17 Set Libri da abbracciare. La Dean’s Rag Book Company raccontata dal collezionista Fabrizio Mugnaini
di Ivana Margarese
All’inizio del Novecento, con l’invenzione dei Rag Books — i libri di pezza in cotone e lino progettati con ago e filo — la lettura ha superato i confini della carta per trasformarsi in un’esperienza tattile e sensoriale. Unire il mondo della parola a quello del gioco ha permesso a questi oggetti di essere manipolati, lavati, abbracciati e persino sgranocchiati, inaugurando una nuova stagione. Nata a Londra nel 1903 con la celebre Dean’s Rag Book Company, questa intuizione si è diffusa rapidamente nel mondo anglosassone prima di ispirare produzioni artigianali in tutta Europa. Caratterizzati da colori vivaci, illustrazioni essenziali e texture studiate per stimolare la motricità fine, i libri di stoffa hanno tracciato una strada che attraversa tutto il Novecento fino a giungere ai giorni nostri. Oggi la loro eredità vive nelle pedagogie sensoriali come il metodo Montessori e nei progetti d’editoria inclusiva e terapeutica pensati per l’accessibilità. In questi giorni una mostra a Pistoia alla Biblioteca San Giorgio, che si deve alla disponibilità del collezionista Fabrizio Mugnaini, offre un viaggio affascinante tra esemplari storici e reinterpreta il valore simbolico di questi manufatti. Ho dialogato con Fabrizio Mugnaini della mostra pistoiese e della meravigliosa scoperta che rappresentano i libri di stoffa.

Ti chiedo subito di parlarmi della mostra I Dean’s Rag Books, libri da abbracciare, in corso a Pistoia. Da cosa nasce questa collezione? C’è un legame specifico con la città?
La mostra I Dean’s Rag Books, libri da abbracciare, nasce innanzitutto dalla mia collezione e da una passione che, come spesso mi accade, è nata quasi per caso, attraverso la ricerca bibliografica. In questo caso il punto di partenza è stato proprio il mio interesse per Luigi Bartolini: cercando nei cataloghi antiquari mi sono imbattuto nella descrizione di un libro che mi colpì immediatamente. Era un piccolo libro orizzontale di stoffa, con i bordi cuciti e ormai sfrangiati, il dorso di cotone rosso in parte staccato, le cuciture consumate, ma con i colori ancora sorprendentemente vivi. Non avevo ancora il libro tra le mani e già quella descrizione mi aveva incuriosito.
Da lì è iniziata una ricerca che negli anni mi ha portato a raccogliere circa ottanta Dean’s Rag Books, cercando di documentarne non soltanto gli aspetti collezionistici, ma anche la storia editoriale, le caratteristiche materiali e la loro evoluzione. Il titolo libri da abbracciare nasce proprio dalla loro natura: sono libri pensati per essere toccati, manipolati, stretti, piegati e persino lavati. È una concezione del libro molto diversa da quella alla quale siamo abituati, e forse proprio per questo oggi mi sembra particolarmente attuale. Con Pistoia non ho un legame personale specifico, ma è una città che nel corso degli anni ho frequentato molto per ragioni culturali. È vicina a Firenze e vi sono passato spesso seguendo persone, libri e progetti che hanno avuto un significato per me: penso a Piero Bigongiari, a Manzini, a Fabrizio Zollo e alle edizioni Via del Vento, a Carifi. Con la Biblioteca San Giorgio avevamo inizialmente pensato a un altro progetto, dedicato alle mie plaquette con testi inediti di poeti contemporanei e incisioni originali. Poi, parlando con le bibliotecarie, abbiamo deciso di dare precedenza ai Dean’s Rag Books, una mostra alla quale tengo particolarmente. L’altro progetto non è stato abbandonato: semplicemente lo realizzeremo più avanti. In questo senso Pistoia è diventata il luogo in cui ho potuto finalmente raccontare una parte importante della mia collezione che finora era rimasta soprattutto nelle mie scatole e nei miei scaffali.
