Tradurre e pubblicare Annie Ernaux. Conversazione con Lorenzo Flabbi

DI SARA DURANTINI

Ci sono parole a me care, parole che formano frasi, pensieri, parole che si stagliano nell’orizzonte della memoria e lì scavano cunicoli, affondano radici che si diramano nel sottosuolo del tempo vissuto. Tra queste, le parole di Lalla Romano: “Di fatto, nell’esistenza, credo di aver cominciato a scrivere perché mi piaceva leggere. Leggere non qualunque cosa ma certe cose (…) una scelta nella scelta. Tutto è disceso da lì”. Sono parole che, a loro volta, rievoca Grazia Livi nel suo Narrare è un destino, libro-bussola che non mi stanco di riprendere in mano, rileggere, sottolineare, annotare, di quei libri che ti fanno comprendere quanto le esistenze individuali siano, in realtà, inscritte in una maglia di relazioni, in una fitta rete di scambi, di eredità, di rimandi. Queste parole di Romano, raccolte come un testimone da Livi, mi riportano ogni volta ai sentimenti che ha suscitato (e continua a suscitare) in me la scrittura di Annie Ernaux. Si può dire, riprendendo le parole di Lalla Romano, che tutto sia iniziato da lì, dalla lettura dei libri di Ernaux. E dal momento che ogni lettura fondativa chiede di interrogare le condizioni che l’hanno resa possibile, è stato insieme naturale e necessario parlare con il suo traduttore ed editore, Lorenzo Flabbi. A L’orma editore si riconosce il merito di aver riportato Ernaux in Italia oltre dieci anni fa, in un momento in cui la sua voce era quasi assente dal panorama editoriale italiano. Un lavoro non episodico, ma progettuale, costruito nel tempo, libro dopo libro, fino a restituire al pubblico italiano la coerenza e la radicalità di un’opera intera. Con Flabbi, ho parlato di traduzione come atto interpretativo mai neutro, del rigore necessario per restituire in italiano una lingua come quella di Annie Ernaux, “piatta” e chirurgica che rifiuta ogni abbellimento. Abbiamo parlato dell’autosociobiografia come forma politica, del dialogo implicito con la tradizione sociologica europea, del ruolo dell’editore come mediatore culturale e della traduzione come gesto capace di incidere nello spazio pubblico. Ne è nata una conversazione che coinvolge Annie Ernaux ma anche il senso stesso del fare letteratura e traduzione oggi: il modo in cui proprio la letteratura può ancora modificare i nostri strumenti di percezione, rendere intelligibile il reale, e costruire una forma di consapevolezza condivisa.

 

Lei è editore e traduttore. Come dialogano questi due ruoli nel suo lavoro e come ha influito questo duplice sguardo sul suo rapporto con la scrittrice Premio Nobel Annie Ernaux?

Nel mio caso i due ruoli non sono mai stati realmente separabili. Tradurre consente di entrare in profondità nel testo, di leggerlo al microscopio, e permette – anche nel caso di grandi scrittori – di individuare imprecisioni o piccoli escamotage. Con Annie Ernaux, invece, mi sono ritrovato di fronte a un paesaggio perfettamente coerente, sempre all’interno di uno straordinario progetto di scrittura, molto preciso negli intenti anche politici, privo di cedimenti o aggiustamenti. Ogni elemento – persino le scelte di punteggiatura – costituisce un luogo di senso. L’editoria, a sua volta, è lo spazio in cui questa forma particolare di lettura può estendersi e diventare condivisa. Con Ernaux il dialogo tra questi due piani è molto stretto, perché la sua scrittura non ammette mediazioni decorative: richiede una postura insieme editoriale e traduttiva rigorosa, pienamente consapevole delle proprie responsabilità. Il rapporto costruito nel tempo si fonda su una fiducia reciproca, ma anche sulla convinzione che tradurre significhi assumersi una responsabilità interpretativa forte, mai neutra, che riguarda, oltre al testo, anche il suo posto nello spazio pubblico.

