Intervista a Lisa Bentini autrice di “Cose che nessuno vede”, Edizioni Kalòs

Di Muriel Pavoni

Le cose finiscono e non ci si pensa. Gli oggetti, le abitudini, le persone, gli affetti, ci sarà un momento in cui tutto sparirà. Mentre la vita succede ce lo dimentichiamo ma niente è per sempre. Si vive e basta, sovrappensiero, si lasciano andare le cose, si dimenticano le ferite. Stiamo nelle nostre esperienze umane come si può, alle volte distrattamente, alle volte disperatamente aggrappati ai relitti del passato.
Poi arriva il momento di fare i conti con la memoria, si mettono assieme i frammenti di quel che resta per mettere ordine ed è lì che spesso interviene la scrittura, che sia diaristica o romanzata la scrittura ha il potere di ripescare dall’oblio le cose che nessuno vede. La scrittura assicura una seconda vita. Scrivere ha a che fare con la morte perché ha il dono della grazia riparatrice. Solo attraverso la scrittura ci si riconnette coi fantasmi. La scrittura di Lisa Bentini è proprio un esercizio di recupero, di archeologia. Bentini riesuma, spolvera i reperti, li ripara, li cataloga, li mette in collegamento e assegna loro nuova forma, un significato che vale nel presente.
“Dear life” è il titolo originale di “Uscirne vivi”, tredicesima raccolta di Alice Murno. “Dear life” è scrivere alla vita per uscirne vivi. Per Munro si esplora il sé riscrivendo la mappa del proprio mondo attraverso i richiami, le stanze chiuse e aperte, il da dove vengo. “I write about where I am in life”, dice quando riceve il premio Nobel. In “Uscirne vivi” la scrittrice, ormai ottantenne, scrive in “finale” i suoi capitoli più autobiografici, le prime e le ultime cose che abbia mai scritto, che hanno a che fare con la sua famiglia, lei bambina, ragazza, i genitori, quello che la circondava e gli occhi con cui vedeva, che costituiscono un piccolo archivio personale di storie da cui ha attinto per tutta la vita. Per lei credo sia stato quello il momento di fare i conti con la memoria.

“Cose che nessuno vede” fa un po’ questo: scrive alla vita, raccoglie frammenti invisibili, dettagli rubati alla frenesia, accantonati in un ripostiglio della memoria, dentro una valigia in cantina, e li mette al centro della scena, questi reperti diventano i protagonisti della narrazione.

LB: È proprio così: la parola vita è centrale nel mio libro, tanto che inizialmente compariva nel titolo. Strano a dirsi per un libro che affronta un doppio lutto, quello del cane Beverly e della Bambina. Un’inaspettata doppia B.
Interrogarsi sulla morte mi ha inevitabilmente portato a indagare la vita, anzi le vite: quelle che non ci sono più e quelle che nel frattempo sono nate. Di quante vite siamo fatti? Sicuramente la vita breve della mia piccola zia, morta a soli nove anni, ha continuato a battere dentro di me, a partire dai nostri nomi. Il ritrovamento dei suoi quaderni e dei suoi oggetti, sotterrati in una valigia, i silenzi che i miei nonni hanno eretto intorno al suo nome, le fotografie che hanno disseminato nelle case dei familiari, tutte queste presenze visibili e invisibili hanno richiesto necessariamente un lavoro di scavo e di archivio.
Lo sguardo al passato e il lavoro della memoria mi hanno aiutata a scrivere questo libro. Ma a muovere la scrittura non è stato tanto il desiderio di ritornare all’infanzia, e in generale a ciò che è stato, quanto il tentativo di riconoscere nel passato della Bambina, prima, e del cane Beverly, dopo, segni e prime tracce della vita futura. Il passato racchiude il futuro. In questo senso Beverly e la Bambina sono due figure. Sulla carta si sono incontrate – chi l’avrebbe mai detto! – e per un attimo si sono pure scambiate.

