Il senso della cura oltre l’antropocentrismo

di Giusi D’Urso

Ci sono letture che lasciano il segno attraverso parole che diventano argini. Dentro questi argini col tempo si allineano altre letture, riposizionano concetti, elaborano riflessioni, sostituiscono le certezze con i dubbi.
Nel corso di quest’anno mi sono concentrata soprattutto su letture relative alle reti fra le specie viventi e al ruolo della nostra specie nei processi di cura individuale e ambientale, non solo per interesse formativo e professionale, ma perché credo che questo tipo di argomentazione debba interessare tutti e tutte.

Sono molti i testi  e i podcast a cui attingere relativamente a questi contenuti. Fonti interessantissime dalle quali emerge con chiarezza il concetto di coevoluzione con le altre specie e una visione del mondo che mette in discussione e supera il concetto di antropocentrismo, fino ad arrivare a sottolineare responsabilità, emergenze e buone pratiche. Ecco gli argini all’interno dei quali mi sono posta alcune domande.

Farsi domande è una caratteristica prettamente umana e alcune di queste sono diventate inevitabili: “Cosa significa essere umani” [1]? Quali sconfinamenti e quali limiti, biologici e non, quali bias cognitivi e comportamentali sono caratteristici della nostra specie?

Se le domande sono necessarie, “le risposte uccidono la fecondità delle questioni”, dice Wilfred R. Bion [2]. Tuttavia, bisogna trovare il coraggio di cercarle e di trasformarle in strumenti razionali ed efficaci. Non è facile, lo stiamo vedendo, tendiamo a commettere sempre lo stesso errore: di fronte alle catastrofi ambientali, ad esempio, continuiamo a sperare che tutto rientri nella norma in assenza di interventi decisivi ed efficaci contro le azioni antropiche ai danni del pianeta. La nostra istintiva propensione è dare per scontato che ogni cosa tornerà al suo posto. Gli antropologi ci spiegano che reiterare un’abitudine, una convinzione o un comportamento, è un retaggio evolutivo grazie al quale in tempi assai remoti siamo riusciti a riconoscere per periodi molto lunghi i rischi per la nostra sopravvivenza, imparando ad evitarli e a risolvere situazioni estremamente rischiose. È un paradosso: questo meccanismo, insito nella nostra memoria filogenetica e un tempo evolutivamente vantaggioso, si sta trasformando in un comportamento rischioso in questo nostro tempo in cui sarebbe importante e urgente cambiare sguardo e cognizione nei confronti dei problemi che affliggono il pianeta.

Ci allontaniamo ogni giorno dal concetto di coesistenza e coevoluzione, facendo continuamente un distinguo inutile e dannoso fra noi e ciò che ci circonda, commettendo l’errore ormai millenario, di considerarci una specie eletta, superiore per abilità e intelligenza a tutte le altre, essendolo in realtà solo per presunzione e arroganza. Ciò che continuiamo a chiamare natura, come se fosse cosa altra da noi stessi, esiste da milioni di anni, ci ha visti sin dagli albori della nostra vita terrestre e sopravviverà alla nostra estinzione.

Cosa c’è allora di così prezioso nel porsi domande su dove iniziamo e dove finiamo? Quali dubbi, quali cognizioni potrebbero sottrarci alla dipendenza dalle nostre granitiche abitudini e all’assuefazione al rischio di non avere più una casa (nel senso ecologico del termine)? Non ci sono risposte esaustive, ma per costruire un ragionamento da cui poter partire ho trovato utile il concetto di endobiosi, studiato molti anni fa nel corso di laurea in scienze biologiche, e ripreso oggi attraverso uno sguardo nuovo e più critico, una postura più matura, post-antropocentrica e post-umanistica.
Mi ha aiutata l’idea che “la vita sulla Terra ha una storia così interessante che non ci si può permettere di perdere l’inizio” [3], perché è da lì, proprio dall’inizio di tutto ciò che vive, che si dipana la strategia della coevoluzione di ogni specie vivente con le altre, con ciò che oggi chiamiamo, per abitudine neutra e distratta, “natura”. La nostra esistenza sul pianeta è solo una microscopica parte della storia della vita terrestre. Un esempio illuminante è rappresentato dai microrganismi: “Il mondo microbico ci ha generati miliardi di anni fa, e non ci ha mai lasciati”, scrive Paul Hawken [4], alludendo ai miliardi di microrganismi che abitano il nostro corpo. Come possiamo dunque sostenere convintamente il concetto dualistico di un noi separato da tutto il resto? “Dalla constatazione progressiva dell’effettivo stato delle cose deriva un senso di responsabilità che può divenire schiacciante, per quella specie che non si è limitata a coevolvere col sistema vivente, ma lo ha manipolato a propria immagine e somiglianza” [5] e, aggiungiamo, nel proprio interesse.

