Tempo Frattale. In dialogo con Antonia Santopietro

A cura di Francesca Grispello

 

Talvolta non si cercano risposte, ma luoghi dove restare. Il tempo frattale di Antonia Santopietro (Les Flâneurs Edizioni, 2026), la sua nuova raccolta poetica, è un’opera che si pone al confine tra paesaggio esteriore e geografia interiore.
Fondatrice di ZEST Letteratura sostenibile — un ecosistema di riflessione e conversazione dedicato all’immaginario ecologico contemporaneo e alla complessità — Santopietro porta nella poesia la stessa urgenza di dialogo profondo con il vivente. Attraverso una scrittura che è al contempo corpo-paesaggio e mindscape, l’autrice esplora le fragilità dell’umano, il legame simpoietico con la natura e un tempo che si frantuma e si ricompone nel quotidiano, trasformando la pagina in uno spazio di sosta e di autentica connessione con il mondo.

Antonia, si definisce una “scrittrice ferma”. In un mondo che prega il Dio della velocità e della produttività, la sua lentezza appare come un atto sovversivo, un sabotaggio dichiarato. La sua stasi è una postura politica consapevole o è la rassegnazione lucida di chi ha capito che muoversi troppo serve solo a confondere le acque?

Non so se è una scelta. La “fermezza”, a ben riflettere, ha a che fare con una sottrazione più che con una dichiarazione: sottrarsi a una routine travestita da urgenza che oggi regola quasi ogni gesto, ogni scelta. Anche il mio rapporto con i social, negli ultimi tempi, è cambiato. Li uso sempre meno come luoghi in cui essere continuamente presente e sempre più come luoghi da osservare. Guardo, raccolgo informazioni, intercetto qualcosa che mi interessa, poi scelgo. Ho bisogno di sfoltire molto: non tutto, a mio avviso, merita una risposta, una presa di posizione, una partecipazione immediata. Ci sono conversazioni alle quali invece vale la pena partecipare, quando sento che possono aprire davvero un dialogo. È una forma di sottrazione, ma non necessariamente di rinuncia. Forse è una sottrazione additiva: togliere qualcosa per poter essere più presente dove scelgo di esserlo. Anche questo, per me, ha a che fare con la scrittura.
Mi interessa l’idea che la lentezza non sia un difetto del ritmo, ma un altro modo di pensare il tempo, qualcosa che lo frattura, lo rende meno lineare, più poroso. Forse scrivo anche per questo. Le parole della poesia, almeno per me, nascono spesso da una forma di attenzione molto rapida: un lampo, un’immagine, qualcosa che improvvisamente chiede di essere visto. È quasi un paradosso: una scrittura che richiede tempo può nascere da un istante brevissimo di attenzione.
Non penso però che la lentezza sia di per sé una virtù. Mi interessa quando apre uno spazio in cui qualcosa può essere percepito diversamente, quando permette a quel lampo di non esaurirsi subito. Un tempo fratto.
Come un frattale.

In Il tempo frattale il paesaggio non è sfondo, ma estensione della psiche, un mindscape. Come nasce in lei l’esigenza di far coincidere le geografie della terra con quelle, spesso ben più accidentate, della mente?

La separazione netta tra interno ed esterno, a mio avviso, è una distinzione che regge a livello teorico, ma nella percezione quotidiana si incrina continuamente. È molto labile.
Quando penso al paesaggio non penso a uno scenario, ma a qualcosa di concreto, con una geografia e dei confini, che finisce però per avere a che fare con chi siamo. C’è una tradizione di studi che attraversa questo modo di sentire: Denis Cosgrove, per esempio, ha mostrato come il paesaggio sia anche una costruzione culturale dello sguardo, non soltanto qualcosa che esiste davanti a noi. Ma per me questa riflessione nasce anche da un’esperienza molto fisica. Per vivere bene, per avere una percezione di equilibrio, ho bisogno di poter estendere lo sguardo verso le montagne, oltre il Lago Maggiore, dove vivo. Quell’ampiezza traduce per me una sensazione di possibilità, di territori ancora da attraversare.
A volte, però, crea anche angoscia. Gli
sterminati orizzonti, soprattutto in un’età matura, assomigliano sempre più al rimpianto che all’esplorazione che ci attende. E questa, forse, è una metafora abbastanza precisa della vita: il paesaggio che guardiamo cambia perché cambiamo noi.

Fibrosa e distesa, come te,

ho girato intorno ai giorni,

ai cerchi della tua età,

ai nervi del tuo corpo

che si riflettono sulla mia spina.

 

Il titolo della raccolta suggerisce un tempo germinativo, ma ripetuto. In che modo il tempo si frantuma e si riallinea nella sua visione, e che ruolo gioca la poesia nel dare ordine — o nel dare senso — a questo frammentarsi costante della vita e del dolore?

Il riferimento al frattale mi aiuta a esprimere il rapporto con il tempo di cui ho detto; ogni frammento contiene una forma, ma deformata, come se la totalità potesse esistere soltanto in una versione instabile ma sistemica.
Questa idea mi interessa perché mi sembra molto vicina all’esperienza concreta. Torniamo negli stessi luoghi, ripensiamo alle stesse persone, attraversiamo emozioni che crediamo di conoscere, ma ogni volta qualcosa è cambiato. Nei
Four Quartets, Eliot torna più volte sul rapporto tra tempo, ritorno e conoscenza. E in La nuova alleanza, di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, ho incontrato una riflessione sui sistemi lontani dall’equilibrio che mi ha interessata molto, anche per il modo in cui Calvino ha letto questa idea in rapporto alla letteratura: la possibilità che da una condizione instabile possa emergere una forma, non definitiva, ma viva.
Sono mie letture recenti che girano intorno agli stessi interrogativi.
La poesia, però, non risolve nulla. Non credo debba metterci in ordine la vita. Può dare una forma temporanea a ciò che ordine non ha, permettendoci di starci dentro per un momento. A volte, in tutta onestà, è una pessima amica, perché scava troppo, conosce troppo di te, ti forza in zone interiori che altrimenti non ameresti esplorare e poi ti lascia anche molto sola. Non consola affatto.

