04 Ott Tra le righe del silenzio. Giuseppina Patti, storia di una scrittrice siciliana dimenticata. Dialogo con Stefania La Via
a cura di Ivana Margarese
Tra le righe del silenzio. Giuseppina Patti, storia di una scrittrice siciliana dimenticata (Di Girolamo, 2026) è un saggio biografico che racconta la vicenda umana e letteraria di una donna umili origini nella Trapani di metà Ottocento, che coltivò segretamente una vocazione espressiva, sposando gli ideali risorgimentali e diventando, con il suo romanzo I Merli ed i Malvizzi, una delle poche, se non forse l’unica autrice siciliana dell’epoca a dedicarsi alla scrittura di romanzi storici.
La sua vita in costante oscillazione tra l’aspirazione alla libertà e il peso delle convenzioni sociali viene raccontata con cura e passione da Stefania La Via, con cui abbiamo dialogato.

Comincio dal titolo del tuo libro, Tra le righe del silenzio. Giuseppina Patti, storia di una scrittrice siciliana dimenticata, per domandarti che valore abbia avuto per te lavorare a una storia sommersa e quale metodo di composizione tu abbia adottato nell’intrecciare dati storici, intuizioni e ipotesi.
Trarre dall’oblio la figura di Giuseppina Patti è stato per me quasi un dovere morale. Quando ho incontrato per caso la sua storia mi sono detta che era una storia che andava raccontata, che doveva trovare le parole per emergere dal silenzio che l’aveva avvolta. Doveva essere restituita alla comunità come forma di risarcimento postumo per tutte le donne che non hanno avuto voce.
Non è stato semplice ripercorrere i passi di Giuseppina, di lei rimanevano poche tracce anagrafiche, una breve citazione bibliografica e null’altro. Si sapeva che era stata la madre di un grande architetto del Liberty siciliano, allievo di Ernesto Basile, Francesco La Grassa junior. Quando ho scoperto che ad appena vent’anni aveva scritto addirittura un romanzo storico in due volumi nel quale sposava gli ideali del Risorgimento e che, prima di sposarsi con Pietro La Grassa e rinunciare per sempre alla scrittura, aveva affrontato mille difficoltà innanzitutto per accedere all’istruzione, in quanto di umile famiglia, ho sentito che non potevo fermarmi, dovevo scavare a mani nude in quel silenzio, trovare indizi, lavorare come un archeologo, disseppellire e ipotizzare. Ho avuto la fortuna di riuscire, grazie alla scrittrice e cara amica Maria Attanasio, che conosceva la figura di Giuseppina e mi ha incoraggiata a scriverne, a mettermi in contatto con l’architetto romano Luca Scalvedi, suo erede per parte materna. Scalvedi conservava tutte le fotografie di famiglia e gran parte della corrispondenza tra Giuseppina e Pietro, materiali che ha messo generosamente a mia disposizione.
Così, muovendomi tra riferimenti archivistici e trovando conforto a varie ipotesi che avevo immaginato plausibili grazie al contenuto delle lettere, come un detective mi sono messa sui passi di questa donna, ho ricostruito gli aspetti non conosciuti della sua biografia, il suo carattere, la sua personalità. Ho cercato di comprendere le motivazioni profonde che l’hanno portata alla scelta, una volta sposata, di non scrivere più nonostante i traguardi, assolutamente non scontati, che era riuscita a raggiungere. Sono stati anni di lavoro intensi, di dubbi, di domande, di esaltanti ritrovamenti inaspettati. I contorni della vita e della figura di Giuseppina andavano definendosi man mano che procedevo. Ogni opera che affronta una storia sepolta dal tempo ha alle spalle scelte precise ed è evidente che il modo in cui si decide di esporre e montare i frammenti che emergono dalle ricerche non può che essere soggettivo. Lo storico deve assumere la responsabilità delle proprie scelte, che sono sempre scelte narratologiche soggettive, anche quando si basano su dati certi. Elemento caratterizzante la soggettività della ricostruzione è la modalità con cui le informazioni vengono messe in relazione, legate le une alle altre in un insieme compiuto. Non sono sicura di aver sempre compiuto la scelta giusta ma mi sono lasciata guidare dal mio istinto e dall’esperienza.
Il tuo libro porta la prefazione di una grande studiosa, Antonia Arslan, pioniera degli studi sulla letteratura femminile tra Ottocento e Novecento. Come l’hai conosciuta?