Il concetto ormai scientificamente accettato di coevoluzione ci aiuta, dunque, a non fare distinzione fra noi e il resto del mondo vivente: la convivenza e la cooperazione, più che la competizione, fra viventi diversi ci ha condotti fino a qui e ci ha fatti come siamo. Da questo punto di vista, dice Angela Balzano [3], è difficile definire cosa sia un essere umano, poiché non ci si può concepire indipendenti dalla molteplicità di forme viventi che abitano e hanno abitato la Terra. Le stesse cellule eucariotiche ospitano organelli, i mitocondri delle cellule animali e i cloroplasti delle cellule vegetali, i cui antenati sono stati microrganismi in tempi remotissimi. È stato un fenomeno di parassitismo? Ogni essere vivente vive a spese di un altro essere vivente. Allora, immersi in questa ricca e complessa rete di interazioni, come facciamo a segnare un limite netto fra noi e le altre forme di vita? E soprattutto, come possiamo continuare a considerarci speciali, a perpetuare modelli estrattivi e politiche di sviluppo insostenibile?

Questo sguardo che va oltre l’idea di specie superiore ci mette finalmente in discussione, ci toglie lo scettro dalle mani , ci scalza dalla posizione apicale del sistema vivente. Siamo la specie che a un certo punto della storia si è autodefinita sapiens (Linneo, Systema Naturae, decima edizione, 1758), ma di quale sapienza parliamo, se stiamo mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza? Non siamo eterni né autosufficienti: la nostra esistenza è limitata nel tempo come quelle delle altre specie viventi e dipende da catene e reti alimentari vaste e complesse.

Volendo fare questo ragionamento per una strada diversa, basterebbe seguire le vie del carbonio, elemento capace di costruire dalle catene semplici degli alcani alle strutture complesse delle barriere coralline e di avere una sua memoria. Seguendo le strade del carbonio nel fluire della vita attraversiamo il regno delle piante, degli animali, degli insetti, dei funghi, del suolo e del cibo per approdare all’anidride carbonica liberata nell’atmosfera dall’attività biologica, e ritenuta il più temibile dei composti nell’ambito della crisi climatica. Il carbonio entra ed esce dall’atmosfera da miliardi di anni, ma nell’ultimo secolo la velocità con cui lo fa è aumentata vertiginosamente a causa delle attività antropiche che, nel giro di pochi secoli, hanno bruciato dieci milioni di anni di carbonio fossile. Lo sappiamo da diversi decenni. E non ci sono molti alibi all’inazione, se non quello, ormai incongruo e inaccettabile, della crescita economica priva di attenzione al suo impatto sulle risorse planetarie. “I giovani, ultimi arrivati sul pianeta, trovano sbalorditivo che le generazioni precedenti abbiano compreso il pericolo dell’aumento dei livelli di gas serra ma non abbiano fatto nulla per fermarlo” [6].

In qualsiasi verso ci accingiamo a percorrere la storia della nostra permanenza sulla Terra e le sue conseguenze, finiremo sempre per approdare a quella consapevolezza di cui si accennava prima, e alla sua conseguenza naturale che è il senso di responsabilità. Ecco, allora, la domanda immediatamente successiva: cosa farcene?

In questo tempo così faticoso in cui il dibattito politico mondiale si allontana sempre più dalle politiche sanitarie e ambientaliste realmente efficaci [7] , per indirizzarsi quasi esclusivamente verso quelle relative alla sicurezza da un fantomatico invasore, emerge e ci rassicura un concetto, anzi un movimento, che deve rappresentare la nostra nuova bussola: quello di One Health. Non si tratta di un pensiero recente, l’espressione è stata coniata più di vent’anni fa dal veterinario statunitense William B. Karesh per spiegare la necessità di affrontare il tema della salute umana in relazione a quella dell’ambiente in cui vive. Ma di certo è un’espressione molto efficace che mette d’accordo climatologi, biologi, psichiatri, sociologi, botanici e tutti gli studiosi e gli intellettuali che hanno a cuore la salute dei viventi e del pianeta. Questo modo di osservare ciò che ci sta accadendo indica un futuro ancora più consapevole, comprensivo di un’attenzione alla rete fra specie viventi e non (arte, architettura, materia inorganica). Compie quindi un passo in avanti e allarga la disamina a figure e contesti che possono apportare contributi sostanziali alla ricerca di strategie e soluzioni.