 

La sua scrittura vive di un rapporto di kinship con il mondo non umano. In un’epoca segnata dall’Antropocene, ritiene che la poesia abbia il compito di ridefinire il nostro modo di “accudire” il vivente? E dove si posiziona, nella sua poetica, la frizione tra la bellezza della cura e l’inevitabile scarto di ciò che non riusciamo a trattenere?

Mi allontano spesso da una logica funzionale della poesia, però è vero che la poesia può modificare il modo in cui percepiamo le relazioni tra le forme del vivente, e questo non è poco. Ma bisogna leggerne tanto e spesso, farne quasi un’abitudine quotidiana, di generi diversi, senza una preferenza precisa. Mi sono accorta che accade spesso che la forza e il significato delle parole della poesia arrivino inaspettatamente. Ho, per questo, sempre libri di poesia intorno a me.
Venendo al concetto di Antropocene, oggi userei più volentieri l’espressione “complessità del presente”. Il mio interesse per il rapporto tra l’umano e ciò che umano non è, dai mondi naturali alle tecnologie che stiamo costruendo, non nasce soltanto da una riflessione teorica sull’ecologia. Fa parte del mio modo di guardare il mondo e, negli anni, è diventato anche un impegno culturale e divulgativo concreto. Con ZEST Letteratura sostenibile cerco di interrogarmi proprio sul rapporto tra cultura, letteratura ed ecosistemi, partendo dall’idea che anche il modo in cui raccontiamo il mondo abbia delle conseguenze sul modo in cui lo abitiamo.
La letteratura non può salvare un ecosistema, naturalmente. Può però cambiare una percezione. Può insegnarci a vedere una relazione dove prima vedevamo soltanto un oggetto, un luogo, una risorsa. Ed è forse questo il punto di contatto più forte tra il mio lavoro sulla sostenibilità e la poesia.
L’idea di rete, in senso sistemico, come ci racconta Fritjof Capra nel
Web of Life, ci obbliga a uscire dall’immagine dell’individuo isolato e a riconoscerci dentro una trama di relazioni.
È una trama che non è mai del tutto armonica: è attraversata da rotture, perdite, dislivelli. La cura stessa è incompleta, esposta a ciò che eccede e a ciò che non possiamo trattenere. La poesia può stare anche lì, in quella zona di attrito, senza avere necessariamente la pretesa di risolverla.

Nel libro dialogano costantemente il peso del quotidiano e un vuoto che preme per espandersi. La sua scrittura è un tentativo di colmare quel vuoto, trasformandolo in una casa abitabile, o è la confessione che il vuoto è l’unica cosa vera, e che tutto il resto — gesti, terra, memoria — è solo rumore di fondo?
Il vuoto, per come lo sento io, si manifesta proprio dentro il quotidiano. Può affiorare in una giornata qualsiasi, mentre si lavora, si cammina, si guarda un paesaggio, si prepara da mangiare. A volte è fonte di ansia, altre volte è uno spazio necessario, perché permette di accorgersi di ciò che altrimenti passerebbe inosservato.
Forse abbiamo una sorta di
horror vacui: una tendenza a riempire subito gli spazi che si aprono, con oggetti, parole, attività, relazioni, immagini. La scrittura, invece, mi interessa anche quando lascia uno spazio non riempito, quando non cerca immediatamente una soluzione.
Mi interessa vedere cosa succede quando il vuoto entra in contatto con le cose concrete della vita: un corpo, un gesto, un oggetto, un luogo, una memoria. Per questo nei miei testi il quotidiano ha un peso importante. Non è uno sfondo, ma il luogo in cui le cose accadono e in cui anche il vuoto prende forma. La poesia, allora, non serve tanto a colmare quanto a dare attenzione. A volte basta questo: fermarsi davanti a qualcosa, anche a ciò che manca, e trovare un modo per starci dentro senza doverlo risolvere.
E del resto, della contraddizione aveva già parlato Walt Whitman, in modo infinitamente più grande e compiuto di quanto possa fare io. Mi accosto a quelle parole senza la pretesa di aggiungere qualcosa, ma piuttosto per sentire, ancora una volta, la loro grandezza.

 

Immaginiamo di togliere il libro, la carta, il rumore del mondo. Se potesse distillare Il tempo frattale in una singola, scomoda verità che non ha ancora avuto il coraggio di scrivere in un verso, quale sarebbe la crepa che ci inviterebbe a guardare insieme?
Che comprendere qualcosa non coincide con il suo mutamento. E che la trasparenza del pensiero non garantisce alcuna trasformazione del reale: le cose possono restare intatte anche quando diventano perfettamente dicibili.
Forse la crepa è proprio questa: sapere non significa necessariamente riuscire a cambiare. E vale per il mondo, per le relazioni, per noi stessi.

DOMANDE DI LAMPO

Una casa: casa di montagna con spazio esterno e travi in legno

Un colore: bianco

Un pasto: pane, pomodoro, olio e sale

Un libro: Delitto e castigo

Un brano musicale: Experience, Ludovico Einaudi

Un nome: Antonia

Un profumo/odore: salsedine

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