 

L’orma ha avuto un ruolo decisivo nel riportare Annie Ernaux al pubblico italiano in un momento in cui era poco tradotta e quasi dimenticata. Cosa ha spinto a investirci con tanta convinzione e quale urgenza ha riconosciuto da subito nella sua scrittura?

Il primo incontro con i libri di Ernaux è avvenuto in maniera piuttosto ovvia, direi quasi naturale per qualcuno che era andato a fare un dottorato letterario in Francia all’inizio degli anni Duemila. Quando poi è uscito Les Années, nel 2008, ho avuto l’impressione che tutte le persone che avevo intorno lo avessero letto anche prima di me; amavo già l’autrice ma mi sono preso il mio tempo (stavo lavorando su tutt’altro, sono stati anni in cui avevo la testa in pieno Ottocento) per affrontare un libro e che in molti avevano già riconosciuto come un punto di rottura. Nell’attraversare quell’opera ho trovato la conferma: Ernaux aveva riscritto il paradigma dell’autobiografia, aprendo la strada a una forma nuova e specifica – che oggi chiamiamo autosociobiografia – destinata ad avere grande fortuna negli anni successivi.

Qualche anno dopo, lasciato il lavoro universitario e trasferitomi a Berlino con il mio futuro socio Marco Federici Solari, mentre immaginavamo la casa editrice che sarebbe nata di lì a poco, ci divertivamo a stilare un elenco di nomi che avremmo idealmente voluto avere in catalogo. Accanto a figure per noi decisive come Uwe Johnson, mi venne subito in mente anche Annie Ernaux. Nei suoi c’è un’urgenza insieme etica e politica che è tutt’uno con quella letteraria: la scrittura è uno strumento per comprendere il mondo sociale, le dinamiche di classe, il rapporto tra memoria individuale e storia collettiva. Non si trattava di “raccontarsi”, ma di usare il proprio vissuto come materiale per un’indagine molto più ampia. Ecco, quando facemmo quella lista davo quasi per scontato che Ernaux fosse già ampiamente pubblicata in Italia. Verificando, scoprimmo invece che una voce di quella portata era incredibilmente sfuggita alle maglie della rete editoriale italiana. C’era un vuoto evidente, e abbiamo cercato di colmarlo nel modo più rigoroso possibile.

 

La scrittura di Annie Ernaux è chirurgica, senza orpelli, talvolta spiegata e modellata da uno sguardo sociologico che ne amplifica la forza. Qual è, o qual è stata, la sfida maggiore nel restituire in italiano questo tono così unico?

Una difficoltà è stata resistere alla tentazione di abbellire. Si tratta di un problema insidioso perché si può rischiare di farlo in piena “buona fede”, e direi che della buona fede lo stile non sa proprio cosa farsene. La lingua di Ernaux è piana, piatta, controllata, volutamente priva di effetti; ogni deviazione stilistica rischia di tradirne la postura intellettuale. Tradurla significa lavorare per sottrazione, “liberare il prigioniero” ecc., sorvegliare costantemente il registro, evitare ogni enfasi superflua. È un lavoro di limatura, spesso condotto in più versioni, in cui il criterio non è mai la “bella pagina”, ma l’esattezza. Me ne sono reso conto subito, con La place, il primo libro di Ernaux che ho tradotto e il primo che abbiamo pubblicato con L’orma. Dopo aver concluso la traduzione, convinto di aver fatto un buon lavoro, l’avevo lasciata decantare per rivederla con uno sguardo nuovo. Quando l’ho riletta, mi sono accorto invece di aver commesso un errore gravissimo: il testo era pieno di piccoli “bozzi”, di imperfezioni lessicali e di scarti di registro. Da lì in poi si è trattato di “martellare” un po’ ovunque il testo per restituirgli la sua piattezza originaria.

Perché la lingua di Ernaux non cerca mai di essere bella, non mira alla bella pagina, ma all’esattezza. Se immaginiamo il suo registro stilistico come uno skyline, ciò che appare è una linea piatta, un orizzonte continuo. Il mio errore era stato quello di alzare qua e là il registro, scegliendo termini che spiccavano come grattacieli isolati, parole che emergevano dalla pagina e rompevano l’equilibrio complessivo. Capire questo è stato decisivo, e ha orientato tutto il mio lavoro successivo su Ernaux.