Accanto all’espressione One Health è necessario allora porne un’altra: One Care. “Non c’è salvezza per noi (né equilibrio, né prosperità) senza salvezza di ciò che a noi vive attorno (ma anche, con sguardo non antropocentrico, di ciò attorno a cui noi viviamo). Il futuro, vale per le relazioni tra persone e tra discipline, non può essere pensato entro confini autoreferenziali” [8].

Nell’ambito della cura, oggi le scienze omiche e la medicina delle reti rappresentano la frontiera più promettente per comprendere la complessità delle reti biologiche in fisiologia e in patologia. Si tratta di una prospettiva biomedica nuova, basata sulla relazione sinergica tra dati e reti, che si avvale di tecnologie capaci di identificare e quantificare le componenti biologiche su scale senza precedenti [9]. Le piattaforme omiche, la medicina e la biologia delle reti e dei sistemi ci offrono una visione chiara degli scenari del nostro tempo basata sul fatto che tutti gli esseri viventi condividono lo stesso linguaggio: il codice genetico. L’obiettivo di questo nuovo modo di pensare la cura (non solo umana) è quello di comprendere e tutelare la biodiversità, valutare lo stato di salute, l’impatto di interventi esterni e la capacità di adattamento, sia a livello individuale che ecosistemico, studiano in modo olistico e simultaneo grandi insiemi di molecole biologiche (come geni, RNA, proteine e metaboliti).

Attraverso questa lente e concentrandoci sulla parola “impatto”, consapevoli che da troppo tempo la crescita ha assunto tratti insostenibili, è possibile cogliere e auspicare un nuovo concetto di crescita sostenibile, che abbia al suo interno la valutazione dell’impatto di ogni intervento antropico. Questo modo di vedere “introduce nel linguaggio dell’economia e della finanza la cura del pianeta, del creato, degli altri, delle relazioni, della salute e del benessere. E fa crescere investimenti a tre dimensioni, che intenzionalmente colleghino il rischio e soprattutto il rendimento alla risoluzione dei problemi ambientali e sociali del nostro tempo” [10].

Lettura dopo lettura, le domande non si esauriscono, ed è bene che non lo facciano mai. Al contrario, è importante alimentarle insieme alla fiducia sulla progressiva consapevolezza e sul senso di responsabilità che ne derivano. Insieme alla prospettiva di trasformare la pretesa tutta umana di superiorità in un esercizio di umiltà che ci metta in condizione di superare la frammentazione delle competenze e di proporre modelli preventivi e produttivi in grado di salvaguardare la complessità dei contesti in cui viviamo.

 

[1] Vittorio Gallese, Ugo Morelli, Cosa significa essere umani?, Raffaello Cortina Editore, 2024.

[2] In Gallese e Morelli, pag. 107.

[3] Lynn Margulin, Dorion Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di coevoluzione. A cura di angela Balzano. Traduzione di Lucia Maldacea. Mimesis, 2025.

[4] Paul Hawken, Carbonio. L’elemento misterioso della vita. Traduzione di Maurizio Riccucci. Aboca, 2025.

[5]  In Gallese e Morelli , pag. 116.

[6] In Paul Hawken, pag. 25

[7] Per l’Italia la situazione è ancora più preoccupante per il progressivo smantellamento delle politiche ambientali faticosamente avviate con i governi di centrosinistra, accompagnato da una vera e propria offensiva negazionista e “antiambientalista” senza precedenti (NdA).

[8] Vittorio Lingiardi, Isabella Saggio (a cura di), One Health,. Il Saggiatore, 2025.

[9] J. Loscalzo, A.L. Barabasi, E.K. Silverman. Traduzione di Lara Rossi. La medicina delle reti. Aboca, 2020.

[10] In Vittorio Lingiardi, Isabella Saggio, pag. 121.

Immagini tratte dal sito Biodiversity Heritage Library

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