Ho letto “Cose che nessuno vede” pensando ai miei fantasmi, mi sono messa in connessione con loro, li ho incontrati tra le pagine del romanzo. Sono molti, come molte sono le cose che sfuggono alla distrazione del vivere, che invece riemergono attraverso l’atto magico della scrittura. Si tratta di mettersi in ascolto, riconnettere significati, non aver paura di aggiungere qualcosa alla memoria. Aggiustare è uno dei compiti della scrittura, era questo il tuo intento?

LB: Aggiustare – meglio ancora riparare che rimanda anche al significato di proteggere – è sicuramente un’azione necessaria nell’elaborazione del lutto.
Aggiustare ma soprattutto aggiungere, come direbbe Anna Maria Ortese: la scrittura è fatta di aggiunte e di mutamenti. Una possibilità contro l’inesorabile fluire del tempo, contro la morte, che solo la letteratura e l’arte ci concedono. Senza l’arte e la letteratura non avrei potuto scrivere questo libro: ci sono cose che non avrei potuto vedere.

La voce narrante si fa da parte per mettere al centro l’invisibile, per dare uno spazio a chi non c’è più e lo fa ritornando ossessivamente nei dettagli delle cose, degli eventi, come spesso capita nel lutto, si tende a insistere su quello che è stato, a ingigantire particolari. Tra i rimandi letterari citati esplicitamente e implicitamente nel romanzo, una scrittrice, più di tutte, mi sembra aver guidato (proprio come uno spirito guida) la mano dell’autrice che ha saputo far sua una lezione e interpretarla in maniera personalissima, si tratta di Annie Ernaux, (nel romanzo è pure citato “L’altra figlia”). Quanto è stata importante quest’autrice per il tuo esordio narrativo?

LB: La citazione tratta da L’altra figlia di Ernaux, che a un certo punto si incontra nel mio libro, è il cuore del libro stesso tanto che per molto tempo ne è stata l’esergo. Una sorta di amuleto.
Durante l’ultima stesura ho poi avvertito la necessità di spostarla, come per proteggerla da quell’esposizione iniziale, quasi a nasconderla, e svelarla infine in tutta la sua potenza al momento “opportuno”.
Tra la storia della mia piccola zia e quella della sorella di Ernaux, morta prima che la scrittrice nascesse, si è creato una sorta di chiasmo.
Confesso che la perfezione di questo libro mi ha inizialmente inibita, e per un periodo ho addirittura dovuto allontanarlo da me perché la tentazione di rileggerlo era troppo forte. Poi, a distanza di tempo, quella prosa asciutta, scarna, essenziale di Ernaux mi ha guidata, è diventata un modello, nella speranza di esorcizzare una delle mie paure più grandi mentre scrivevo: scivolare nel patetismo. Mentre per me era importante essere sentimentale senza retorica, senza fronzoli.
Sebbene non sia citato nel testo c’è stato un altro libro molto importante per me: è Dora Bruder di Patrick Modiano. Un altro romanzo breve perfetto.

Continuando con i numi tutelari, tantissimi sono i riferimenti al mondo dell’arte, a partire da Giacometti per finire con Boltansky, altrettanti quelli appartenenti al mondo della letteratura: Houellebecq, Landolfi, John Berger, Susan Sontag, Fenoglio e moltissimi altri, alternando spesso capitoli personali a riferimenti a romanzi, autori, opere d’arte. La sensazione è quella di assistere all’edificazione della wunderkammer dell’autrice dove il personale diventa pubblico e il mondo dell’arte e delle idee sconfina nel proprio vissuto personale, esattamente come le presenze del passato fanno continue incursioni nel presente. È forse l’arte il “terreno K” in cui incontrare i propri fantasmi?

LB: Cose che ne nessuno vede è un libro di costellazioni: familiari e animali, nonché letterarie.
Io amo i fantasmi. Li vedo ovunque. Soprattutto quando leggo e scrivo. Basta unire i puntini per scorgerne le sagome.