La casa editrice inglese Dean’s Rag Book Company, agli inizi del Novecento, scommette su un’idea di libro da toccare, stringere, piegare, persino lavare: un libro che non chiede al bambino di stare attento, ma che è costruito per stare interamente nelle sue mani. In un mondo sempre più digitalizzato, mi pare interessante riflettere con te su questo aspetto aptico della relazione con l’oggetto-libro.
Credo che sia proprio questo uno degli aspetti più sorprendenti dei Dean’s Rag Books. Sono libri che sembrano quasi anticipare una concezione molto contemporanea dell’oggetto-libro: non chiedono al bambino di avere cura del libro, ma sono progettati per essere usati dal bambino. Si possono toccare, stringere, piegare, portare con sé e, quando necessario, lavare. La stoffa non è semplicemente un materiale alternativo alla carta: cambia completamente il rapporto fisico con il libro.
Un bambino può tenerlo tra le mani, accarezzarlo, manipolarlo. È un oggetto che entra nella sua esperienza corporea prima ancora che nella sua esperienza di lettura. Ed è forse questo che mi ha affascinato maggiormente: il libro non è soltanto qualcosa da guardare e leggere, ma qualcosa con cui stabilire una relazione fisica. Oggi parliamo continuamente di libri digitali, di schermi e di nuove forme di lettura. I Dean’s Rag Books ci ricordano invece che il libro è anche un oggetto, con un peso, una consistenza, un odore, una superficie. E nel caso di questi libri questa dimensione materiale non è accidentale: è parte del progetto editoriale.
Per questo mi piace definirli “libri da abbracciare”. Non è soltanto un titolo della mostra: è, in qualche modo, la loro ragione d’essere.
La resa cromatica e il tratto dell’illustrazione sulla stoffa obbediscono a regole diverse rispetto alla carta. C’è un aspetto grafico o formale di questi Rag Books che ti ha particolarmente sorpreso durante il lavoro di cura della mostra?
Una delle cose che mi ha sorpreso maggiormente è proprio il modo in cui le immagini cambiano passando dalla carta alla stoffa. La stoffa assorbe il colore e allo stesso tempo lo rende diverso: i contorni possono risultare meno netti, le superfici acquistano una particolare morbidezza e l’immagine sembra quasi diventare parte del tessuto. Non c’è quella separazione così precisa tra supporto e illustrazione che normalmente troviamo sulla carta. Anche il tempo interviene in maniera particolare. Una pagina di carta può ingiallire, macchiarsi, strapparsi; nei Rag Books il consumo passa anche attraverso le cuciture, gli orli, il dorso, le pieghe. Sono libri nei quali l’uso lascia una traccia visibile sul corpo stesso dell’oggetto.
E poi c’è il colore. Alcune tavole conservano ancora oggi una vivacità straordinaria. Una delle immagini che amo maggiormente è quella con il bambino e il pappagallo, con quei colori morbidi contrapposti al rosso intenso dello sfondo. È un’immagine che mi ha sempre colpito proprio per la sua forza cromatica.
Durante il lavoro sulla mostra mi sono reso conto ancora una volta che questi libri devono essere osservati non soltanto come testimonianze dell’editoria per l’infanzia, ma anche come veri oggetti grafici e illustrativi.
In Infanzia berlinese, Walter Benjamin scrive: «La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’e per ognuno. Solo pochi però riescono a ricordarsi il desiderio che hanno espresso; così, nel corso della loro vita, solo pochi si accorgono che si è realizzato». Nella tua esperienza, c’è un rapporto tra la letteratura per l’infanzia e i desideri?
Credo che il rapporto sia molto forte. La letteratura per l’infanzia nasce, almeno in parte, dalla capacità di dare una forma ai desideri: desiderio di conoscere, di viaggiare, di incontrare animali e personaggi fantastici, di entrare in mondi che nella realtà non sono ancora accessibili.