Ho conosciuto Antonia qualche anno fa, grazie a un amico comune, anche lui di origine armena. Lei ha apprezzato la mia precedente pubblicazione dedicata all’organo meccanico costruito da Francesco La Grassa senior, suocero di Giuseppina, per la chiesa di San Pietro a Trapani, un capolavoro sonoro unico al mondo, e ha voluto conoscermi. Il saggio L’orchestra nascosta è stato pubblicato dalla casa editrice Diastèma di Treviso. Antonia cura per loro il concorso letterario Lorenzo Da Ponte. Sono stata a trovarla nella sua meravigliosa casa in via Altinate a Padova e ho scoperto una donna straordinaria. Ho poi avuto il piacere di averla ospite nella XX edizione della rassegna letteraria “Terrazza d’Autore” che curo con la giornalista Ornella Fulco, in occasione del 25° anniversario dell’uscita del suo romanzo La masseria delle allodole, da cui i fratelli Taviani hanno tratto un film splendido. In quell’occasione le ho parlato a lungo di Giuseppina e lei mi ha dato preziosi suggerimenti. Quando ha letto la bozza del libro ne è rimasta entusiasta e mi ha regalato l’intensa prefazione che apre il saggio. Un grande onore per me.
Che cosa ti ha colpita maggiormente di questa figura di donna, che mi è parsa unire determinazione e passione, e come la descriveresti?
Dalle sue lettere emerge una figura di donna sensibile e volitiva allo stesso tempo. La immagino con un carattere energico e determinato, se a soli vent’anni è riuscita a scrivere un poderoso romanzo storico e a darlo alle stampe. Tra l’altro è stata l’unica autrice siciliana dell’epoca a confrontarsi con l’inarrivabile modello manzoniano, mentre le altre intellettuali donne di cui siamo a conoscenza si dedicarono alla poesia civile o a contributi letterari su riviste. La sua nascita umile, che certamente costituiva un limite, è stata superata dall’adozione da parte di una facoltosa famiglia borghese, che le ha consentito una via di riscatto e la possibilità di studiare. La sua vita è stata un’oscillazione costante tra l’aspirazione alla libertà e il peso delle convenzioni sociali. È riuscita a vivere per oltre un quindicennio un amore clandestino e a non rinunciare al sogno di sposarsi, nonostante i numerosi ostacoli che si frapponevano a questa unione. Ogni volta che il suo destino sembrava segnato, accadeva qualcosa che sparigliava le carte, una nuova opportunità, una nuova strada. Anche se scelse col matrimonio di “normalizzare” la sua posizione, rinunciando alla scrittura che era stata la sua grande conquista, si dedicò all’istruzione dell’unico amatissimo figlio, facendone il suo capolavoro in carne e ossa. Una figura di donna che certamente non può lasciare indifferenti. Al di là del valore oggettivo che possiamo attribuire alla sua opera letteraria, essa in ogni modo cattura l’aria, le convenzioni sociali e le prospettive inascoltate delle donne in un’epoca di grandi trasformazioni. Donne che un canone letterario stabilito dagli uomini ha marginalizzato per troppo tempo. Uno sguardo femminile che ci offre uno spiraglio da cui guardare la storia del tempo da una prospettiva diversa, mettendo in qualche modo in discussione il punto di vista maschile, l’unico pervenutoci sugli eventi del Risorgimento.
Ho trovato di grande interesse la lettura del carteggio tra lei e il futuro sposo, Pietro. Giuseppina, donna colta a dispetto delle umili origini, sente spesso l’urgenza di scrivere all’amato, di esplicitare il proprio vissuto emotivo, di muovergli un bonario rimprovero o di incoraggiarlo. Pietro, dal canto suo, non sta al passo: poco avvezzo alla scrittura, quando risponde appare concentrato più sui fatti concreti che sull’espressione degli affetti. Questo divario richiama quella tensione tipica della scrittura di relazione presente in tanta riflessione femminile, in cui interpellare l’altro attraverso la parola scritta diventa un modo per nominare e rendere visibile l’esperienza interiore. Qual è la tua riflessione a riguardo?
Sicuramente è così. La scrittura per Giuseppina era parte del suo modo di essere donna, le sue lettere rivelano molto di lei. Nel rivolgersi al suo Pietro dice cosa la fa stare bene, cosa la fa soffrire, parla di ciò che non sopporta. Le lettere sono un modo per dialogare anche con se stessa, per uscire dalla solitudine di una vita monotona, in una casa austera ed estranea, lontana dagli affetti familiari. Nell’Ottocento la scrittura, un tempo appannaggio di ristrette élite femminili, diviene abitudine quotidiana per molte donne della classe media, proprio attraverso la pratica epistolare. Il soggetto femminile, sottile traccia avvolta dal silenzio, incapsulato nella visione maschile dominante, emerge in forme spesso impreviste, talvolta addirittura sorprendenti. Ogni vita che si manifesta attraverso la scrittura è traccia di una storia dispersa che oggi è un rilevante tema di indagine storiografica. Le donne, attraverso i loro carteggi, lasciano una testimonianza di sé prevalentemente “relazionale”.
Scrivere, per le donne dell’Ottocento e del primo Novecento, è stato un modo per affermare la propria soggettività. Un modo “tollerato” ma raramente incoraggiato e valorizzato. Le aristocratiche e le borghesi, cui era consentito studiare e scrivere, sapevano che si trattava di uno spazio concesso per benevolenza, che non le esonerava dai prioritari compiti domestici.
