Letterature senza esercito. Prima Tempesta di Susana Chávez Castillo

DI SARA DURANTINI

Dall’alto, il Messico, restringendo il campo Chihuahua, restringendo nuovamente Ciudad Juárez. Di Ciudad Juárez, Wikipedia ci restituisce un quadro geografico e demografico ben preciso: “situata vicino al Rio Grande di fronte alla città texana di El Paso con cui forma un’area metropolitana internazionale di circa due milioni e mezzo di abitanti (la più grande sul confine fra Messico e Stati Uniti dopo quella di Tijuana e San Diego)”. Amnesty International ci mostra, invece, una realtà dove i numeri hanno tutt’altra valenza: il primo dicembre 1999 l’organizzazione denunciò il ritrovamento di fosse comuni nei pressi di Ciudad Juárez e chiese alle autorità messicane di indagare in modo rigoroso e in totale trasparenza per identificare i corpi, ricostruire le circostanze delle morti e per individuare i responsabili. Si parlava, all’epoca, di un centinaio di donne scomparse, di famiglie che attendevano risposte e di indagini, si scoprirà poi, ostacolate da omissioni e responsabilità mai del tutto chiarite. Quattro anni dopo, nell’agosto del 2003, un nuovo rapporto di Amnesty International, dedicato specificamente ai femminicidi e alle sparizioni di donne a Ciudad Juárez e nello Stato di Chihuahua, denunciava una realtà ancora più terribile: dal 1993 erano state assassinate oltre 370 donne, almeno 137 delle quali avevano subito violenza sessuale. E accanto alle morti accertate c’erano le sparizioni, le denunce rimaste senza risposta, le famiglie che venivano lasciate sole da un sistema che sembrava non riuscire a vedere la violenza sistematica contro le donne.

I loro corpi. I corpi martoriati, denudati, oltraggiati, i corpi di decine e poi centinaia e poi migliaia di donne, molti dei quali mai ritrovati. Corpi di ragazze, madri, sorelle, amiche, zie, donne che avevano una vita, una vita sociale e lavorativa, che avevano dei sogni e delle speranze, che occupavano un posto. Corpi di donne con un nome, una voce, una memoria. Donne ridotte a numeri, la loro vita spezzata e la loro identità cancellata non solo da chi aveva voluto metterle a tacere ma anche dalle stesse istituzioni che spesso non leggevano i numeri e la drammaticità che raccontavano.

Spesso mi chiedo cosa rimane di questi corpi, di queste vite fatte a brandelli prima e dopo la morte, ricondotte a un numero dentro un grafico? Una morte e a cui se ne aggiungono altre tutte uguali, la descrizione del come e del quando, istanti che non dicono chi erano queste donne.

E allora bisogna partire da qui, dalla geografia raccontata da Amnesty e provare ad attraversarla per arrivare alle vite delle donne che questi luoghi li hanno vissuti e amati e cantati e scritti. Come Susana Chávez Castillo, poeta e studiosa di psicologia, profondamente legata alla propria città, alla sua vita culturale, presente nei festival letterari, negli incontri pubblici, nelle letture poetiche organizzate nei luoghi più disparati, dalle biblioteche alle manifestazioni per le donne scomparse e assassinate. La sua biografia racconta anche di una ricerca artistica che andava oltre il verso scritto sperimentando cortometraggi, performance multidisciplinari e diverse possibilità espressive. Il suo blog, Primera Tempesta, è la traccia umana di un femminile che intreccia, in maniera inesauribile, la dimensione privata con quella collettiva, la necessità di raccontarsi con l’urgenza di prendere posizione.

Prima tempesta. Non una donna di meno, non una morta di più, che in questi giorni è stato presentato nella rassegna Il canto del pendolo, curata da Pier Paolo di Mino e Veronica Leffe all’interno del Festival Letteratura senza esercito, raccoglie cinquantasette poesie che restituiscono la complessità della voce letteraria di Susana Chávez Castillo. Il libro nasce da un precedente lavoro di recupero e pubblicazione dei testi promosso negli Stati Uniti da Canal Press, casa editrice legata all’Università di Houston. Questo lavoro di recupero e riedizione apre la porta su una questione che riguarda la memoria letteraria delle donne, la trasmissione delle loro voci e la possibilità di sottrarle all’oblio. E leggendo le poesie di Susana Chávez Castillo ho proprio avuto l’impressione di calarmi dentro un’architettura fatta di immagini corporee, dove la carne, il sangue, la pelle, le ossa, gli stessi respiri concorrono alla costruzione della rappresentazione poetica e diventano, nel contempo, il luogo in cui si depositano le esperienze, le relazioni, le ferite, le possibilità dell’esistenza. In Corpo deserto, ad esempio, il corpo appare come qualcosa di cui altri possono appropriarsi, un territorio che viene trasportato, attraversato, quasi sottratto alla persona che lo abita. La scrittura procede poi attraverso una successione di immagini che accostano le ceneri, le tempeste, le ossa perdute, la carne svuotata. Il movimento delle parole sembra accompagnare una progressiva disgregazione dell’identità, fino a ricondurre il soggetto alla condizione paradossale di abitante del proprio corpo deserto. Non c’è alcuna ricerca di consolazione nelle parole di Susana Chávez Castillo, nessun tentativo di attenuare la violenza delle immagini, lei racconta la realtà nelle sue contraddizioni, nella sua vulnerabilità, ma anche come luogo dal quale può emergere una o più voci che non coincide interamente con la ferita.

Leggendo queste poesie non è stato difficile rintracciare il grido di alcune tra le mie scrittrici che, di recente, stanno popolando e nutrendo la mia genealogia. Parlo di Lidia Yuknavitch e di Melissa Febos. Come per loro, ma attraverso la parola poetica, per Susana Chávez Castillo la memoria è fortemente incarnata, una sedimentazione di esperienze che continuano ad agire nel presente, e il corpo diventa il luogo che trattiene le tracce delle relazioni, della paura, del desiderio, della perdita, e la scrittura interviene su questa materia, non semplicemente per registrarla, ma per trasformarla in conoscenza.

Sono entrata così, in punta di piedi nella poesia di Susana Chávez Castillo e ne sono uscita imbevuta e bagnata e illuminata da una parola che difficilmente riuscirò ad abbandonare, una parola che, sono certa, continuerà a scavare dentro di me nel tempo, una parola che è eco del grido di Susana Chávez Castillo che ha donato ad altre donne la forza e il coraggio e gli strumenti per continuare quel cammino di affermazione di sé, di conoscenza e di libertà.

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