Acque sporche (e geografie mobili)

di Silvia Roncucci

 

“Geografia” è la parola più utilizzata nel romanzo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (Einaudi, 2025). Si tratta di una geografia bipolare che muove la storia tra Italia e Sri Lanka, la pone tra passato e presente, alterna la narrazione in prima e in terza persona.

Motore della vicenda è la decisione di Neela, vissuta per trent’anni in Italia, di tornare nel paese di origine, lo Sri Lanka. Decisione che disequilibra le vite delle donne di famiglia – perché questa è soprattutto una storia di donne –, vale a dire le sorelle rimaste in patria, Himali e Patvika, e la figlia Ayesha. Le loro sono vite precarie che tentano di incassare i colpi del destino – già segnato, ma non sempre decifrabile consultando astri e indovini –, delle azioni sconsiderate dei mariti, dei fenomeni atmosferici estremi, delle guerre civili, dei demoni che ciclicamente compaiono, parlano, si avvinghiano ai corpi. Oppure che, come nel caso di Ayesha, subiscono gli effetti psicologici dello sradicamento; effetti che sua madre non comprende, almeno non del tutto.

Neela in Italia lavora come badante, domestica e infine gestisce un salone di bellezza, mossa da una religione del lavoro – con il quale mantiene tutta la famiglia grazie ai money transfer mensili – che in lei è più forte del buddismo, delle credenze tradizionali o dell’affetto per la figlia, e che allo stesso tempo la distrae dagli eccessi del marito Sarath. Nel frattempo, in Sri Lanka, Himali cresce la figlia adottiva Thilini senza Romesh, ex militante comunista trasferitosi in Italia dove si sposta da un posto all’altro alla ricerca di impieghi precari, sempre malpagati. Anche Pavitra, la sorella minore, abita sola con la figlia, Hirunika, nell’appartamento di Neela: su di loro lo spettro di cosa accadrà al ritorno di quest’ultima.

Ayesha, ricongiuntasi alla madre da bambina, vive nel milanese con il compagno e lavora come fotografa: nell’incertezza economica e psicologica di chi sa di aver avuto più opportunità della madre, ma non è riuscita a sfruttarle per dare basi solide alla propria persona; nel dubbio che i galleristi non la contattino tanto per le proprie capacità quanto per mercificarne la razzializzazione; in un continuo arrovellarsi di pensieri. Alla provincia italiana, Ayesha alterna viaggi di lavoro nelle capitali internazionali: luoghi e climi – in senso fisico e politico – ben diversi da quelli dello Sri Lanka.

Nel romanzo Uyangoda mostra i meccanismi dell’emigrazione che spingono a scappare dalla guerra e dall’incertezza muovendosi verso un paese piuttosto che un altro. Mostra gli aspetti più opportunistici dell’atteggiamento verso gli immigrati in Italia: se ne accettano i soldi ma non gli odori e le abitudini; se ne tollerano le lingue solo se suonano di paesi ricchi che possono creare ricchezza e non arrecare fastidio – insomma, anche la lingua è questione di soldi – ; non ci si adatta a pronunciare i loro nomi complicati e gliene affibbiamo altri, cambiando, con il nome, anche la loro identità; a volte si trattano – da padroni – come figli, ma senza dar loro i diritti di un figlio, con un amore “comodo e funzionale” a far sentire i padroni meno in colpa e i lavoratori meno soli.

L’acqua sporca del titolo è quella del peso della famiglia e delle azioni altrui che le protagoniste, soprattutto Ayesha, vorrebbero lavarsi di dosso.

I concetti di patria e di ritorno variano a seconda per personaggio, del punto di vista, del momento. Casa è dove si è nati, dove si è vissuto per metà della vita, tutti e due, nessuno dei due? Se questa domanda a Neela crea dubbi, in Ayesha determina la difficoltà a capire dove si trovi il baricentro della propria identità. Soprattutto a fronte del desiderio di altri – come la cugina Hirunika – di lasciare lo Sri Lanka, dove sentono di non avere futuro.

Perché tornare, dunque? “Si torna per accertarsi che nelle piante, nelle creature, nella gente sia rimasto qualcosa di tuo” scrive l’autrice a proposito di Neela, “una traccia che dimostri che si è esistiti anche quando, altrove, si è stati indaffarati a non esserlo”.

Acqua sporca è una storia fatta di personaggi inquieti, in continuo movimento; nessuno riesce davvero a trovare la propria collocazione, a meno che – viene da pensare – non sia il movimento stesso la loro natura, o meglio, il loro destino.

La cifra stilistica del romanzo è l’ibridazione. Quella della lingua che all’italiano affianca termini in cingalese e inglese per far comprendere il puzzle linguistico-culturale dei personaggi. Quella della voce che alle scene drammatiche alterna momenti di leggerezza, alla lucidità di un saggio sociologico la profondità dell’analisi introspettiva.

 

 

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