08 Giu L’insostenibile squilibrio dell’essere: “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi
di Nerio Vespertin
Cosa si prova a convivere ogni giorno con uno squilibrio nervoso che compromette anche le azioni più semplici?
È davvero possibile condurre una vita normale quando dormire, alzarsi la mattina, fare una passeggiata e altre azioni simili costano enormi sforzi emotivi?
Alcide Pierantozzi prova a rispondere a questi e altri non facili dilemmi, portandoci dentro la quotidianità della vita del suo protagonista, “Edo”, affetto da vari disturbi, non ultimi la schizofrenia allucinatoria e il bipolarismo. E sin dalle prime lucide e disarmanti pagine, il libro si propone come un lungo e sofferto monologo, diretto in parte verso chi legge e in parte verso la coscienza stessa dello scrittore. Protagonista indiscusso della narrazione è lo ‘sbilico’, ovvero quel continuo senso di equilibrio precario che condiziona l’esistenza di Edo. Un’esperienza assolutamente non convenzionale sia per lo scrittore, quanto per il lettore che accetta di seguirlo dentro l’esplorazione del suo disagio.
Classe 1985, originario di S.Benedetto del Tronto, figlio di quell’anonima periferia che si estende fra le Marche e l’Abruzzo (e che nel romanzo non manca di essere descritta con impietosa precisione), Pierantozzi ci conduce senza grandi preamboli dentro le sue piccole grandi crisi e decide di farlo con una narrazione diretta, a tratti irriverente. Mescolando il tono autobiografico al flusso di coscienza introspettivo, spiega nei dettagli la condizione dell’uomo affetto da difficili patologie nervose ma nel farlo non perde mai il suo focus razionale. Pur attraversando il disagio esistenziale e la nevrosi abitudinaria, il punto di vista si sforza continuamente di individuare la cosiddetta normalità in mezzo al malessere della patologia: virtuosismo dell’autore che si interroga su cosa significhi essere sani e se davvero sia possibile distinguere fra la malattia del singolo e quella della società in cui esso vive. Fra disturbo oggettivo e percezione disturbata del reale.
Seguendo una sorta di ordine cronologico ‘non lineare’, accompagniamo così Edo dai primi episodi dell’infanzia, con la scuola e gli studi in periferia, passando poi per il trasloco nella grande Milano, metropoli piena di opportunità ma anche di profonde solitudini. L’ambiente familiare è il primo ‘personaggio secondario’ del libro: un’entità complessa, caratterizzata da grandi silenzi e piccoli rituali che cercano di tenere insieme ciò che rischia continuamente di sfaldarsi. Il protagonista si colloca al centro di due poli opposti: da una parte la madre, donna affettuosa ma segnata da una malinconia cronica e dall’altra un padre assente, che aleggia spesso come un’ombra cupa. I primi anni di Edo lo vedono quindi afflitto da un senso opprimente di incompletezza, sentimento che crescendo evolverà in precarietà emotiva vera e propria. In questo senso la sensibilità acuta e la percezione distorta del proprio corpo, così tipici dell’adolescenza, agiscono come elementi di rottura nei confronti della ‘normalità’ psichica della periferia: non è Edo a essere incapace di confrontarsi col contesto scolastico o con gli spazi sociali del paese, ma sono questi ultimi a non riconoscere la sua non-normalità come un’alternativa esistenziale valida.
In questo senso il secondo ‘personaggio secondario’ del libro sono proprio loro: gli altri. I cosiddetti ‘normali’ o ‘sani’. Compagni di scuola, che osservano Edo con curiosità o con fastidio, gestori di palestre o di locali, che identificano la sua ‘stranezza’ come sintomo di patologia, gli sconosciuti e le sconosciute per strada o nei luoghi pubblici, che lo studiano con diffidenza e timore. La provincia appare come un’enorme livella culturale, un ‘mostro’ che appiattisce la vita intellettiva riducendola a poche interazioni, tutte uguali e superficiali.
Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è il momento in cui tale entità interagisce con maggiore impatto con il protagonista: la narrazione viene presentata come un percorso a ostacoli, caratterizzato da episodi che costringono Edo a misurarsi sempre più spesso con la sua vulnerabilità. Il proprio corpo, percepito come difettoso, assume quindi l’aspetto di un campo di battaglia: ogni movimento è un tentativo di correggere la propria inclinazione, di raddrizzarsi, di essere come gli altri. Palestra, farmaci, sfoghi sessuali: ognuno di questi diventano elementi da dosare per garantire una parvenza di sanità. Ma più il tentativo di adeguarsi prosegue, più aumenta la cognizione della propria incompletezza. Non ultima l’identità sessuale, inizialmente vissuta come una condanna ma che progressivamente diviene lente d’ingrandimento attraverso cui osservare il mondo. La parabola di Edo, dalla fuga nella grande città, si fa discendente riconducendolo quindi a una sorta di “esilio” autoimposto nella periferia da cui era partito. La chiusura ciclica tuttavia non conclude nulla, anzi: lascia intendere che la storia non è mai stata ‘lineare’ in senso stretto: il protagonista è chiuso in un cortocircuito senza fine dove le abitudini sono ossessivamente ripetute con l’illusione di ottenere stabilità dalla routine.
Il romanzo è attraversato da una scrittura viscerale, sensoriale, che restituisce la percezione distorta e ipersensibile del protagonista. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni contatto è amplificato, come se Edo vivesse costantemente sul bordo di qualcosa: il limite di un possibile cambiamento, sempre sul punto di accadere e precipitare la realtà in un abisso. Questo senso di precarietà è pervasivo e non si presenta quindi solo come un difetto corporeo, ma come una condizione esistenziale liminale. Ciò che colisce e coonvolge il lettore è proprio questa “sfida” a voler osservare ciò che gli altri non vedono, a percepire le crepe nelle persone e nelle relazioni.
Il percorso di Edo non è lineare né risolutivo: non c’è una guarigione salvifica alla fine della sua narrazione. Né una trasformazione improvvisa. Il lettore non riceve alcun compenso al termine de “Lo sbilico”: non siamo nè più saggi, nè più maturi dopo aver affrontato le vicissitudini di Edo. Ciò che cambia è la sua (e la nostra) capacità di accettare l’inclinazione, di riconoscere che l’equilibrio non è necessariamente sinonimo di rettitudine, ma può essere trovato anche in una postura imperfetta.
Nel finale, Edo raggiunge una forma di consapevolezza nuova: l’idea che l’identità non deve essere raddrizzata, ma abitata nella sua precarietà. La “sbilicatezza” diventa parte integrante di ciò che siamo: non più un ostacolo ma un tratto distintivo.
Il romanzo si chiude su una nota di apertura, non di conclusione: Edo non ha risolto tutto, ma ha imparato a stare nel mondo senza negare la propria inclinazione.
È una lettura non sempre facile, quella che si deve affrontare per le 240 pagine dell’opera di Pierantozzi: la descrizione intimissima del vissuto quotidiano abbatte qualunque barriera di sicurezza fra l’autore e il lettore, a tal punto che taluni disturbi possano essere percepiti come proiettati su di noi. E tuttavia, “Lo sbilico” si presenta proprio per il suo essere “senza pretese” come una lettura autentica, ispida, controversa: un invito a cercare nel non-equilibrio la tanto agognata stabilità di cui la nostra società è tanto bisognosa.
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