 

Nell’ultimo libro di Annie Ernaux da lei tradotto, L’uso della foto, proprio la fotografia diventa un elemento narrativo fondamentale. Come ha affrontato l’interazione tra testo e immagine?

Ne L’uso della foto la fotografia non è un’illustrazione del testo, ma una sorta di sorgente conoscitiva, è l’origine della parola. Per usare un’espressione che non vorrei suonasse vaga o cervellotiva o, appunto, enfatica, è un dispositivo conoscitivo autonomo con funzione epistemologica. In altri termini, la parola nasce dall’immagine, ma non per spiegarla o commentarla: l’immagine innesca il testo, che a sua volta scava nella memoria e nel racconto di sé senza mai indugiare nel personale. Anche qui, come in tutta la scrittura di Ernaux, l’esperienza individuale è sempre il punto di partenza per dire qualcosa che riguarda tutti e tutte.

Come traduttore ho dovuto tenere conto di questa tensione costante tra testo e immagine, ma anche della coesistenza di due voci diverse, quella di Annie Ernaux e quella di Marc Marie. Una delle difficoltà principali è stata proprio restituire la differenza tra questi registri, entrando e uscendo ogni volta da un tessuto linguistico distinto, senza appiattirli né esasperare deliberatamente le differenze.

 

Annie Ernaux considera la propria opera distribuita tra testi memorialistici, diaristici e autosociobiografici. Dal suo punto di vista e alla luce del rapporto costruito proprio con i suoi libri, quale tra questi restituisce meglio l’anima politica di Ernaux?

Pur essendo difficile scindere in modo netto i diversi registri dell’opera di Annie Ernaux – memorialistico, diaristico, autosociobiografico – perché si intrecciano, si sovrappongono e presentano confini per loro natura porosi, credo che la dimensione autosociobiografica sia quella in cui la sua scrittura esprime con maggiore chiarezza la propria forza politica. L’anima politica di Ernaux nasce sempre dalla trasformazione dell’esperienza individuale in materiale collettivo, per fare del proprio vissuto uno strumento di conoscenza, di intervento sulla realtà. Come suggerisce il titolo di un suo libro-intervista, La scrittura come un coltello, la lingua è per lei uno strumento, un’utensile (meno, invece, “un’arma”), qualcosa che incide, che affetta il reale per mostrarci cosa si nasconde al suo interno, le strutture sociali, le determinazioni di classe, i rapporti di potere.

In alcuni testi questa tensione politica si manifesta in modo particolarmente esplicito e doloroso. L’evento è forse il suo libro più direttamente politico: il racconto dell’aborto clandestino diventa la testimonianza di una violenza sociale esercitata sui corpi delle donne, e di un’esperienza individuale che si fa immediatamente storica. Anche Il posto e Memoria di ragazza sono testi in cui la dimensione politica è centrale e passa innanzitutto attraverso l’uso della lingua. Ne Il posto, Ernaux prende coscienza dello scarto tra la lingua dell’emancipazione e quella del mondo d’origine, e fa di questa frattura il cuore stesso della scrittura. In Memoria di ragazza, allo stesso modo, il racconto della scoperta sessuale si intreccia a un processo di emancipazione di classe. È in questo continuo passaggio tra esperienza intima e dimensione collettiva che si gioca la forza politica dell’opera di Annie Ernaux.

 

Ci può anticipare se ci sono nuovi testi su cui sta lavorando? Non le nascondo che amerei vedere la traduzione in particolare di un paio di testi a me cari, Retour a Yvetot e la raccolta Hotel Casanova.

