23 Lug In Abruzzo con Natalia Ginzburg. Storia di case, strade e desideri. In dialogo con Annalisa De Simone
di Gianna Cannì e Ivana Margarese
Quando Natalia Ginzburg arriva in Abruzzo, la sera del 13 ottobre del 1940, non sa ancora che quei luoghi diventeranno soglia decisiva della sua vita e della scrittura. Il confino a Pizzoli, la montagna, i piccoli villaggi e le loro strade rappresentano una terra di passaggio in cui Ginzburg troverà la sua poetica. Di questo periodo ci racconta nel libro In Abruzzo con Natalia Ginzburg. Storia di case, strade e desideri ( Giulio Perrone Editore) Annalisa De Simone, con cui abbiamo dialogato per Morel.

Gianna: In apertura del volume scrivi: “Provo ad accordare il mio sguardo al suo” e “Quante volte, da bambina, ho corso lungo gli stessi sentieri, rabbrividita dalla strina aquilana con le scarpe insudiciate di fango e le mani arrossate dentro le tasche. Una piazza, la fontana, gli orti, i declivi e le pecore. Tutto è nitido nella memoria, identico a quanto deve osservare anche lei. E tuttavia, le donne ai suoi tempi indossano scialli di lana e passano e ripassano, in groppa agli asini, per le strade tra le vigne e i pascoli…”. Nella ricostruzione della presenza di Natalia Ginzburg in Abruzzo e dell’Abruzzo nell’opera di Natalia, c’è una oscillazione molto feconda tra il suo Abruzzo e il tuo. Allora ti chiedo del tuo metodo di lavoro: come ha agito, questo scarto, questo doppio movimento da un lato di sovrapporre il tuo sguardo al suo, ricostruendo empaticamente anche quello che non è detto in modo esplicito nelle pagine della scrittrice, e dall’altro di fare emergere la tua “memoria amorosa”.
Come scrive Natalia Ginzburg nell’introduzione di Cinque romanzi brevi e altri racconti, la memoria non solo è amorosa, ma “sempre appassionata e imperiosa”. Ecco, c’è un che di imperioso e dispotico nel modo in cui i ricordi riaffiorano nella mente: ti portano dove vogliono loro, scelgono alcuni frammenti di vita e non altri, li trasfigurano. Mentre scrivevo di Ginzburg in Abruzzo, i ricordi della mia infanzia sulle strade dei paesi arroccati sulla montagna, e in mezzo campi, si sono sovrapposti all’immagine di lei con i suoi figli lungo quegli stessi sentieri. Mi è parso così di stare anch’io tra loro, in un tempo impossibile, nei luoghi del mio passato.
Ivana: Natalia Ginzburg arriva in Abruzzo nell’ottobre del 1940 e naturalmente in quel momento non sa che gli anni in Abruzzo saranno gli ultimi al fianco di suo marito. Le manca la città, Torino. Allo stesso tempo a distanza di anni riconoscerà di aver vissuto felice nei luoghi abruzzesi: “Perché non è vero che la noia esclude la felicità. Esse possono sussistere insieme e unirsi in un viluppo inestricabile”.
Mi pare si possa immaginare una convergenza tra l’Abruzzo come spazio di una felicità fatta di piccole cose inapparenti e lo stesso sentimento amoroso che, scopriamo nel tempo, più che di grandi promesse ha bisogno di pratiche. Scrive la stessa Ginzburg ne Le piccole virtù: “Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta […] Siamo troppo tranquilli; la terra, il cielo non sono mutati; i minuti e le ore fluiscono quietamente, senza rintocchi profondi nel nostro cuore”. Vorrei chiederti se credi che per Natalia Ginzburg l’Abruzzo sia stato anche uno spazio “amoroso”.
Lo è stato di sicuro. La storia ci consegna il racconto della scrittrice, una moglie, che raggiunge insieme ai suoi figli il marito al confino. In una terra lontana dove Leone Ginzburg è stato mandato perché ebreo e pericoloso antifascista. E tuttavia, dietro questa storia, oltre la guerra e la paura, si nascondono giorni felici in cui Natalia vive in una dimensione dolcemente familiare. A Pizzoli lavora alla traduzione di un autore che ama molto, Marcel Proust, occupandosi del primo volume de La Recherche che intitola La strada di Swann; a Pizzoli scrive il suo primo romanzo La strada che va in città – ancora una volta questa parola: strada – cimentandosi per la prima volta con un racconto più lungo e strutturale; proprio qui, all’ospedale di L’Aquila, nasce la sua terza figlia, Alessandra. Sono molte le occasioni di felicità, nonostante i tempi bui che il paese tutto vive. Il problema della felicità, semmai, è che spesso ci si accorge di averla posseduta solo a posteriori.
Gianna e Ivana: Natalia vive in Abruzzo, insieme al marito e ai figli l’esperienza del confino politico, il peso dello sradicamento da Torino. A fare da contrappeso alla grande Storia è il Mito, di cui è intrisa quella terra, a partire dalla leggenda delle Restanti, tra cui in qualche modo si può collocare Ginzburg stessa, che pur potendo lasciare Pizzoli in qualsiasi momento sceglie di restare: “In Abruzzo, prima ancora delle montagne, vennero le donne. Non erano né spose, né madri, ma custodi. Abitavano sulla soglia della foresta e conoscevano il nome di ogni sorgente. Le chiamavano Restanti, diceva mio padre, perché erano destinate a restare quando tutti partivano: durante le transumanze, durante le guerre o le carestie, mentre i paesi si svuotavano…” ; custodi dei luoghi, connesse alle forze della natura “quando una Restante moriva, il paese tremava per una notte: le fontane si intorbidivano, le porte scricchiolavano e i cani ululavano senza un perché. All’alba, in segreto, un’altra donnaprendeva il suo posto”. O la storia delle 99 porte o quella della jannara. Anche in questo omaggio alle storie sentite da bambina, che continuano ad agire in profondità, è possibile trovare una sincronia di sguardo, una affinità con Natalia Ginzburg, che celebra la potenza dell’infanzia, popolata da “i noi” eppure solitaria?
Il mio sguardo di bambina si è forgiato a partire dai racconti di fantasia che l’Abruzzo ha prodotto nei secoli, e dai fantasmi che vivono su questa terra. La storia, le leggende, i miti e il sapere popolare sono un patrimonio ancora sentito, che spero continuerà per sempre a riverberare nelle chiacchiere davanti a uncamino. L’affinità con Natalia Ginzburg può essere rintracciata attraverso il suo concetto di fantasia: per l’autrice la fantasia e i sogni non appartengono a un punto del tempo, somigliano a un paesaggio, un luogo interiore che troviamo già limpido nei ricordi più antichi. La fantasia domina l’infanzia remota e, se glielo permettiamo, si spagina fino ai nostri giorni.

