Occhi di bambina di Marco Vichi

a cura di

Francesca Grispello

La feroce precisione del ricordo. Simile a quella di un’impronta che non vuole cancellarsi, che insiste sul foglio fino a bucarlo. Prima. Durante. Poi. Aggiungo: sotto la soglia del visibile, intorno al non detto, attraverso un’infanzia che si fa metro di misura per il caos dei grandi. Continuo con: attesa, trasloco, sussurro, paura, con quel rumore bianco degli anni Ottanta che avvolge, protegge, inganna, rivela.

Occhi di bambina di Marco Vichi (edito da Guanda) è approdato nella dozzina del Premio Strega 2026 proposto da Laura Bosio per la sua trasparenza coraggiosa, per quell’ostinazione nel guardare in faccia le ombre del nostro Paese senza smettere di essere, appunto, “puro”. È un romanzo che si addentra in un’indagine che non ha a che fare con il delitto, ma con la vita stessa: la storia di Arianna, che a sette anni deve scegliere se restare nel guscio dei nonni o seguire una madre in fuga.
Arianna non è una bambina che subisce e basta; è una creatura che osserva con una pazienza quasi ancestrale, una piccola sismografa delle emozioni adulte. La vediamo muoversi tra le assenze dei grandi, cercando di decifrare codici che nessuno le spiega. Si parte da Firenze, dalla sicurezza dei riti familiari, per essere proiettati nel freddo di una Parigi che è rifugio e prigione insieme, dove ogni parola nuova è un confine e ogni silenzio della madre è un abisso.

“Ogni volta che la vedevo sorridere, il mio nido diventava più sicuro, più mio, più segreto. Non so spiegarlo meglio di così”

È qui che Arianna impara a decodificare l’ombra. Solo dopo arriva Barcellona, una tappa che non è un ritorno al sole, ma la conferma di una precarietà che si è fatta destino: una città che scorre fuori dai finestrini e dalle stanze di passaggio, dove la bellezza del paesaggio stride con la clandestinità dei corpi. In questo viaggio, Arianna non perde mai il suo baricentro: il suo sguardo è l’unica cosa che resta intatta mentre tutto il resto cambia nome e lingua.

“ I nonni mi viziavano? Sì, ero una bambina viziata… che aveva rinunciato alla vita facile per stare con la mamma in una situazione che non aveva alcun senso.”

Questa “fine dell’innocenza”, questa perfezione domestica circondata da pericoli invisibili e autobombe lontane, genera una sensazione di mancanza d’aria. Ci si può sentire stregati e prigionieri, dentro questi ricordi. Per questo i giochi di Arianna sono necessari: sono i suoi unici strumenti di controllo su un mondo che le sta franando sotto i piedi. Le sue domande, una più silenziosa dell’altra, sono tentativi di sfondare la gabbia che la politica e l’ideologia degli adulti le montano intorno mentre lei cerca solo di stare al mondo senza perdersi.

“Non mi pentivo di aver seguito la mamma a Parigi. Eravamo state insieme, avevamo aspettato insieme che arrivasse quel brutto momento.”

Lontano dal resoconto documentaristico degli anni di piombo, Vichi imbastisce un romanzo che pulsa, restituendo ad Arianna la sua dignità di individuo pensante, mai vittima passiva. La sua voce si muove tra lo stupore, la mancanza, la sospensione, la minaccia che incombe e l’amore, la galera finalmente, lo smarrimento, il sollievo, il carcere e le lettere, il tutto agilmente. Le voci arrivano da un tempo che credevamo archiviato e invece, attraverso questi occhi piccoli, ci chiedono misericordia verso la storia, le tante storie che abitano gli uomini e le donne, le madri, le figlie, le visioni del futuro.
Qui non si risolve un mistero; si abita una ferita. In chiusura, quello che resta addosso dopo aver chiuso il libro è la caratura di un autore che ha saputo compiere il salto più difficile: quello dalla trama al sentimento puro. Vichi qui non usa l’infanzia come un espediente narrativo, ma è un laboratorio di resistenza e giustizia, di grazia e dolore. La sua è una scrittura che si spoglia, che rinuncia alla protezione per farsi nuda, quasi vulnerabile. È in questa capacità di farsi piccolo insieme alla sua protagonista che risiede la grandezza di questa prova letteraria.

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