“Cose che nessuno vede” è un romanzo che procede per frammenti, mette in relazione elementi distanti e li fa combaciare. La scrittura diventa il processo investigativo messo in atto per risolvere il “crimine” che sta alla base delle nostre vite, rintracciando in ciò che è accaduto prima che nascessimo la causa scatenante della meccanica di una famiglia: quel grumo di colpe che i bambini si assegnano per giustificare l’imponderabile comportamento degli adulti. Mentre poi quando scopriamo i traumi che ci precedono, troviamo la forza narrativa per raccontare un padre, una nonna, un nonno, una madre come se fossimo noi stessi, individuiamo gli snodi tra passato e presente. È tutto arbitrario, pure le motivazioni all’origine vengono alla luce attraverso legami immaginari. Questo a noi basta perché nei tribunali della nostra memoria non serve alcuna pretesa di oggettività, basta l’adesione intima a una suggestione. Lo scrivere qui è passare la lente d’ingrandimento, l’approdo è poetico e palpitante. Tutto è importante, anche rinvenire il callo nella mano di un padre, perché sicuramente un significato c’era… Da questo punto di vista l’occhio narrativo è un’ossessione che spinge a scandagliare i fondali, ma è più una condanna o invece una cura?

LB: Nessuna delle due. È una lente di ingrandimento, come lei ha suggerito. Una lente alla Sherlock Holmes. I bambini da questo punto di vista sono degli ottimi investigatori. Di sicuro definirei il mio rapporto con la realtà di tipo indiziario. Anche nella letteratura e nell’arte prediligo autori e autrici che disseminano indizi.
A questo proposito un libro che mi ha accompagnata alla scoperta e interpretazione dei testi è sicuramente il saggio di Mario Lavagetto, Lavorare con piccoli indizi; e in generale tutti i testi del critico.
Forse questo approccio mi ha influenzato pure come scrittrice. Ma non posso ancora dirlo. Il mio è un esordio.

Non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista… i finali, dal punto di vista narrativo, siano essi sospesi o meno, restituiscono un significato, chiudono un cerchio, ci conducono da qualche parte, in un terreno di cui all’inizio non sospettavamo. I finali, nella vita, scivolano via, quando si riafferrano ci si ritrova a pensare alla leggerezza di quella circostanza… a come invece avremmo dovuto soppesarla diversamente. Questo libro è pieno di finali sospesi che poi si riaprono in un andamento ondivago e vorticoso. La conclusione è però affidata a qualcosa di concreto: i resti. Il finale ci riporta alla realtà, a quello che esiste. Mi pare che il finale di un romanzo così poco “tradizionale” rispetti invece uno dei compiti della narrativa che è rimettere a posto il caos.

LB: Non ho mai pensato a come finire il libro. Forse perché sono partita dal finale stesso: la morte di un cane e di una bambina. La fine rivela molto dell’inizio. La scrittura ha seguito un movimento a ritroso.
Come scrivo nel testo è difficile prefigurarsi l’ultima volta di qualcosa: scrivere più che mettere a posto, può farci intravvedere a posteriori dei segnali che altrimenti sarebbero caduti nell’oblio.

Si parte spesso da una domanda quando si progetta un libro: come ci comportiamo quando veniamo messi di fronte alle nostre bugie? Come reagiamo sotto stress? Cosa ci spinge a reagire? Cosa ci tormenta? Cosa non sappiamo? Mi sembra che questo romanzo che affronta come tema centrale il lutto (a un certo punto questa frase è riportata nel libro) mi pare tenti di rispondere alla domanda: com’era la vita dei nostri cari prima che nascessimo, ma oltre a questo, come sarà dopo di noi?

LB: Per scrivere il libro sono partita da un’immagine: la fotografia della bambina e la ciocca rossa dei suoi capelli protetta dal vetro della cornice. Le domande sono sorte durante la scrittura. E certamente l’interrogarsi sulla vita dei familiari prima di noi è tra queste: specialmente quando si tratta di genitori, fratelli, nonni, ci si dimentica troppo spesso che ognuno di loro ha una vita segreta, e imperscrutabile, indipendente da noi. Se poi si prova a raccontare un momento della loro vita quando noi non eravamo nemmeno nati le domande si moltiplicano, e insieme ad esse entra in scena un inaspettato senso del pudore che cerca di salvaguardarne l’intimità.
Come sarà dopo di noi forse saranno le cose a raccontarcelo, come ne Las cosas di Borges: “Dureranno più
in là del nostro oblio; / non sapran mai che ce ne siamo andati.” O forse sì?

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