La frase di Benjamin mi fa pensare proprio a questo. Un bambino forse non sa ancora formulare con precisione ciò che desidera, ma può riconoscerlo in una storia, in un’immagine, in un personaggio. Anche i Dean’s Rag Books, a loro modo, appartengono a questa dimensione. Sono libri semplici, spesso costruiti intorno ad animali, bambini, filastrocche, alfabeti, piccoli episodi della vita quotidiana. Ma attraverso quelle immagini offrono al bambino la possibilità di entrare in un mondo più grande del proprio.
E forse c’è anche un altro tipo di desiderio: quello di possedere il libro. Questi libri sono fatti per essere tenuti, toccati, portati con sé. Non sono soltanto strumenti attraverso i quali il bambino incontra una storia: diventano essi stessi qualcosa da desiderare e da conservare nella memoria.
Nel mio caso, poi, il desiderio ha avuto una direzione curiosamente inversa. Io quei libri li ho incontrati da adulto, nei cataloghi antiquari, e da allora ho cominciato a cercarli. In un certo senso continuo ancora oggi a inseguire quel desiderio iniziale.
Lavorare con manufatti tessili pone sfide particolari. Com’è stato il lavoro di recupero, conservazione e allestimento di oggetti così fragili e al tempo stesso così robusti?
È una delle contraddizioni più interessanti del progetto. I Dean’s Rag Books sono oggetti fragili, ma contemporaneamente sono stati concepiti per resistere all’uso. Sono nati per essere manipolati dai bambini e oggi noi li guardiamo come oggetti da conservare.
Il lavoro di recupero e di conservazione richiede quindi molta attenzione. Bisogna rispettare i segni del tempo senza confonderli con i danni da correggere. Una cucitura consumata, un bordo sfrangiato o una piccola perdita di colore raccontano la storia dell’oggetto e non devono necessariamente essere cancellati. C’è anche un aspetto che mi ha particolarmente incuriosito durante le mie ricerche: l’uso dell’albume d’uovo per contribuire a evitare che la stoffa si sfrangiasse. Non si tratta di una particolare invenzione legata alla mia collezione, ma di una conoscenza pratica già esistente e utilizzata in passato. È un piccolo esempio di come, per conservare questi libri, fosse necessario conoscere anche antiche tecniche legate ai materiali tessili.
L’allestimento pone poi un problema ulteriore: come mostrare oggetti nati per essere toccati senza distruggerne la possibilità di essere percepiti? Da qui è nata anche l’idea di affiancare agli originali alcuni materiali che possano essere toccati, in particolare pensando a un percorso senza barriere per le persone non vedenti. Naturalmente gli originali devono essere protetti e l’esperienza tattile deve essere controllata, ma mi sembrerebbe una contraddizione esporre un libro nato per essere toccato e raccontarlo soltanto attraverso una vetrina.

Hai in progetto di far girare la mostra anche in altre città?
Sì, mi piacerebbe molto che la mostra potesse viaggiare. Pistoia per me è soprattutto un punto di partenza. Credo che i Dean’s Rag Books possano dialogare con biblioteche, musei, istituzioni dedicate all’infanzia, all’illustrazione e alla storia del libro. Ma non vorrei semplicemente spostare le stesse vetrine da una città all’altra. Mi piacerebbe che ogni eventuale nuova sede potesse diventare l’occasione per costruire qualcosa di nuovo intorno alla collezione, coinvolgendo studiosi, bibliotecari, illustratori, educatori e magari anche altre raccolte.
Per me, inoltre, una mostra non può esaurirsi nell’allestimento. Se dovesse proseguire in altre città, vorrei che avesse sempre un supporto stampato: almeno un pieghevole o un piccolo catalogo, possibilmente una pubblicazione più articolata. Credo che una mostra dedicata alla storia del libro debba lasciare anche qualcosa che possa essere consultato, studiato e conservato.
E mi piacerebbe molto che il percorso potesse diventare progressivamente più accessibile, anche attraverso materiali tattili e, quando sarà possibile, strumenti specificamente pensati per le persone non vedenti.
Quindi sì, spero che Pistoia non sia la conclusione, ma l’inizio di un viaggio.


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