07 Ott Moving (1993) – Un film sul divorzio e la disillusione della figlia
di Marco D’Alterio
Nonostante i 33 anni dalla sua uscita, “Moving”, film giapponese del 1993 del regista Shinji Sômai, risulta ancora semisconosciuto in occidente. Un’opportunità per recuperare la visione di quello che è considerato un capolavoro per le tematiche assolutamente attuali e uno stile di regia innovativo. Moving è il primo film sul divorzio dove il punto di vista si sposta dalla prospettiva degli adulti a quella della figlia pre-adolescente Ren e ciò oltre a renderlo originale, ne fa un racconto particolarmente profondo.
L’attrice (Tomoko Tabata), allora tredicenne, dimostra grandi doti recitative districandosi nel complicato mondo conflittuale dei suoi genitori. La staticità domestica che pure potrebbe meglio adattarsi a un racconto familiare, qui viene superata dal movimento delle scene in esterna (le corse di Ren) che sono anche il movimento dell’anima, la continua ricerca di una dimensione. Le fughe a perdifiato della ragazza simboleggiano il rifiuto di fronte a una situazione che non accetta.
Primo film a essere proiettato alla mostra del cinema di Cannes per il regista giapponese Shinji Sômai mancato nel 2001 a soli 53 anni, che pure aveva già all’attivo 13 film di cui diversi considerati capolavori (P.P. Rider del 1983; Typhoon Club del 1985). Ma è solo grazie a “Moving” che Sômai diventa un tassello imprescindibile per mettere a fuoco il cinema giapponese anni ’80 e ’90 con un focus particolare sull’adolescenza. La crescita vista come frattura, come desiderio di libertà che si scontra con la durezza e la mancanza di sensibilità del mondo adulto. Tutto questo è racchiuso nel personaggio di Renko, nella sua delicatezza e introspezione che ne fanno uno dei miglior film giapponesi degli ultimi quarant’anni.
La trama è semplice: la piccola Renko di undici anni è spettatrice del fallimento del matrimonio dei genitori. Nonostante il suo ingenuo ottimismo e i goffi tentativi di sabotare la crisi, il divorzio di papà Kenichi e di mamma Nazuna è ormai dietro l’angolo.
La scena iniziale del tavolo triangolare (scelta che sovverte la classica circolarità) in cui i protagonisti stanno per consumare il pasto, dovrebbe suggerire una struttura semplice di famiglia unita composta da: padre-madre-figlia, ma la piccola Ren odia quella distanza tra i genitori e vuole dire la sua: “La tavola è un momento familiare di gioia e condivisione” dirà.
Ren è una bambina che appare strana agli occhi degli altri e assai problematica nei comportamenti. Tale caratteristica la rende imprevedibile e per tanto adatta alla descrizione di una crisi familiare che non accetta. Provocherà un piccolo incendio in classe durante una lezione come reazione ai continui insulti dei suoi compagni che l’accusano di essere amica di una bambina con genitori anormali in quanto separati. Ren nasconde di vivere la stessa situazione. Bisogna considerare che il film è uscito in anni in cui in Giappone il divorzio era ancora stigmatizzato e per tanto considerato tabù.
Il lungometraggio più che seguire i canoni di una sceneggiatura lineare, segue il cuore di Ren, la sua malinconia espressa in modo libero, spontaneo. Più che su semplici flashback, è incentrato in veri e propri echi al contrario che ne fanno un film dal forte impatto emotivo che meglio di chiunque altro racconta i cambiamenti della famiglia e l’impatto che questi hanno sui figli. Grande merito va dato alla sceneggiatrice: Satoko Okudera che ha sceneggiato importanti film d’animazione come “La ragazza che saltava nel tempo” del 2006. Le corse di Ren, i luoghi caratteristici (Kyoto e Biwako), le barche cerimoniali sembrano un perfetto ritratto di animazione.
L’incendio provocato da Ren torna nel piano sequenza finale come simbolo di un passato che viene cancellato e di cui non rimane altro che cenere. Dopo aver convinto i genitori ad assistere ai fuochi d’artificio di agosto sul lago di Biwa, (stesso posto in cui avevano trascorso un felice momento di condivisione familiare) Ren scappa di nuovo e finisce per trascorrere il resto della giornata con una coppia di anziani perché non accetta che il padre voglia starsene per conto suo. La madre ritrova la figlia seduta tra la folla, ma Ren decide di dirigersi verso la terraferma, dove i partecipanti al festival bruciano delle effigi.
In una sequenza onirica, Ren guadagna il centro del lago e incontra i doppelgänger di se stessa e della sua famiglia, intenti a trainare una barca cerimoniale con l’aiuto di alcuni giovani. Un incendio scoppia sulla barca. I giovani scompaiono e i genitori di Ren si immergono sott’acqua mentre le barche iniziano a prendere fuoco. La scena racconta l’oblio del ricordo suscitando nello spettatore un forte coinvolgimento emotivo. È tutto qui, nella consolazione di un ricordo (l’abbraccio di Ren a se stessa) che avviene la conoscenza. Ren ci insegna che ci sono mille modi per crescere. Renko diventerà grande (inevitabilmente prima del tempo) scoprendo giorno dopo giorno se stessa. Raggiungendo la consapevolezza che ognuno di noi è un’anima irrequieta, “in movimento”, alla continua ricerca del proprio posto nel mondo. Aver rivalutato e portato alla ribalta questo film, rimasto troppo tempo nell’anonimato, rappresenta un arricchimento per il cinema internazionale.
Consiglio di lettura:
“L’isola di Arturo” è un romanzo di formazione del 1957 scritto da Elsa Morante. Arturo Gerace nasce sull’isola di Procida e lì vive l’intera infanzia e adolescenza. L’isola racchiude tutto il suo mondo, e tutti gli altri posti esistono per lui solo nella dimensione della leggenda
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