Gianna: L’Abruzzo, terra d’esilio ma anche di una felicità riconosciuta a posteriori, si rivela – nelle tue pagine – luogo e tempo fondativo che dà forma ad alcuni aspetti importanti della poetica di NG: qui nasce il suo primo romanzo La strada che va in città e qui prende vita un immaginario letterario preciso, che si fa cifra inconfondibile: così compaiono una strada che dal paese va in città (L’Aquila, ma anche Torino), le personaggesvogliate e ribelli, eterne ragazze che resistono e si difendono dal diventare adulte attraverso l’immaginazione e il lavorio della mente, streghe del caos quotidiano, che sognano di lasciare il paese, la tana, il clan familiare per andare appunto in città, luogo di emancipazione e trasgressione. L’influenza della tua terra nella costruzione di questo mondo romanzesco è fortissima e tu osservi che ne è una chiara spia la scelta dello pseudonimo con cui Natalia firma il suo libro… Il ritratto che fai di NG è complesso e profondo, ricchissimo di sfumature che illuminano la sua biografia e la sua opera. Mi colpiscono in particolare due tratti, che potremmo anche considerare due piccole virtù: il primo è la pigrizia, che non consiste nel non far nulla, ma nel perdere un tempo infinito oziando e fantasticando, appropriandosi così di una dimensione intima del tempo stesso, senza nessuna concessione all’ansia performativa e al mito dell’efficienza che affliggono il nostro presente; il secondo è quello che chiami “tristezza feriale”, ovvero, come scrivi, “La tristezza per Ginzburg non è tragica, ma feriale e impastata di cose: stanze, prati, campi, crepe sul tetto e vetri rotti, lettere da scrivere, verdure da capare, letti sfatti e bagni caldi”. Pigrizia e tristezza diventano strumenti per far convivere – in estrema libertà – vita immaginaria, memoria delle cose perdute e richiamo della dimensione materiale. Quali altri aspetti della sua figura possono oggi indicarci una possibile “strada che va in città”?
La strada, in senso figurato, è sempre una tensione verso l’Altrove, lì dove nel qui e ora albergano insoddisfazione e tristezza. L’aspetto ricorrente dei personaggi, soprattutto femminili ma non solo, di Ginzburg è una certa dose di infantilismo: i suoi personaggi sono spesso svagati, pigri, inconcludenti, teneramente confusi, sono uomini e donne che non tendono mai a un modello di perfezione. E dunque direi questo: una possibile strada che va in città, e cioè verso un Altrove, è quella di accettarsi per quello che siamo e di accettare la realtà per quello che è, senza smarrire il nostro desiderio di tendere verso qualcosa di diverso.
Ivana: Mi piacerebbe chiederti della “tempra” morale che emerge dagli scritti di Natalia Ginzburg, che non ritrae figure eroiche o particolarmente emancipate o tragiche, ma offre uno sguardo profondo su quelli che sono gli attraversamenti del vivere, le cose che accadono e quasi senza accorgersene richiedono la nostra presenza e la nostra cura. Nel racconto Le scarpe rotte scrive: “Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta a ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini”.
La tempra morale che illumina gli scritti di Ginzburg si manifesta attraverso i piccoli gesti e la dimensione quotidiana. La cosa che rende unica questa autrice è che la luce morale che cade sulle sue storie non è mai straordinaria né plateale. In Lessico famigliare, Ginzburg parlando del suo passato mette insieme i concetti di potenza e di infanzia, lì dove la seconda mitiga la prima con la sua grazia, e la prima arricchisce la seconda di autonomia. È lo stesso equilibrio che domina tutta la sua scrittura: uno sguardo a tratti infantile, che osserva con stupore il mondo e che conserva con grazia la fedeltà ai piccoli dettagli. Ma allo stesso tempo uno sguardo potente. Ci vuole, infatti, potenza perché quello stupore e quella fedeltà si trasformino in una visione morale estremamente nitida, che tuttavia si dà senza bisogno di imporsi.

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