10 Ott Colette racconta Parigi dalla sua finestra
DI SARA DURANTINI
Nel mese di settembre che ci siamo appena lasciati alle spalle, un mese intiepidito da un insolito sole autunnale, ho letto Parigi dalla mia finestra con un senso di coinvolgimento come quando qualcuno di caro viene a farmi visita, qualcuno che non vedevo da tempo. E in effetti è come se fosse stato così. Non incontravo questi scritti di Colette da molto tempo e soprattutto non li avevo mai incontrati in italiano (tradotti da Elvira Petruccelli per la casa editrice Elliot). Parlo di incontro perché con queste parole è stato come ritrovarsi, riabbracciarsi dopo molto tempo. Sono parole che, in un qualche modo, sembrano scritte anche per me (anche per noi), per citare Rossana Rossanda, altra rilettura delle giornate settembrine. Parole nelle quali l’emozione e lo sguardo creano immagini che piroettano su sé stesse posandosi sulla mia memoria e intessendo un dialogo da Colette a me. Parole che escono dal perimetro del puro lavoro giornalistico e per Colette diventano le pennellate di un quadro che raccontano la sua Parigi, quella, appunto, che vede dalla sua finestra al primo piano del Palais-Royal.
Faccio un passo indietro lungo la linea del tempo, fino alla Parigi dell’occupazione. Nell’estate del 1940, Colette lascia la capitale francese per recarsi a Curemonte, in Corrèze, in quello che definirà un “tombeau verdoyant”, un “sepolcro verdeggiante”. Solamente nell’autunno farà ritorno a Parigi quasi contemporaneamente a Le Petit Parisien. Dopo l’avanzata tedesca, il quotidiano aveva lasciato la capitale per trasferire la propria attività in diverse città tra cui Tours, Rennes, Bordeaux e Aurillac. L’8 ottobre del 1940 il giornale si spostò di nuovo a Parigi, ormai sotto il controllo tedesco e proprio in quel numero annunciò, tra le sue collaborazioni letterarie, anche quella di Colette. La sua penna diventò lo strumento attraverso cui tornare alle sue lettrici, ritrovandole in uno spazio di confidenza e di ascolto che non aveva mai davvero abbandonato, uno spazio che si sarebbe rinsaldato, nel tempo, anche attraverso le lettere che le stesse lettrici le spedivano chiedendole di trattare gli argomenti più disparati, dalle ricette ai rimedi contro il freddo. Ecco che cos’è Parigi dalla mia finestra, cronache del quotidiano di una città occupata dal nemico e schiacciata dalla guerra, ed ecco cos’è stato, per me, l’incontro con le parole di Colette racchiuse in questi scritti: uno spazio nel quale ritrovare la sua voce e seguire il suo sguardo sulle cose. Lo sguardo che si posa sul Louvre e “i suoi architravi, Rivoli e le sue arcate, la Borsa e la Banca”, che scivola verso Avenue de l’Opéra, oltre l’Odeon, il Théâtre-Français, lo sguardo che ho seguito lungo rue du Quatre-september e rue des Petits-Champs. L’incontro con la parola di Colette ha riattivato la mia memoria di lettrice dentro i luoghi raccontati, ed è qui che rivedo il suo corpo inclinato sulla balaustra, mentre sotto di lei si apre il giardino del Palais-Royal. È l’immagine fissata nella storia da Pierre Jahan nel 1941, proprio negli anni in cui quelle cronache venivano pubblicate settimanalmente su Le Petit Parisien: Colette alla finestra, sospesa tra la stanza e ciò che stava accadendo fuori, sulla soglia fra lo spazio privato e il mondo esterno.
Attraverso queste cronache, Colette si trasforma in una storica capace di spiegare e ricostruire il tempo, quello che Parigi sta vivendo nel pieno dell’occupazione. Riesce ad analizzare ed interpretare ciò che accade ai corpi quando il freddo entra nelle case, quando il cibo scarseggia, quando quel poco che si ha deve essere aggiustato e conservato il più a lungo possibile. Colette racconta delle famiglie, dei bambini, degli animali anch’essi esposti alle privazioni, ascolta le donne che le scrivono, risponde alle loro domande. La Storia entra nelle sue cronache attraverso la quotidianità raccogliendo quei particolari che le grandi narrazioni rischiano di tralasciare. Non a caso, Alain Brunet definì Paris de ma fenêtre “il memoriale di un tempo crudele che aveva ben poco della consolazione dell’eroismo”, la memoria di chi deve attraversare la Storia continuando, nel frattempo, a vivere, mentre qualche anno dopo, nel 1947, Edmond Delage aveva riconosciuto al volume un “interesse storico di primo piano” (in quello stesso anno uscì la prima traduzione italiana del libro per Garzanti).

Dalla finestra, punto di osservazione e valutazione, inquadratura di una parte del mondo che obbliga lo sguardo a una prospettiva, da quella finestra sita al primo piano del Palais-Royal, Colette dà forma alla sua scrittura modellando il grande evento storico e riconducendolo alla sua misura (e miseria) umana. La guerra smette, quindi, di essere soltanto esercito, occupazione, decisioni politiche e diventa ciò che produce dentro una casa, sopra un corpo, nella vita di una donna che deve trovare il modo di far bastare ciò che resta. Non solo il racconto, queste cronache sono anche il ricordo dei rimedi di campagna, annotazioni che, nel momento storico che Colette sta vivendo, possono venire in soccorso di donne, anziani e bambini che devono far fronte alla guerra. La sua infanzia a Saint-Sauveur-en-Puisaye, all’ombra di Sido, ritorna tra queste pagine come ricordo vivido che riesce ad offrire, dietro alla patina nostalgica e tenera di una donna che ha pienamente raggiunto la maturità, una soluzione ai problemi che affliggono i parigini.
In Parigi dalla mia finestra la geografia interiore ed emotiva di Colette si intreccia a quella di Parigi tessendo la trama di un incontro che, dalle parole, si propaga ai luoghi, dai luoghi alla memoria e dalla memoria torna, ancora una volta, allo sguardo verso il mondo. Mi sovvengono le parole di Susan Sontag che, anni dopo, dirà che “uno scrittore è qualcuno che presta attenzione al mondo”. Colette continuerà a farlo fino agli ultimi anni della sua vita, continuerà a prestare attenzione a quel mondo che, dalla finestra, si dipanerà oltre l’orizzonte, quel mondo che, parafrasando ancora Sontag, non è identico a lei, ma del quale fa parte e al quale, proprio per questo, non può sottrarsi. Lo vive e lo racconta, lo porta alla luce attraverso la parola, così come “Parigi, non schiava della realtà, ricorre alla parola per poterla tollerare meglio”.
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