Il progetto che portiamo avanti con Annie Ernaux non è mai stato pensato come una sequenza di singoli titoli, ma come un lavoro di lungo periodo sull’insieme della sua opera. L’idea è quella di costruire progressivamente, in italiano, una vera e propria opera omnia, che permetta di leggere Ernaux nella sua continuità. In questo senso testi come Retour à Yvetot o la raccolta Hôtel Casanova fanno pienamente parte dell’orizzonte del lavoro. Non posso ancora anticipare un “prossimo titolo”, ma posso ribadire una direzione progettuale, questo sì.

 

La vicinanza tematica tra Annie Ernaux e Didier Eribon (un altro scrittore da voi tradotto e pubblicato) è spesso evidenziata dalla critica: dal rapporto con la classe sociale e la famiglia fino alla dimensione politica del sé. Come legge questo dialogo implicito tra i due? Pensa che le loro scritture contribuiscano a definire una forma di “autobiografia politica” capace di ridefinire il modo in cui raccontiamo l’esperienza individuale e le strutture sociali?

Non è un caso che tra Annie Ernaux e Didier Eribon si riscontri una così forte vicinanza tematica: entrambi guardano esplicitamente allo stesso maestro, Pierre Bourdieu, e alla sua analisi dei rapporti tra biografia, classe sociale e linguaggio. Le loro opere condividono l’idea che l’esperienza individuale non sia mai puramente privata, ma sempre attraversata da determinazioni sociali, simboliche e politiche. Da questo punto di vista, il dialogo tra le loro scritture è evidente. La differenza principale riguarda però la forma attraverso cui questa prospettiva comune viene espressa. Con alcune eccezioni decisive Eribon ha privilegiato il versante saggistico, anche se poi spesso ibridato con passaggi narrativi. La sua scrittura assomiglia a una sorta di sala anatomica, in cui il corpo della società viene esposto e vivisezionato esplicitamente: filosofia, sociologia, teoria critica, autobiografia e letteratura diventano strumenti complementari di un’operazione di dissezione dichiarata.

Nel caso di Ernaux, invece, la società non è mai un corpo già sezionato, ma resta un corpo vivo che si muove nella memoria della narrazione Lo strumento con cui viene colpita non è plurale, ma unico; quel coltello di cui lei stessa parla, affilato attraverso uno stile rigoroso e un lavoro incessante sulla lingua. Mi pare, questa, una differenza formale che rende i due percorsi profondamente affini ma mai sovrapponibili, e che contribuisce a definire una forma di autobiografia politica capace di ridefinire il modo in cui raccontiamo il sé e le strutture sociali che lo attraversano.

 

Ampliando l’orizzonte e guardando alla sua esperienza europea, come immagina il futuro della letteratura tradotta in Italia? La traduzione può ancora creare ponti culturali ed essere un atto politico in risposta agli eventi quotidiani e contemporanei?

Se la letteratura conserva oggi una funzione politica, non credo che questa risieda nella reazione immediata all’attualità, né nel commento diretto dell’evento. La sua forza sta piuttosto nella capacità di modificare i nostri strumenti di percezione. La letteratura lavora in profondità sulle forme del pensiero, sul linguaggio, sulla memoria. Il suo tempo non è quello dell’urgenza mediatica, ma quello di una trasformazione lenta e duratura. In questo senso il suo intervento è meno visibile, ma più incisivo, con una formula che mi par buona direi che non risponde all’evento ma lo rende intelligibile. La traduzione amplifica questa funzione. Tradurre significa introdurre uno scarto, mettere in circolazione forme diverse di esperienza, di sensibilità, di organizzazione del reale. In un contesto come quello italiano, la letteratura tradotta può ancora svolgere un ruolo decisivo, proprio perché costringe la lingua e l’immaginario a misurarsi con ciò che non coincide immediatamente con essi.

Sono convinto che la traduzione sia un atto dalle implicazioni e dalle ricadute profondamente politiche, soprattutto perché ci obbliga a guardare il nostro presente da altrove, a rinegoziare categorie che rischieremmo di dare per scontate. È un lavoro silenzioso, da dietro le quinte, eppure essenziale, soprattutto in un’Europa attraversata da fratture, ritorni identitari e semplificazioni del discorso pubblico.

No Comments

Post A Comment