06 Lug Diecimila anni di Antonella Caggiano
di Annamaria Ferramosca
Commuove per l’alto gradiente di densità e cura formale quest’ultima raccolta di Antonella Caggiano, che compone un accorato canto di perdita e ricomposizione dell’io lacerato. Ed è ancora la dimensione umana fondamentale che Caggiano fa emergere, come già nel suo precedente libro La vena delle viole, premendo il tasto sulla esigenza prima e più viva del nostro essere: il desiderio di vivere un incontro d’amore profondo, intenso, vero.
Il racconto-canto attraversa dunque esperienze di vita e insieme abbraccia tutta la materia vivente, sentita come naturale estensione dell’io, fonte di meraviglia, conforto, salvezza.
E alla madre, che appare figura ibrida tra persona genitoriale e terra-grande madre, la poetessa rivolge le sue prime invocazioni per ogni assenza-dimenticanza-dolore non ancora elaborato, e nel farlo fa spazio e si abbandona a visioni rigeneratrici di potente comunione con le entità vive riequilibratrici della natura. L’essenza primigenia della madre è anche considerata necessaria perché indica il nostro effimero destino nel continuo ciclo di morte e rinascita, mentre si esalta l’eterno femminino terrestre ovunque visibile, con la bellissima immagine dei figli sentiti come gioiosi germogli sui propri rami.
E quel tu assente negatosi all’incontro pure balena nei versi, richiamando quell’amore desiderato da sempre forza possente, necessaria all’unione feconda, che in queste scene viene sempre accomunato ai fantasmagorici aspetti della materia vivente: baci- foglie-conchiglie- fiori. Il credere nella vicinanza della natura come presenza misteriosamente senziente è in Antonella Caggiano dimensione etica-estetica fortemente sentita, poiché rispecchia il senso armonico di partecipazione globale, ontologico, che la natura evidenzia, spesso incompreso ma riconosciuto da molti poeti contemporanei come Tiziano Fratus, Gary Snyder, ma soprattutto da poetesse come Jorie Graham, Mariangela Gualtieri, Paola Loreto, Prisca Agustoni, Nina Maroccolo e tante altre.
Inevitabile che a un tratto pure esploda forte il rimpianto, quell’amore perduto che resta ancora disperatamente radicato in cuore, anzi capace di continuare, noncurante, a trafiggerlo. La poesia fluisce poi per naturalissima intrinseca sapienza verso un rassegnato equilibrio, non privo di note di sarcasmo nei confronti di chi- padre per caso– è incapace di comprendere il dolore provocato, comportandosi con la vacua levità di uno stile gentile. Ma ancora ogni mancato ritorno è largamente compensato dal salvifico e quasi ipnotico dialogo con le presenze naturali, insostituibili compagne.
Alla suggestiva epigrafe bertolucciana che apre la seconda sezione Di sole e di stelle, dove si dichiara una sorta di disorientamento esistenziale, seguono testi che sembrano quasi sovvertire atmosfere e visioni attraverso un dettato più rarefatto, purificato, quasi metafisico. La natura continua ad addensare ogni scena delle sue potenti presenze, ma ora esse invadono ogni piega del pensiero con una tensione volta a ricreare e conservare integrità e armonia. Ovunque ormai ogni ombra sembra diradata perché scoppia di luce la viola calpestata e si raggiunge uno stato di sublime serenità con versi di straordinaria luce che sanno dire come dalla disperazione imparammo a ridere insieme ai sali del cielo.
Negli ultimi testi irrompono pure echi scuri e scene della nostra terra dilaniata dalle stragi. Diecimila anni, sì, proprio diecimila anni senza amore sono anche quelli del sangue innocente che continua ad essere versato nelle infinite Gaza del mondo. Noi unici esseri incapaci di fermare l’odio, noi tutti colpevoli, noi imperdonabili.
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