rispetto al labirinto mistico: è ri-mediazione, risignificazione? interpreti, speculi, preghi, contempli?
A.C.: Le poesie e la fiaba iniziale non sono nate con un intento dimostrativo, ma speculativo e soprattutto dialogico. Ho sentito che il testo mi interpellava, e ho cominciato a dialogare con i personaggi del racconto: il Cuore, la Fonte, il Tempo e così via. Anzi, sono diventata io stessa Cuore, Fonte, Tempo, lago…
Non c’è un ‘io’ poetico centrale, forse, da qualche parte ho agito su di me una memoria cavalcantiana, penso per esempio a Voi che per li occhi mi passaste ‘l core. Ma mentre nel sonetto l’io è scisso e frammentato per la ferita del cuore, nelle mie poesie non c’è una ferita, ma una ricerca, une quête, un viaggio questionante. Perché il racconto ha dialogato con la mia vita, intrecciandosi con altre letture, illuminandosi di altri incontri. Come scrive George Steiner: «è il libro a leggere noi». Ecco, potrei dire che il racconto di Nachman di Breslav “ha letto me”.
G.C.: Accanto a Nachman, nella tua pagina si incontra Kafka: non il Kafka più popolare, ma quello più “segreto”.
A.C.: Sono due autori per me importantissimi, che leggo e rileggo continuamente.
Kafka non è soltanto il profeta dell’angoscia moderna, è un autore il cui immaginario viene profondamente fecondato dal misticismo ebraico dell’Europa orientale, un mondo scoperto nell’età adulta e mai più abbandonato. Il punto di svolta avviene nel 1911, quando Kafka assiste a Praga alle rappresentazioni di una compagnia teatrale yiddish. È come se quell’evento lo scaraventasse dentro la vitalità religiosa dello chassidismo. Cruciale diventa poi l’amicizia con lo scrittore Jiří (Georg) Mordechai Langer, un ebreo praghese che ha vissuto tra i maestri chassidici in Galizia e che introduce Kafka ai testi mistici e proprio alle parabole di Rabbi Nachman di Breslav. Da quel momento, la scrittura di Kafka inizia a respirare la stessa aria delle antiche leggende ebraiche. Nel suo saggio di memorie Qualcosa su Kafka (1941), Langer racconta in modo dettagliato l’entusiasmo di Kafka all’incontro. Ma certo qui si dovrebbero ricordare le testimonianze e gli studi di Max Brod, Gershom Sholem, Walter Benjamin, Rodger Kamenetz fino al Il libro bruciato. Filosofia del Talmud di Marc-Alain Ouaknin (e la sua prefazione alla Storia del chassidismo di Simon Doubnov).
La sintonia più evidente si riflette nella struttura stessa del racconto. Sia Kafka sia Rabbi Nachman non scrivono semplici storie, ma parabole enigmatiche. Nello chassidismo la parabola serve a celare e rivelare i segreti divini; in Kafka diventa lo strumento per descrivere l’assurdità della condizione umana di fronte a un Assoluto inaccessibile. Entrambi popolano i loro universi di viaggi e sentieri interrotti, di castelli irraggiungibili.
G.C.: Quale tra i segreti (della neve, della fonte, della montagna ecc.) a cui dai forma poetica potrebbe essere una chiave di redenzione in questo difficilissimo passaggio sociale e politico?
A.C.: Mi sento molto vicina al concetto di redenzione (geulàh) introdotto dal fondatore dello chassidismo, il Ba’al Shem Tov. La redenzione è l’atto quotidiano di trovare la luce nell’oscurità e di ricomporre i frammenti del mondo, è un’esperienza spirituale intima, quotidiana e alla portata di ogni singolo individuo: più impariamo a vedere la scintilla divina nel quotidiano, più il mondo si avvicina alla sua liberazione definitiva.
La chiave è nel titolo della mia raccolta, il centro è nel Cuore. D’altronde in una prima versione il titolo era Un cuore semplice:
Poesia del Cuore
Cerco un cuore
che non conosco ancora.
Prima era al suo posto
e andava all’unisono con il mio passo,
con il mio respiro, ubbidiente
come un orologio.
Ogni tanto si è fermato, ma poi
ha ripreso a camminare,
a volte anche da solo, per conto suo,
come se io non esistessi.
Cerco il mio cuore
che non è più racchiuso nelle mie mani
o fra i capelli,
o ancora più in alto, sulla testa,
dove amava fare il nido, dispiegando le ali.
So che era pieno di buone intenzioni,
capace di raccogliere semi e
di ascoltare la fonte.
Forse è annegato nell’acqua della fonte.
Forse si è bruciato al sole estivo,
o si nasconde in una tana
come la bestia di Kafka.
E allora non può sentirmi, se lo chiamo,
tutto indaffarato nello scavare,
e scavare e scavare.
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