Gli epistolari dispersi negli archivi, nelle biblioteche, nei fondi privati, come suggerisce Antonia Arslan nella sua prefazione, devono essere sempre più il campo privilegiato di ricerca archivistica e più in generale storica. Ci consentono di mettere a fuoco la voce delle donne, il loro pensiero, nascosto negli interstizi di una memoria strutturata essenzialmente al maschile.
I Merli ed i Malvizzi. Racconto del XVII secolo, il romanzo di Giuseppina Patti, vide la luce nel 1866 per i tipi della stamperia di Giovanni Lorsnaider a Palermo. Ti chiederei di descrivercelo e di contestualizzarlo?
I Merli ed i Malvizzi ha tutte le caratteristiche del romanzo storico, genere assai in voga in quegli anni, che vede nell’illustre opera di Manzoni il modello assoluto e insuperabile. In particolare Giuseppina ispira il proprio lavoro alla grande lezione manzoniana che dai fatti memorabili del passato traeva occasione per un compito di educazione, di miglioramento culturale e morale, mescolando personaggi storicamente veri ad altri verosimili e calandoli in situazioni storiche e sociali che, per quanto lontane nel tempo, potessero dare utili insegnamenti per il presente.
Uno scenario storico ben documentato e una o più storie d’invenzione, che arricchiscono la trama di colpi di scena, consentono all’autrice di attrarre il lettore all’interno delle vicende narrate. L’opera è suddivisa in due volumi per un totale di venti capitoli più un’introduzione e una conclusione.
Ambientazione scelta per il romanzo è la Messina dell’ultimo quarto del XVII secolo. La città dello stretto svolgeva di fatto il ruolo di una vera e propria repubblica marinara autonoma nell’ambito del regno di Sicilia, con rapporti diretti con i porti del Levante e i grandi centri marinari dell’Adriatico. I privilegi di cui godeva le garantivano una situazione da protagonista nella vita politica e commerciale siciliana, sino a farle scegliere l’alleanza con la Francia del re Sole contro la Spagna. Presa di posizione che costerà cara a Messina, con un altissimo prezzo pagato che culminerà nel sequestro, ordinato dal sovrano, dell’intero archivio cittadino insieme con quello della Cattedrale e dell’Archimandritato, quasi a voler cancellare la storia secolare e l’identità della città per punirne la ribellione. Venne spogliata anche la ricca biblioteca del Duomo che comprendeva, tra l’altro, i preziosi codici greci che il celebre umanista Costantino Lascaris aveva legato nel 1494 alla città di Messina e che oggi si trovano alla Biblioteca Nazionale di Madrid.
All’interno della cornice costituita da tali drammatiche vicende storiche, nella Messina in preda allo scontro tra aristocratici, i Malvizzi, e borghesi e popolani, i Merli, l’autrice colloca la tragica e appassionata storia d’amore tra la giovane Cecilia, figlia del conte Spadafora, e il borghese Alberto Lo Giglio. L’animo romantico della giovane autrice ha così modo di ravvivare, con inserti sentimentali dedicati a questo amore impossibile che incontra continui ostacoli, le pagine riservate agli eventi effettivamente accaduti.
Nel saggio ho dedicato un intero capitolo al romanzo, narrandone la genesi e scendendo nei dettagli della trama. Purtroppo esiste un solo esemplare dell’opera, custodito dalla Biblioteca Fardelliana. Raccontarne il contenuto è stato un modo per preservarne la memoria.
Infine, vorrei soffermarmi sull’appendice fotografica che chiude il volume. Che valore ha avuto per te interrogare quei volti reali e ripercorrere, attraverso i loro tratti, le vicende umane ed esistenziali che intrecciano questa storia?
È stata forse la fase più intima e spiazzante di tutto il mio lavoro. Quando si passa molto tempo negli archivi, immersi tra lettere, documenti e manoscritti, c’è il rischio di trasformare le persone in ‘personaggi’ storici, in pure astrazioni letterarie. Le fotografie rompono questo schema. Interrogare quei volti ha significato restituire carne, respiro e tridimensionalità a una storia.
Dopo aver tanto studiato la vita di Giuseppina, inseguendo le labili tracce del suo passaggio terreno, non posso nascondere che è stata una grandissima emozione conoscerla “di persona”. Scorgere il suo volto da giovane, conoscere Pietro, il figlio Francesco e le nipoti, vederla invecchiare. Le immagini hanno dato, per così dire, concretezza visiva a quanto ero stata in grado di ricostruire.
In un certo senso, i loro tratti fisici sono stati l’ultimo testo che ho dovuto decifrare. Per una scrittrice dimenticata come lei, quell’appendice fotografica non è un semplice abbellimento editoriale, ma un atto di restituzione. È il momento in cui dico al lettore: «questa donna ha vissuto, ha lottato, è stata reale, e queste sono le persone con cui ha condiviso la sua trincea quotidiana». Ripercorrere le loro vicende umane attraverso i ritratti ha trasformato questo saggio da una pura indagine storica a un vero e proprio incontro umano.

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