Fare le filosofe. Donne e insegnamento della filosofia in Italia

di Ivana Margarese

 

Fare le filosofe. Donne e insegnamento della filosofia in Italia (Vita Activa Nuova, 2026), a cura di Anna Calligaris e Liviana Gazzetta, offre un’occasione per riflettere sugli intricati percorsi della formazione femminile e dell’inserimento delle donne nel ruolo di docenti nella scuola secondaria di secondo grado, con un’attenzione particolare all’insegnamento della filosofia, e ha il merito di aggiungere un tassello a quella che per lungo tempo è stata una lacuna storica e culturale.

La raccolta di saggi, con la prefazione di Raffaella Sarti, già Presidente della Società Italiana delle Storiche (SIS), e di Marina Sbisà, già Presidente della Società italiana per le Donne in Filosofia (SWIP Italia), ha origine dal Convegno Professoresse di filosofia: i primi cento anni (1922-2022), organizzato dalle due Società nell’aprile 2022, nella ricorrenza dei cent’anni dalla prima donna docente di ruolo di filosofia nella scuola italiana.

Emblematica è la data del 30 settembre 1922, quando l’allora ministro dell’Istruzione del Regno d’Italia Antonino Anile, firmò i decreti che concludevano un concorso a cattedra nelle scuole medie di secondo grado: il primo aperto alle donne in condizione di sostanziale parità con gli uomini. Il concorso era stato reso possibile dalla legge 17 luglio 1919, n. 1176, nota come Legge Sacchi, che aveva abolito l’autorizzazione maritale e ammesso le donne «a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici». La Legge Sacchi, tuttavia, non aveva di certo risolto i conflitti tra favorevoli e contrari al riconoscimento di nuovi diritti alle donne, e queste tensioni avevano influenzato l’iter del concorso, più volte rimandato.

Il volume approfondisce con diversi contributi la difficile storia dell’emancipazione femminile in un ambito tradizionalmente considerato di competenza maschile, tanto più che in epoca fascista Giovanni Gentile aveva più volte espresso la convinzione che l’insegnamento della filosofia, proprio per il suo carattere formativo, fosse inadatto alle donne. Per Gentile «le forze superiori, intellettuali e morali dell’umanità», e con esse la filosofia, sono appannaggio dei soli uomini, mentre le donne restano relegate per loro natura ai compiti di cura cui questa le ha destinate: al massimo saranno in grado di insegnare materie che non richiedono ciò che Gentile chiama «originalità animosa del pensiero» e «ferrea vigoria spirituale», cioè materie settoriali, specifiche, come quelle scientifiche delle scuole inferiori (Giovanni Gentile, Lettera aperta al Ministro della P.I, on. Berenini, in «Il Resto del Carlino», 4 maggio 1918, in Id., Il problema scolastico del dopoguerra, Ricciardi, Napoli 1920, pp. 7-21).

Nel testo si susseguono percorsi biografici di donne che hanno testimoniato con passione, professionalità e talvolta con sguardo innovativo la pratica del filosofare con gli studenti e le studentesse nei licei e nelle Università, non trascurando di sottolineare la fatica del loro prendere parola e avere legittimata la loro autorevolezza. A conclusione il contributo lucido e interessante di Adriana Cavarero, da cui prendo spunto per adoperare il metodo di lavoro che la filosofa suggerisce per far fiorire il pensiero fuori da quella tradizione asfittica che ha fatto delle donne, fin quasi al Novecento, le grandi assenti della storia filosofica. Il metodo propone di “rubare” figure al corpus filosofico per dare loro nuove narrazioni e forme. Nel caso di Platone, ad esempio, il corpus filosofico presenta figure femminili come Diotima, la servetta di Tracia, Penelope e altre che possono essere risignificate, ricontestualizzate e valorizzate in un discorso al femminile.

In Nonostante Platone, Cavarero sovverte la lettura della servetta di Tracia come un’ingenua e sciocca ragazza che ride del fatto che, contemplando le stelle, Talete cade in un pozzo: ricontestualizza quel riso in un’ottica di valorizzazione femminile, facendone il riso per l’astrazione, per chi ha la testa in cielo e non comprende di essere soggetto incarnato, sessuato, e così via.

Da qui in avanti, provo a seguire io stessa questo metodo. Il gesto del furto — così lo chiama Cavarero — è un’operazione feconda, capace di scatenare un immaginario diverso in cui il personaggio femminile non è più in condizione di inferiorità, anzi. Diventa un filo di una tela più grande, il cui tessuto è un ordine simbolico femminile fondato sul partire da sé e sulla relazione fra donne — un ordine che si muove anche sul terreno dell’immaginazione, da sempre alleata generativa del pensiero, il quale non può essere mera ripetizione di concetti espressi da altri, ma movimento sorgivo.

Il metodo del furto e la ricchezza di contenuti filosofici presente anche in letteratura, mi consentono un recupero della figura di Nausicaa: giovanissima donna colma di curiosità e stupore, e al contempo di determinazione. La figlia di Alcinoo, principessa dei Feaci, dice a Odisseo con grande fierezza, congedandosi da lui prima che riparta: “Sii felice, straniero, e quando sarai nella tua terra ricordati di me, perché a me per prima devi la vita”.

La delicatezza e la determinazione di Nausicaa potrebbero essere associate a quelle di alcune nostre  nostre giovanissime studentesse, tenendo a mente  il lavoro da fare in classe con le nuove generazioni — di donne come di uomini — affinché ricevano l’incoraggiamento al pensiero costruttivo e generativo: perché la loro intelligenza e la loro passione non si spengano, e non restino prigioniere di un’educazione a ripetere la tradizione e i testi, ma siano incoraggiate a filosofare e a scegliere liberamente, confrontandosi con le altre e gli altri che di questo mondo, insieme a noi, fanno parte

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